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La grande trasformazione della globalizzazione

Poiché ci avviciniamo alla fine anche di questa lunga stagione del blog, mi è sembrato utile riepilogare, prendendo a pretesto un lungo articolo apparso fra le pubblicazioni del Fmi, alcuni concetti chiave sulla globalizzazione, invenzione semantica recente alla quale corrisponde una pratica antica quanto l’uomo, ossia creare rotte di collegamento per scambiarsi beni e servizi.
Chi segue il blog sa già che non diciamo nulla di nuovo. Altrove abbiamo già illustrato, proponendo come esercizio storico le strade dell’ambra del tardo Neolitico, come tale tendenza sia inevitabilmente connessa con la nostra natura di individui, che si definiscono nella socialità e, di conseguenza, nello scambio, che in economia prende la forma del commercio.
Ne riparleremo nella prossima stagione del blog, quando inizieremo a discorrere delle radici del movente economico, che abbiamo esplorato qua e là in questi lunghi anni di scrittura ma che adesso dobbiamo provare a guardare nella loro fisionomia più profonda.
Il principio economico regola l’esistenza non perché, come pensava Marx, le strutture economiche esprimono quelle politiche, ma perché la nostra fisiologia e la biologia della vita seguono strategie economiche, ossia di utilizzo efficiente delle risorse scarse, per permanere.
L’articolo del Fmi, ovviamente, di tutto questo non parla. Gli autori fanno loro una visione molto diffusa – una sorta di vulgata – secondo la quale la globalizzazione consiste nei processi che collegano in una infrastruttura globale l’economia internazionale tramite un flusso di beni e servizi, tecnologia, idee e persone. Tutto ciò che può muoversi, insomma.
Nella vulgata del Fmi questo flusso dirompente è iniziato nel 1870. Ma chiunque abbia anche solo sfogliato la mia Storia della ricchezza, pubblicata l’anno scorso per Diarkos, sa che questa è una semplificazione ad uso dei consumatori.
Prendiamo per buona questa data d’inizio e andiamo avanti. L’apice della globalizzazione, secondo gli autori, si è raggiunto quando, con la caduta del muro di Berlino, la fine della politica dei blocchi ha permesso a questo flusso di cose di viaggiare a velocità e intensità crescenti, culminando nell’ingresso della Cina nel Wto che sembrava davvero fosse l’inizio della fine della storia, come all’epoca titola un fortunato libro di cui oggi nessuno ricorda più gli argomenti.
La rivoluzione tecnologica fece il resto. L’accresciuta velocità di calcolo aggiunse ulteriore spinta allo scambio delle informazioni, che poi sono la vera materia prima degli scambi internazionali, permettendo la creazione di un livello di ricchezza senza precedenti che ha consentito a miliardi di persone di emergere dalla povertà.
Al tempo stesso però si è scatenata una forte reazione, nella forma di una protesta strisciante di molta popolazione all’interno dei paesi avanzati, che, a ragione o torto, hanno iniziato a pensare di essere stati defraudati. Questo movimento, che ha fatto la fortuna degli ideatori del marchi No global, è degenerato rapidamente nel populismo che ha condotto alla Brexit del 2016 e oggi fa sentire i suoi strascichi nelle prossime elezioni americane, con pandemie e guerra a fare da detonatori di pulsioni che vorrebbero spezzare le catene (di valore) che tengono avvinto il mondo.
Sui lati negativi della Globalizzazione neanche il Fmi si risparmia, sostanzialmente riproponendo gli argomenti noti: aumento delle diseguaglianze, squilibri nella distribuzione della ricchezza fra capitale e lavoro, finanziarizzazione dell’economia che facilita le crisi e tutte quelle storie che ripetiamo (ascoltiamo) da vent’anni.
Il punto però non è tanto chiedersi cosa sia successo, ma dove siamo arrivati. E molti saranno sorpresi nell’apprendere che secondo le recenti metriche utilizzate per misurare la globalizzazione, “che esaminano la partecipazione alle catene del valore globali e al commercio di servizi, in particolare servizi digitali”, tutto questo gran rumore che si fa parlando di deglobalizzazione, slowbalisation e altre amenità giornalistica è frutto di percezione assai più che di misurazione.
Ecco che scrivono gli autori: “I prodotti scambiati contengono sempre più valore aggiunto proveniente da una varietà di paesi e settori a monte. La contabilizzazione di questo valore aggiunto incorporato è fondamentale per valutare l’integrazione commerciale e per identificare correttamente i settori di forza e debolezza relativa di ciascun paese. Un aumento globale del contenuto di valore aggiunto estero delle esportazioni da circa il 19 percento a metà degli anni ’90 al 28 percento nel 2022 indica un continuo approfondimento dell’integrazione commerciale”.
Morale della favola: la globalizzazione si trasforma e si approfondisce. Abbiamo la percezione che rallenti perché vediamo cose vecchie e non quelle nuove. Il nostro sguardo non è capace di catturare gli eventi perché è condizionato dal passato.
Questo non vuol dire che sia tutto rose e fiori. Le crepe, spiega il Fmi, esistono. Ma quelle, aggiungiamo noi, ci sono sempre state. Il problema è se le crepe vengono lette come elemento di rottura o di prologo dell’espansione. Ma di questo il Fmi ovviamente non parla.
