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La globalizzazione emergente. La faglia di Internet


Per una di quelle coincidenze che fanno la gioia dei cacciatori di singolarità storiche il “giorno zero” di Internet – quando vale a dire il primo messaggio informatico venne inviato da un computer a un altro della rete statunitense – viene comunemente indicato nel 29 ottobre 1969, esattamente quarant’anni dopo il crack della borsa di New York, col quale Internet non ha nulla a che vedere salvo che per il fatto che ha cambiato la storia del mondo.

Questo cambiamento non è soltanto visibile dallo stile di vita che ormai conduciamo tutti, dove la rete globale ha un posto d’onore, visto che vi passa una quantità crescente delle nostre attività e del nostro tempo, ma è visibile innanzitutto osservando come ormai il vero shift of power che si sta consumando nel XXI secolo non passi più – o almeno non solo – dalla realtà territoriale, ma operi attraverso quella che ormai si chiama cloud.

Approfondiremo nei seguiti di questo nuovo mini-saggio, dedicato alle questioni che ruotano attorno al futuro di internet. Intanto vale la pena osservare la competizione globale che si sta svolgendo da diversi anni sulla governance della rete, partendo da una mappa prodotta da un paper sudcoreano del 2014 che rappresenta icasticamente la situazione.

Chiunque segua le relazioni internazionali, noterà come questa mappa – aldilà della ragioni che l’hanno originata che approfondiremo – esprime perfettamente la spaccatura politica emersa nel confronto fra quella che abbiamo chiamato globalizzazione emergente e quella atlantica, di marca statunitense, che regola al momento gran parte della nostra vita.

Un gruppo di stati emergenti, in sostanza, cerca di creare un nuovo equilibrio multipolare che sfida l’egemonia statunitense. E tale sfida – si pensi al progetto cinese della digital silk road – non può certo trascurare il settore trainante della modernità, con tutte le afferenze che ormai porta con sé nell’organizzazione delle società. Internet è la faglia non solo capace di creare un terremoto fra gli stati, ma anche di generare uno sconvolgimento nel modo in cui il potere finora ha organizzato se stesso.

Per comprendere bene la portata della sfida in corso, è opportuno fare un po’ di storia. Dopo quel lontano 1969 i computer accademici finirono collegati all’Advance Research Projects Agency (Arpa), che nel 1972 divenne il Darpa, incaricato di far ricerca per il dipartimento della difesa americana. Da lì in poi trascorse quasi un ventennio durante il quale quella che diventerà la rete Internet rimase sotto il controllo del governo federale, fino a quando, agli inizi degli anni ’90, non fu aperta al settore privato, segnando l’inizio dell’epopea che ci ha condotto all’oggi. Chi era già adulto nei primi anni ’90 ricorderà l’emozione di trovarsi davanti i primi archivi, ancora solo testuali, che inauguravano l’epoca della condivisione globale di molte informazioni fino ad allora custodite in database inaccessibili per i comuni mortali. Fu un periodo di grandi speranze e molte esagerazioni.

La nascita di Internet ha ovviamente portato con sé il problema della sua governance, tema molto delicato perché impatta sia sulla realtà territoriale – si pensi alla cybersicurezza – che su quella virtuale: il modo in cui organizzo la rete può cambiare sostanzialmente i modelli di business delle entità che vi operano all’interno. Non è certo un caso che ormai Internet sia entrato a far parte di molti ragionamenti geopolitici e che esistano anche pubblicazioni dedicate.

In una di queste leggiamo come si sia evoluta nel tempo la governance di Internet e soprattutto come siamo arrivati al punto di inizio di questo piccolo saggio: una sostanziale polarizzazione di posizioni che ricalcano senza mezzi termini la sfida geopolitica in corso per la costruzione di nuovi percorsi di globalizzazione e quindi il futuro della rete, che della globalizzazione è una delle coordinate, dove la “versione” statunitense, che conosciamo tutti, si confronta sempre più con quella cinese in costruzione, alimentando notevoli preoccupazioni da parte di osservatori più o meno interessati, e numerose domande a livello internazionale che alimentano molta incertezza sul futuro della rete.

Ma torniamo un attimo indietro. La cooptazione del settore privato nella gestione della rete globale degli anni ’90 condusse al primo modello di governance che puntava a ridurre – ma non certo far scomparire – il ruolo statale. L’ingresso dei privati non portò soltanto come conseguenza che questo settore pensò giustamente a fare il proprio interesse, ma diede spazio a una serie di istanze vagamente utopistiche e libertarie che chi ha qualche capello grigio ricorderà sicuramente e che ancora oggi vivacchiano ai margini della rete, dopo aver celebrato la propria epifania con la creazione di bitcoin nel 2008.

Per intuire il clima dell’epoca basta ricordare la “Dichiarazione di indipendenza del cyberspazio”, pubblicata nel 1996 contro “gli stanchi giganti di carne e acciaio” da John Perry Barlow. Erano gli anni in cui si pensava che Internet avrebbe non solo cambiato, ma addirittura migliorato il mondo. Gli anni che prepararono la grande bolla hi tech che stravolse i mercati agli inizi del XXI secolo, costringendo la Fed a metterci una costosissima toppa. Un al ’29 sfiorato, si potrebbe dire, che ci ha portato dopo una brevissima Belle époque nei primi anni del XXI secolo al redde rationem del 2008.

Quei tempi generano un modello di governance della rete, che ancora in larga parte vale anche oggi, definito come multi-stakeholder, ossia basato su molti portatori di interessi, il primo dei quali era – e ovviamente non a caso – il governo americano. Alla politica di potenza territoriale, cui corrispondeva una meccanismo di globalizzazione targato a stelle&strisce, con gli alleati a far la coda del pavone (Canada, Australia, Giappone e Unione europea), corrispondeva di fatto una politica di potenza digitale, graziosamente condivisa con numerosi soggetti dell’industria privata, della società civile e organizzazioni internazionali e intergovernative.

Questi gruppi di interesse hanno gestito lo sviluppo del software, dei protocolli e dell’hardware infrastrutturale – la “dorsale” di Internet” – trovando nell’Icann (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers) uno dei luoghi più strategici dove i vari interesse arrivavano a composizione. Tecnicamente l’Icann era una società no-profit, fondata nel 1998 in California, sponsorizzata dal governo americano. Non più però dal dipartimento delle difesa, ma da quello del commercio. Sottile sfumatura che ricorda il vecchi adagio, per cui la spada traccia il solco e l’aratro lo approfondisce.

La funzione dell’Icann è squisitamente tecnica, ma sostanzialmente politica. In sostanza traduce le parole in numeri binari per indirizzare le richieste degli utenti verso gli indirizzi di destinazione. Quindi deve garantire che questa traduzione sia univoca per consentirci di arrivare alla una qualunque pagina web quando digitiamo l’indirizzo sul browser. Ciò significa che garantisce l’unicità del nome di un dominio. Non ci possono essere due thewalkingdebt.org, insomma (anche perché è inimitabile).

Oltre a questo l’Icann assegna i nomi dei domini di primo livello (Top Level Domain, TLD) che generano i vari suffissi (.org, .com, eccetera), e poi gestisce l’assegnazione dei root name server, ossia dei server che consentono di raggiungere il dominio desiderato. Dulcis in fundo, Icann regola l’assegnazione dei blocchi di indirizzi IP (Internet protocol) che servono a identificare sulla rete i dispositivi collegati. Pure senza bisogno di essere esperti di informatica, si capisce che Icann gestisce il giocattolo e lo fa funzionare.

Questione tecnica, quindi, Ma anche politica, Come è stato molto opportunamente ricordato c’è molto di politico quando siamo chiamati a decidere se il dominio United.com sia da assegnare alla United Airlines, alla United Emirates Airlines, o al Manchester United. Se queste tre società entrano in conflitto sulla titolarità del dominio chi dovrà decidere a chi assegnarlo? Icann. E a chi si rivolse un tribunale americano quando chiese di sottrarre per ritorsione all’Iran il suffisso .ir? Sempre all’Icann.

L’evidenza politica dei Tld è ancora più ovvia quando si pensa che uno stato territoriale, magari frutto di una secessione dopo una guerra civile, può ottenere il suo Tdl, che qualifica la sua esistenza come entità statuale nello spazio web, ancor prima che magari lo riconoscano altri stati.

Per quanto Icann fosse stato creato per allontanare con uno schermo tecnico gli Usa da Internet, divenne subito chiaro che lo schermo era troppo trasparente per celare il gigante americano che comunque continuava a tenere le fila del gioco. La neutralità della rete non lo era nei confronti del suo creatore, e sarebbe strano il contrario. E tuttavia rimase tutto così fino al 2016, quando la National Telecommunication and Information Administration (Ntia), che fa riferimento al dipartimento del commercio statunitense, cessò la sua influenza sull’Icann. Ma non fu certo un atto di liberalità. Nel mondo intanto si era verificata una piccola catastrofe informativa. Che ovviamente passava da Internet.

(1/segue)

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