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Debito pubblico, il mondo verso quota 100


L’ultimo update del Fiscal monitor pubblicato dal Fmi aggiorna il record di debito pubblico globale, che ormai veleggia verso il 100 per cento del prodotto interno lordo. Le ultime stime parlano del 98 per cento. Ma parliamo del 2020. E le prospettive del 2021 non sono certo migliori. Nelle stime elaborate dal Fmi, il debito/pil globale dovrebbe collocarsi al 99,5% quest’anno.

Non c’è da stupirsi troppo di questo livello di indebitamento, praticamente senza precedenti in tempo di pace, che nei paesi avanzati ha superato il 120 per cento del pil. A livello globale i governi hanno dovuto mettere sul piatto 14 trilioni di dollari per mitigare gli effetti della pandemia, facendo schizzare alle stelle il deficit e, di conseguenza, il totale dei debiti. Questi 14 trilioni sono stati utilizzati in parte per nuove spese (7,8 trilioni) e in parte (6 trilioni) per iniezioni di capitale e garanzie.

Nei paesi avanzati il deficit/pil del 2020 è stimato al 13,3 per cento, mentre negli emergenti al 10,3 e “appena” al 5,7 per cento nei paesi a basso reddito. Nei paesi avanzati il deficit è stato determinato sia dalle maggiori spese che dalle minori entrate fiscali. Il calo di queste ultime, indotto dal blocco di molte attività economiche, è stata la prima causa degli squilibri fiscali nei paesi emergenti come in quelli a basso reddito.

E poiché il Fmi suggerisce di continuare a supportare l’economia fino a quando l’emergenza sanitaria non consentirà una normale ripresa degli affari, il rischio concreto è che questa montagna di debiti salirà ulteriormente, lasciando sul campo la questione di come gestirla nel futuro prossimo.

A tal proposito, il Fmi incoraggia i paesi a usare questo supporto fiscale per facilitare la trasformazione green&digitale, qualunque cosa significhi, e al tempo stesso invita i paesi con alto debito a mettere in piedi un piano di medio termine credibile per gestire il ritorno dell’indebitamento a un livello più sostenibile.

Per il 2021 si prevede che diversi paesi inizino a serrare i rubinetti, anche se il calo del deficit dovrebbe arrivare per lo più dalla ripresa degli incassi fiscali, una volta che l’attività economica inizierà a riattivarsi. Ma poiché è assai probabile che serviranno ancora stimoli fiscali per non strozzare la ripresa sul nascere, lo scenario più probabile è quello che si vada verso la stabilizzazione del debito, almeno per i paesi avanzati. Gli emergenti e quelli a basso reddito dovranno probabilmente fare uno sforzo maggiore, per evitare di finire all’indice dei mercati.

Fra gli elementi che concorreranno a stabilizzare il debito, si segnalano i tassi di interesse, che rimanendo bassi, continueranno a diminuire il costo dell’indebitamento, alleggerendo quindi il deficit. Ma ciò malgrado i livelli generali di debito rimarranno ben oltre i livelli pre covid a lungo.

Detto in altri termini, “il debito pubblico continuerà a generare vulnerabilità elevate”.

Per questo servono strategie chiare da parte dei governi per far capire ai mercati che si sta lavorando per attenuare i rischi connessi a tali vulnerabilità. Al tempo stesso i policy maker devono ricordare che la gestione del rischio fiscale passa anche per quella delle numerose garanzie messo a sostegno del settore produttivo all’inizio della pandemia. Se queste garanzie dovessero venire esatte, il debito pubblico salirebbe ulteriormente, fino a rischiare di finire fuori controllo. E questa è l’ultima cosa che serve.