Etichettato: investimenti su AI e crescita Usa
Il debito privato alla base del boom dell’AI

Il fatto, nudo e semplice, è che la nuova passione del mondo – l’intelligenza artificiale – costa molto. Oltre ad essere notevolmente energivora, ha bisogno di un flusso costante di miliardi di dollari di investimenti per reggersi in piedi. E le aziende che sviluppano questa tecnologia lo sanno bene. E sanno ancora meglio che non possono deludere le aspettative dei mercati, che spiano ogni esitazione delle loro trimestrali. Finché i profitti reggono, la giostra gira: è sempre andata così. Chi c’era ricorderà lo sboom della bolla internet quando il mercato si rese conto che le mitiche imprese della new economy non fatturavano quanto promesso dalla presentazioni dei consulenti.
Oggi la storia è diversa, dicono gli osservatori. Intanto perché i profitti arrivano, almeno per adesso. E poi perché si osserva una fiducia crescente nel futuro di questa tecnologia. Ci credono talmente, gli agenti economici, che ormai l’AI è diventata una delle leve più evidenti della crescita, almeno negli Usa, e contribuisce non poco al commercio internazionale, che pure fra qualche fatica ancora resiste.

C’è un altro argomento che viene proposto dagli osservatori della Bis, che al tema del finanziamento dell’AI ha dedicato un interessante bollettino di recente, per sottolineare che non siamo ancora nella zona rossa del rischio crescente. Ossia il confronto fra il peso dell’AI sugli investimenti globali con altre destinazioni negli ultimi decenni.

Il grafico in alto a sinistra è molto istruttivo. Ci permette intanto di confrontare il boom di investimenti sull’AI con quello ad essi più affine degli anni ’90, sempre in America, sul mondo di internet, che, a occhio e croce, pesò circa il doppio di quello attuale su AI.
Gli altri due grafici mostrano come questi sboom facciano sentire il loro peso sulla crescita non solo dopo che la bolla esplode, ma anche anni dopo. Una cosa che è sempre meglio ricordare, quando si festeggiano i nuovi record di borsa.
Detto ciò, veniamo al punto saliente: cda dove arrivano questi miliardi che finanziano l’AI? Prima di rispondere a questa domanda, vale la pena osservare che le previsioni ipotizzano una “fame” crescente di risorse finanziarie da parte dei nostri bot. L’accumulazione nutre se stessa, come sempre accade nella storia.

La risposta che da la Bis a questa domanda non è delle più rassicuranti. “I prestiti erogati da fondi di credito privati ai settori legati all’IA sono cresciuti rapidamente, sia in termini assoluti che in percentuale sul totale dei volumi di credito privato. Gli importi dei prestiti in essere sono aumentati da quasi zero a
oltre 200 miliardi di dollari. La quota di prestiti privati alle aziende legate all’IA è aumentata da meno dell’1% del totale dei prestiti in essere a quasi l’8%. Stimiamo che il credito privato in essere alle aziende di IA potrebbe raggiungere circa 300-600 miliardi di dollari entro il 2030″.
In prospettiva, la situazione appare ancora non allarmante: “L’esposizione ai settori legati all’intelligenza artificiale rimane modesta per il fondo di credito privato medio. Ad oggi, circa il 20% di tutti i fondi di credito privati investe in settori legati all’intelligenza artificiale, in aumento rispetto al 5% del 2010. Tuttavia, per il fondo medio, i prestiti alle aziende legate all’intelligenza artificiale rappresentano ancora solo il 5% circa dei volumi totali, in aumento rispetto a quasi lo 0% nel 2010”.
Questo non toglie che ci siano preoccupazioni che crescono all’aumento dell’esposizione di questo settore, naturalmente opaco, al business del secolo. E’ come se avessimo affidato il futuro prossimo della nostra economia a prestatori dei quali si ignorano molti fondamentali. Un fondo di private credit non è una banca, insomma, che deve seguire alcune regola prudenziali. E’ una di quelle entità, definite non banche, che però hanno finito col giocare un ruolo rilevante nella nostra economia. Meglio ricordarlo.
