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La trasformazione energetica degli Usa

Intanto che aspettiamo di entrare nell’epoca dell’energia pulita, auspicando ovviamente che arrivi, può essere interessante raccontare in poche righe la storia di un’altra trasformazione energetica tratteggiata in un bel paper pubblicato dal Nber: quella di come gli Usa sono diventati una potenza esportatrice di gas naturale prendendo i due classici piccioni con una fava: non solo trasformarsi da importatori a esportatori netti, ma anche ridurre le emissioni di CO2 stimate fino al 2023 di circa 145 milioni di tonnellate. C’è qualche buona opportunità anche nel mondo delle energie tradizionali, viene da pensare.
Questa piccola rivoluzione è accaduta in un decennio grazie a una tecnologie che abbiamo più volte osservato su queste pagine: lo shale gas ottenuto mediante la fratturazione delle rocce (fracking). Lasciamo da parte il tema, che esiste, dell’impatto ambientale di queste tecnologie, anche perché non esistono tecnologie energetiche che non abbiano impatto ambientale, e concentriamo l’attenzione sugli esiti. Fino a un decennio fa il gas naturale Usa in pratica non esisteva nel mercato. La crescita della produzione, dovuta allo shale, ha integrato il mercato domestico statunitense e quello internazionale.
Questa trasformazione ha messo sotto pressione il mercato domestico del carbone, materia prima concorrente nel panorama energetico, con risultato che all’interno sono saliti sia il prezzo del gas che del carbone finendo col raffreddare la domanda. In pratica emulando il risultato che avrebbe avuto una carbon tax, ma senza tax.
Effetti più evidenti si sono osservati dopo il 2010, quando la produzione di gas shale inondò il mercato Usa disconnettendo i prezzi statunitensi da quelli internazionali di gas e petrolio. Arriviamo così al 2016, quando gli Usa aprirono la loro carriere di esportatori di gas. Questo ha consentito non solo di trasformare gli Usa in una potenza esportatrice, ma anche di riallineare i prezzi americani a quelli internazionali.
Risultato finale: nel 2005 gli Usa importavano il 15% del loro consumo di gas. Nel 2017 sono diventati esportatori netti e nel 2023 i più grandi esportatori del mondo. Nel 2005 il carbone generava la metà della produzione elettrica del paese, nel 2020, grazie al gas, questa quota è scesa al 19%. Il risparmio stimato di emissioni di CO2 fino al 2030 pesa circa un terzo del totale delle emissioni del settore energetico. Tutto queste grazie allo shale gas. Le trasformazioni sono sempre complicate, ma se ben condotte hanno un saldo positivo.
