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La variabile geopolitica del debito globale


Fra i numerosi rischi censiti dal Global risk report presentato nell’ambito del World economic forum a Davos, vale la pena ricordarne uno che di rado trova ospitalità nelle nostre cronache, come sempre afflitte da vista corta e autocentrata. Quella che potremmo chiamare la variabile geopolitica del debito globale. Questione tanto importante quanto trascurata.

I dati raccolti nel rapporto ci dicono che al momento circa 54 paesi nel mondo sono in affanno per questioni legate all’eccessivo indebitamento, e questo malgrado il Fmi abbia concesso prestiti d’emergenza per oltre 650 miliardi. Questi paesi rappresentano appena il 3 per cento dell’economia globale, ma ospitano il 18 per cento della popolazione mondiale e esprimono più del 50 per cento delle popolazioni che vivono in condizioni di povertà. Sono gli ultimi della terra che non riescono non dico a diventare primi, ma almeno a risollevarsi.

Sono quelli maggiormente a rischio, visto che i timori che innescano fughe di capitali e aumento del costo del debito si scaricano su di loro assai prima che sugli altri. Sono perciò terreno ideale di predazione per i paesi che dispongano di capitali e abbiano le idee chiare su come utilizzarli. La Cina, ad esempio, non a caso divenuta una dei maggiori prestatori a questi paesi in difficoltà, surclassando le istituzioni internazionali deputate agli aiuti internazionali.

Non serve aggiungere molto altro. I paesi più bisognosi, che sono peraltro gli stessi dove aumenta la popolazione, sono diventati un target della geopolitica, oggi più che mai di fronte a due diversi modelli di organizzazione del potere: uno autocratico e l’altro liberal-democratico.

Il bisogno espone queste popolazioni non solo al rischio finanziario, che in fondo è gestibile. Ma a un altro assai più insidioso che i paesi più avanzati non dovrebbero sottovalutare. Quello di essere cooptati in sistemi politici basati su un crescente controllo, che facilmente tracima dalle questioni economiche a quelle sociali. E poiché queste popolazioni molto presto saranno ben oltre la metà di quella globale, chi crede nel principio di maggioranza dovrebbe iniziare a temere per le proprie libertà.

Chi pensa che sia sufficiente frenare l’immigrazione dei bisognosi per difendere il proprio benessere commette un errore di prospettiva. Le persone forse si possono fermare, e si può discutere se questo sia giusto. Le idee no. E sono le idee a fare la storia.

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