Etichettato: debito corporate paesi emergenti

La liquidità internazionale diventa gassosa


Basterebbe una riga a chiudere questo post: la liquidità non è in declino, ma è pronta ad evaporare. Tutto qua. E poiché la sintesi proviene dal Fmi, che così ha intitolato un survey article dedicato a suo ultimo Global stability financial report, non trovo parole migliori per commentarle a mia volta che osservando quello ormai evidente: la liquidità, a furia di circolare vorticosamente, si è scaldata a tal punto da diventare gassosa. Basta un niente per farla evaporare. O esplodere, se preferite.

Nulla che non fosse già chiaro a molti. Del paradosso della liquidità, abbondante quanto instabile, i regolatori si occupano da tempo, reiterando allarmi come al solito destinati a rimanere inascoltati. Utili pro memoria, tutt’al più. Perché ormai è chiaro che la giostra funzionerà finché funzionerà. E solo dopo spunteranno come funghi gli esperti del giorno dopo a spiegarci il perché e il per come dello sconquasso.

Intanto contentiamoci di rispondere alla domanda, anch’essa paradossale che fa il Fmi: come può essere bassa la liquidità nonostante l’abbondante liquidità fornita dalle banche centrali? Ciò serve a delineare il quadro all’interno del quale la giostra gira.

Meglio cominciare dall’inizio. La liquidità, ossia l’abilità degli operatori di mercato a comprare o vendere grandi quantità di asset finanziari al minor costo di scambio e nel minor tempo possibile, mostra di declinare in alcune classi di asset. Tale tendenza tuttavia viene mascherata dai bassi tassi di interesse. Così almeno la racconta il Fmi che concentra l’attenzione – e non a caso – sul segmento dei corporate bond per motivi che sono tecnici ma anche squisitamente geopolitici. Lo dimostra il fatto che un altro capitolo del GFSR è dedicato al debito corporate dei paesi emergenti, che ormai suscita più d’una preoccupazione.

La logica che sta sotto al processo di trasformazione “gassosa” della liquidità è molto semplice. “Negli anni recenti – spiega il Fmi – gli investitori si sono abituati a assumere maggiori rischi in cambio di maggiori rendimenti e le politiche monetarie accomodative, basate sui tassi bassi e gli acquisti di bond, hanno sostenuto la liquidità di mercato”. Ciò tuttavia ha condotto a cambiamenti strutturali dei mercati. A tal punto che il Fmi raccomanda un ritorno morbido alla normalizzazione delle politiche monetarie proprio per fare in modo che non si realizzi quella distruzione dei mercati che la politica monetaria ha voluto evitare.

In questa esemplare dimostrazione dell’eterogenesi dei fini, a farla da padrona è la volatilità, i cui indici schizzano in alto in maniera randomica, essendo quest’ultima una misura del nervosismo dei mercati, da una parte, e della sostanziale instabilità della materia gassosa che ormai regge gli scambi internazionali al prezzo di una notevole sofferenza della crescita. “Quando la liquidità di mercato è bassa gli investitori possono decidere di posporre le decisioni di investimento e la crescita economica ne soffre”. Viene meno, quindi il presupposto sulla base del quale è stato costruito l’incantesimo monetario.

A complicare la questione, la circostanza che la la liquidità, come tutte le entità pressoché metafisiche che governano il nostro discorso economico, è difficile da capire. Nei processi che la circolazione del denaro alimenta agisce una pluralità di operatori, ognuno dei quali segue logiche che possono andare in conflitto con quello che poi è il proposito della giostra: fare girare appunto i soldi. “L’appetito del rischio dei market maker (gli intermediari che consentono di effettuare gli scambi, ndr) – sottolinea – influenza la loro inclinazione agli scambi”. Se cioé una di queste entità, solitamente una banca d’affari, per questioni di regolazione più stringente o per semplice avversione al rischio, cessa di svolgere in maniera efficiente la sua funzione di intermediario, ciò che ne risente è la capacità del mercato finanziario di alimentare gli investimenti tramite il canale del credito. La liquidità evapora, appunto.

Altri fattori hanno reso più complesso il funzionamento della giostra. L’introduzione delle piattaforme elettroniche, che secondo il Fmi ha reso più efficienti i costi e la velocità delle transazioni (ma non si considera che queste piattaforme hanno chiari comportamenti prociclici), così come i larghi acquisti di bond pubblici da parte delle banche centrali, hanno ridotto la disponibilità di questi asset, spingendo gli investitori altrove.

Comunque sia, ne è risultata “una crescente fragilità nei mercati della liquidità”,  osserva Gaston Gelos, capo della divisione del Fmi che analizza la stabilità globale. Tale fragilità emerge anche nei mercati giudicati più stabili, come dimostrano gli episodi dell’ottobre 2014, che ha riguardato l’obbligazionario americano,   e quello dell’aprile 2015, che ha riguardato l’Europa. Col risultato che “se le condizioni finanziarie peggiorano o gli investitori si stancano di particolari categorie di asset, la liquidità può rapidamente evaporare”.

Segni in tal senso si osservano adesso nei mercati dei bond dei paesi emergenti. E poiché il contagio si comunica con estrema facilità da un mercato all’altro, ciò è sufficiente per coprendere che la bolla di aria calda sulla quale gira la giostra potrebbe semplicemente scoppiare, da un momento all’altro e senza preavviso.

“E’ cruciale che si continui con le riforme delle infrastrutture di mercato per aumentarne la resilienza – conclude Gelos. Al tempo stesso le banche centrali e i supervisori finanziari devono prepararsi per episodi di breakdown della liquidità”.

Quindi non si discute più del se.

Ma del quando.

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