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La globalizzazione emergente. La “nazionalizzazione” di Internet


Nulla come la storia della governance di Internet è prodiga di insegnamenti per chiunque voglia ascoltarli. Soprattutto rappresenta icasticamente cosa succede a un ordine globale, che si basa su un’egemonia non dichiarata ma sostanziale, quando l’egemone in carica, per le ragioni più svariate, cede il timone: l’unità si frammenta in pluralità. Per dirla con parole semplici: l’internazionalismo tende a recedere verso il nazionalismo.

Il fatto che ciò sia accaduto nel luogo principe dell’internazionalismo, ossia la rete, dovrebbe farci riflettere. La globalizzazione emergente, se mai riuscirà a imporsi, non sarà meno globale di quella che stiamo vivendo adesso. Sarà semplicemente basata su molti centri di potere. Un po’ com’era prima del 1914. Persino i centri di potere di allora somigliano a quelli che sgomitano oggi per emergere, con la vistosa eccezione della Cina, che però ricorda la Germania della Belle époque, così come gli Usa sembra interpretino la Gran Bretagna. Non state a fare gli scongiuri: la storia per fortuna, pur somigliandosi, non si ripete. Per questo è utile ricordarla.

Ma torniamo alla nostra storia. A cambiare le carte in tavola nel Grande Gioco di Internet, secondo quanto raccontano gli osservatori, fu un evento imprevisto che nulla aveva a che vedere direttamente con la questione, ma che fece emergere in tutta la sua drammatica chiarezza quale fosse la posta in gioco: il caso Snowden esploso nel 2013, un anno dopo la rottura che si era consumata in sede internazionale sulle regole delle telecomunicazioni.

La notizia, diffusa da Edward Snowden, che l’NSA statunitense spiava mezzo mondo investì come una valanga le compagnie internet Usa, accusate senza mezzi termini di collaborare con il governo per queste attività. Tutti sapevano – o quantomeno sospettavano – che il Re fosse nudo. Ma ben altro effetto provocò osservarlo direttamente.

L’ondata di discredito che investì gli Stati Uniti costrinse il governo a rivedere le regole del gioco. La gestione dell’Icann doveva essere globalizzata, e questo percorso iniziava dalla rinuncia al potere di amministrazione, che derivava dal Dipartimento del commercio, sulle sue attività.

Il primo segnale in tal senso fu dato nel 2013, quando a Montevideo i rappresentati di Icann e di altre organizzazioni a capo della governance della rete si dissero favorevoli alla condivisione della governance a livello globale. Questo processo durò un triennio, alla fine del quale il governò Usa completò la sua separazione da Icann, rinunciando così di fatto ad esercitare la sua egemonia sulla globalizzazione di Internet.

Ciò che seguì era facilmente prevedibile. La natura ha orrore del vuoto, insegnano i filosofi. E ancor più il potere ha orrore del vuoto politico, che infatti fu rapidamente riempito. Le forze, già ben sviluppate, come abbiamo visto, della globalizzazione emergente di Internet, trovarono facilmente lo spazio per esprimere la tendenza a “regionalizzare” il controllo della rete o quantomeno a far valere la loro posizione nelle questioni che ne riguardavano il futuro.

Il pretesto, ovviamente, fu quello della sicurezza. Il caso Snowden diede spazio a una serie di rivendicazioni che spinsero gli stati a “blindare” i propri territori dalle “incursioni” nemiche, ormai vissute anche come semplice dipendenza dalle tecnologie estere – si pensi alla guerra scatenata dal governo Usa a Huawei nel 2019 – ma anche per il pieno controllo delle informazioni che tramite internet arrivano al paese.

Da ciò derivò l’aumento delle norme con le quali i governi si riservano il diritto di bloccare il flusso internet quando lo ritengano opportuno , o che danno loro la possibilità di “filtrare” i contenuti. Uno dei sistemi più noto è il Great Firewall cinese, che in pratica “isola” il paese dal resto del mondo a discrezione del governo.

Ma la Grande Muraglie informatica cinese non è l’unico esempio di come un governo possa interferire con la rete. Gli osservatori raccontano che nei primi sei mesi del 2017 Google, Facebook e Twitter hanno ricevuto 114.169 richieste di rimozione di contenuti da 78 stati e 179.180 richieste di informazioni su utenti da altri 110 governi. Altri paesi tendono a “regionalizzare” le infrastrutture. Come ha fatto la Bank of India nel 2018, quando ha chiesto ai gestori internazionali di pagamenti di conservare su server localizzati in India le informazioni processate. Né sono mancate iniziative potenzialmente distruttive sull’unità della rete globale, come la proposta cinese chiamata DNS extension for autonomous Internet, che si proponeva di regionalizzare i domini di primo livello (i TLD), togliendo questo compito all’Icann. La proposta, che avrebbe significato frammentare l’unitarietà dell’infrastruttura, non è stata accettata, ma il fatto che ci abbiano provato la dice lunga.

“Nazionalizzare” ciò che nasce internazionale è il sogno dei governi, specie di quelli che hanno capito che lo shift of power ormai non si esprime più sul territorio, ma nella cloud. La Cina l’ha capito benissimo, ed è per questo che sta lavorando molto profondamente sul web. Non solo tecnicamente.

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Puntata precedente. La guerra dei mondi (virtuali)

La globalizzazione emergente. La guerra dei mondi (virtuali)


Sul futuro di Internet, ossia sul modo in cui scambieremo i dati in futuro, è più che comprensibile si siano scatenati una pletora di interessi che sono naturalmente economici e politici e perciò riguardano la geografia del potere prossimo venturo. La faglia di internet separa sempre più profondamente un certo modo di considerare la rete, quello originario – quindi statunitense – da un altro che lentamente vuole emergere e che trova la Cina all’avanguardia non solo per la sua notevole spesa tecnologica, che in pochi anni ma partorito dei campioni globali come Huawei, ma anche per la visione politica che tale tecnologia incorpora, e che sembra fatta apposta per alimentare le peggiori distopie che abbiamo visto al cinema.

Tale confronto, aldilà di come ogni parte lo racconti, ha finito col trovare nell’Onu uno dei punti di contatto – e quindi di frizione – finendo col coinvolgere aspetti estremamente tecnici che per questa ragione rimangono lontani dagli occhi dei cittadini, del tutto ignari della guerra dei mondi, per fortuna ancora solo virtuali, che sta covando dietro lo schermo dei loro smartphone.

Per cominciare a farcene un’idea dobbiamo riprendere la storia da dove l’abbiamo lasciata, ossia dal ruolo che Icann, ancora sotto l’egida statunitense, ha svolto nel corso di tutti gli anni Novanta del XX secolo e nei primi dieci del XXI, per la gestione tecnica – e quindi inevitabilmente politica – di Internet.

Per tutto questo periodo, il modello multi-stakeholder, icasticamente rappresentato da questa entità alla quale partecipavano vari soggetti, ma con il dipartimento del Commercio Usa a fare il bello e il cattivo tempo, ha rappresentato lo standard di riferimento. Pure quando l’economia favoriva l’emersione di paesi ai quali – evidentemente – stava sempre più stretta l’egemonia americana sulla rete. A guidare questa sorte di fronda con l’internet “americana” troviamo Russia e Cina, che proprio sul digitale testarono la loro entente cordiale che fino ad oggi caratterizza molte delle loro relazioni.

Questi paesi, cui molto rapidamente si aggregarono altri, lamentavano da un lato la scarsa sicurezza della rete Internet e dall’altro il modello di governance. E per manifestare il loro dissenso colsero l’occasione del WSIS, vertice organizzato dall’International Telecommunication Union (Itu), l’agenzia delle Nazioni Unite responsabile per la definizione di standard internazionali per le telecomunicazioni, che si svolse in due separati incontri a Ginevra, nel 2003, e a Tunisi, nel 2005. Fu proprio a quest’ultimo che a un certo punto il Brasile – erano gli anni in cui furoreggiavano i BRICS – decise di denunciò il ruolo eccessivo che giocavano gli Usa all’interno dell’Icann. Il delegato brasiliano, ricordano gli osservatori, lamentò le “disuguaglianze politiche che si manifestano nell’impossibilità dei Paesi in via di sviluppo di
influenzare il processo di decision-making”.

Fu un precedente che nell’arco di pochi anni svolse i suoi effetti che divennero visibili in occasione della World Conference on International Telecommunications (Wcit) chiusa a Dubai il 14 dicembre del 2012. La conferenza, organizzata dall’Itu, aveva come obiettivo di ridefinire il regolamento delle relazioni internazionali (ITR), che risaliva al 1988, quando ancora Internet in pratica non c’era.

Qui si fece avanti una coalizione di stati, guidata da Russia e Cina, favorevoli, come è stato scritto, “alla definizione di un più chiaro e prominente ruolo dello stato nazione nell’Internet governance”, che si opponeva a un secondo gruppo che voleva mantenere lo status quo con dentro gli Stati Uniti e i suoi alleati. La globalizzazione emergente faceva capolino nel mondo delle telecomunicazioni, provando a “spiazzare” gli incumbent. Un fatto che ricorda la coalizione ordita dai tedeschi, ai tempi della Germania guglielmina, per spiazzare lo standard radio imposto dalla Gran Bretagna. Uno dei modi con i quali le potenze emergenti cercano di recuperare il vantaggio degli incumbent è tramite la formazione di nuovi standard, e questo spiega perché la Cina abbia annunciato da tempo il suo Standard China 2035, che si propone proprio di innovare molto della trama degli standard internazionali, a cominciare proprio da quello della telecomunicazioni.

A Dubai non finì bene. Gli stati non riuscirono a trovare un’intesa e i due blocchi rimasero distinti e distanti: 89 paesi stavano con Russia e Cina, altri 55 con gli Usa.

Il documento finale non fu firmato. La coalizione guidata da Russia e Cina aveva proposto – non certo a caso – che fosse l’Itu a prendere il posto dell’Icann nella gestione di Internet. Un modo neanche troppo velato per spostarsi da un modello multi-stakeholder a un modello multi-statale, per giunta in un contesto – l’Onu appunto – dove Russia e Cina dispongono di un notevole potere di interdizione. La guerra dei mondi ormai era dichiarata. Adesso bastava una semplice scintilla per farla deflagrare.

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Puntata precedente. La faglia di Internet

La globalizzazione emergente. La faglia di Internet


Per una di quelle coincidenze che fanno la gioia dei cacciatori di singolarità storiche il “giorno zero” di Internet – quando vale a dire il primo messaggio informatico venne inviato da un computer a un altro della rete statunitense – viene comunemente indicato nel 29 ottobre 1969, esattamente quarant’anni dopo il crack della borsa di New York, col quale Internet non ha nulla a che vedere salvo che per il fatto che ha cambiato la storia del mondo.

Questo cambiamento non è soltanto visibile dallo stile di vita che ormai conduciamo tutti, dove la rete globale ha un posto d’onore, visto che vi passa una quantità crescente delle nostre attività e del nostro tempo, ma è visibile innanzitutto osservando come ormai il vero shift of power che si sta consumando nel XXI secolo non passi più – o almeno non solo – dalla realtà territoriale, ma operi attraverso quella che ormai si chiama cloud.

Approfondiremo nei seguiti di questo nuovo mini-saggio, dedicato alle questioni che ruotano attorno al futuro di internet. Intanto vale la pena osservare la competizione globale che si sta svolgendo da diversi anni sulla governance della rete, partendo da una mappa prodotta da un paper sudcoreano del 2014 che rappresenta icasticamente la situazione.

Chiunque segua le relazioni internazionali, noterà come questa mappa – aldilà della ragioni che l’hanno originata che approfondiremo – esprime perfettamente la spaccatura politica emersa nel confronto fra quella che abbiamo chiamato globalizzazione emergente e quella atlantica, di marca statunitense, che regola al momento gran parte della nostra vita.

Un gruppo di stati emergenti, in sostanza, cerca di creare un nuovo equilibrio multipolare che sfida l’egemonia statunitense. E tale sfida – si pensi al progetto cinese della digital silk road – non può certo trascurare il settore trainante della modernità, con tutte le afferenze che ormai porta con sé nell’organizzazione delle società. Internet è la faglia non solo capace di creare un terremoto fra gli stati, ma anche di generare uno sconvolgimento nel modo in cui il potere finora ha organizzato se stesso.

Per comprendere bene la portata della sfida in corso, è opportuno fare un po’ di storia. Dopo quel lontano 1969 i computer accademici finirono collegati all’Advance Research Projects Agency (Arpa), che nel 1972 divenne il Darpa, incaricato di far ricerca per il dipartimento della difesa americana. Da lì in poi trascorse quasi un ventennio durante il quale quella che diventerà la rete Internet rimase sotto il controllo del governo federale, fino a quando, agli inizi degli anni ’90, non fu aperta al settore privato, segnando l’inizio dell’epopea che ci ha condotto all’oggi. Chi era già adulto nei primi anni ’90 ricorderà l’emozione di trovarsi davanti i primi archivi, ancora solo testuali, che inauguravano l’epoca della condivisione globale di molte informazioni fino ad allora custodite in database inaccessibili per i comuni mortali. Fu un periodo di grandi speranze e molte esagerazioni.

La nascita di Internet ha ovviamente portato con sé il problema della sua governance, tema molto delicato perché impatta sia sulla realtà territoriale – si pensi alla cybersicurezza – che su quella virtuale: il modo in cui organizzo la rete può cambiare sostanzialmente i modelli di business delle entità che vi operano all’interno. Non è certo un caso che ormai Internet sia entrato a far parte di molti ragionamenti geopolitici e che esistano anche pubblicazioni dedicate.

In una di queste leggiamo come si sia evoluta nel tempo la governance di Internet e soprattutto come siamo arrivati al punto di inizio di questo piccolo saggio: una sostanziale polarizzazione di posizioni che ricalcano senza mezzi termini la sfida geopolitica in corso per la costruzione di nuovi percorsi di globalizzazione e quindi il futuro della rete, che della globalizzazione è una delle coordinate, dove la “versione” statunitense, che conosciamo tutti, si confronta sempre più con quella cinese in costruzione, alimentando notevoli preoccupazioni da parte di osservatori più o meno interessati, e numerose domande a livello internazionale che alimentano molta incertezza sul futuro della rete.

Ma torniamo un attimo indietro. La cooptazione del settore privato nella gestione della rete globale degli anni ’90 condusse al primo modello di governance che puntava a ridurre – ma non certo far scomparire – il ruolo statale. L’ingresso dei privati non portò soltanto come conseguenza che questo settore pensò giustamente a fare il proprio interesse, ma diede spazio a una serie di istanze vagamente utopistiche e libertarie che chi ha qualche capello grigio ricorderà sicuramente e che ancora oggi vivacchiano ai margini della rete, dopo aver celebrato la propria epifania con la creazione di bitcoin nel 2008.

Per intuire il clima dell’epoca basta ricordare la “Dichiarazione di indipendenza del cyberspazio”, pubblicata nel 1996 contro “gli stanchi giganti di carne e acciaio” da John Perry Barlow. Erano gli anni in cui si pensava che Internet avrebbe non solo cambiato, ma addirittura migliorato il mondo. Gli anni che prepararono la grande bolla hi tech che stravolse i mercati agli inizi del XXI secolo, costringendo la Fed a metterci una costosissima toppa. Un al ’29 sfiorato, si potrebbe dire, che ci ha portato dopo una brevissima Belle époque nei primi anni del XXI secolo al redde rationem del 2008.

Quei tempi generano un modello di governance della rete, che ancora in larga parte vale anche oggi, definito come multi-stakeholder, ossia basato su molti portatori di interessi, il primo dei quali era – e ovviamente non a caso – il governo americano. Alla politica di potenza territoriale, cui corrispondeva una meccanismo di globalizzazione targato a stelle&strisce, con gli alleati a far la coda del pavone (Canada, Australia, Giappone e Unione europea), corrispondeva di fatto una politica di potenza digitale, graziosamente condivisa con numerosi soggetti dell’industria privata, della società civile e organizzazioni internazionali e intergovernative.

Questi gruppi di interesse hanno gestito lo sviluppo del software, dei protocolli e dell’hardware infrastrutturale – la “dorsale” di Internet” – trovando nell’Icann (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers) uno dei luoghi più strategici dove i vari interesse arrivavano a composizione. Tecnicamente l’Icann era una società no-profit, fondata nel 1998 in California, sponsorizzata dal governo americano. Non più però dal dipartimento delle difesa, ma da quello del commercio. Sottile sfumatura che ricorda il vecchi adagio, per cui la spada traccia il solco e l’aratro lo approfondisce.

La funzione dell’Icann è squisitamente tecnica, ma sostanzialmente politica. In sostanza traduce le parole in numeri binari per indirizzare le richieste degli utenti verso gli indirizzi di destinazione. Quindi deve garantire che questa traduzione sia univoca per consentirci di arrivare alla una qualunque pagina web quando digitiamo l’indirizzo sul browser. Ciò significa che garantisce l’unicità del nome di un dominio. Non ci possono essere due thewalkingdebt.org, insomma (anche perché è inimitabile).

Oltre a questo l’Icann assegna i nomi dei domini di primo livello (Top Level Domain, TLD) che generano i vari suffissi (.org, .com, eccetera), e poi gestisce l’assegnazione dei root name server, ossia dei server che consentono di raggiungere il dominio desiderato. Dulcis in fundo, Icann regola l’assegnazione dei blocchi di indirizzi IP (Internet protocol) che servono a identificare sulla rete i dispositivi collegati. Pure senza bisogno di essere esperti di informatica, si capisce che Icann gestisce il giocattolo e lo fa funzionare.

Questione tecnica, quindi, Ma anche politica, Come è stato molto opportunamente ricordato c’è molto di politico quando siamo chiamati a decidere se il dominio United.com sia da assegnare alla United Airlines, alla United Emirates Airlines, o al Manchester United. Se queste tre società entrano in conflitto sulla titolarità del dominio chi dovrà decidere a chi assegnarlo? Icann. E a chi si rivolse un tribunale americano quando chiese di sottrarre per ritorsione all’Iran il suffisso .ir? Sempre all’Icann.

L’evidenza politica dei Tld è ancora più ovvia quando si pensa che uno stato territoriale, magari frutto di una secessione dopo una guerra civile, può ottenere il suo Tdl, che qualifica la sua esistenza come entità statuale nello spazio web, ancor prima che magari lo riconoscano altri stati.

Per quanto Icann fosse stato creato per allontanare con uno schermo tecnico gli Usa da Internet, divenne subito chiaro che lo schermo era troppo trasparente per celare il gigante americano che comunque continuava a tenere le fila del gioco. La neutralità della rete non lo era nei confronti del suo creatore, e sarebbe strano il contrario. E tuttavia rimase tutto così fino al 2016, quando la National Telecommunication and Information Administration (Ntia), che fa riferimento al dipartimento del commercio statunitense, cessò la sua influenza sull’Icann. Ma non fu certo un atto di liberalità. Nel mondo intanto si era verificata una piccola catastrofe informativa. Che ovviamente passava da Internet.

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