La Maginot francese e il dispotismo Euro-asiatico


Più che di Cipro sarebbe saggio preoccuparsi della Francia. Che i Piigs (anzi, i Piigsc) siano la palla al piede dell’Eurozona è cosa nota, e neanche vale più la pena provare a confutare la vulgata (quantomeno ingenerosa, per non dire disinformata) che individua nelle nostre debolezze la forza del resto d’Europa.

Si fa servizio più utile alla comprensione dello spirito del tempo, di cui l’economia è solo una declinazione, andandosi a leggere l’ultimo Economic Surveys dedicato dall’Ocse alla Francia, questo strano paese che non è Nord Europa, ma neanche ancora Sud. Che ha un Pil di quasi 2.000 miliardi di euro nel 2011, ma che è cresciuto negli ultimi cinque anni di appena lo 0,4% medio a fronte dello 0,8% dell’area Ocse. Che ha una popolazione di circa 63 milioni di abitanti dei quali gli over 65 sono di poco inferiori (il 17,4%) degli under 15 (18,4%). Che ha una spesa pubblica sul Pil che nel 2011 ha superato il 56%, contro una media del 45%, con uno stock di debito ormai sulla soglia del 100% sul Pil, a fronte di una media Ocse del 90,2.

Come se non bastasse, i conti esteri del gigante francese non sono per nulla allegri. Il saldo del conto corrente è negativo per il 2% del Pil (a fronte di una media Ocse di -0,7%) mentre era positivo di due punti di Pil nel 1998, e la posizione netta degli investimenti è negativa per il 10,7%. L’export pesa il 26,9% sul Pil (media Ocse 52,7), l’import il 29,7. Tale sbilancio commerciale, il peggiore dell’Eurozona, genera un debito estero in costante aumento, da cui deriva un’altro primato della Francia.

A un alto debito pubblico e a un rilevante debito estero si aggiunge anche un debito privato importante che, rileva l’Ocse, “è cresciuto notevolmente da un livello basso”. Quello delle famiglie è cresciuto esponenzialmente dal 2002 in poi e ora sfiora quasi il 60% del Pil (era poco più del 30% prima dell’euro). Quello delle aziende non finanziarie è cresciuto di meno ma ha comunque superato il 60% del Pil in valore (a fronte del 50% del 1998).

Se poi andiamo a vedere il sistema bancario, l’Ocse nota che è ancora molto esposto verso i paesi del Sud Europa, compresa l’Italia. Nel dettaglio, il sistema bancario a fine 2012 risulta esposto per crediti pari al 19,4% del Pil, di cui il 12,4 relativi a prestiti concessi all’Italia. Nel 2007 le banche francesi avevano prestiti in Italia per il 17,3% del Pil, con un picco di 18,1 raggiunto a fine 2009. Appena due anni dopo tale esposizione si era ridotta al 12,3%, quasi sei punti di Pil in meno. E le cronache ci ricordano le grandi difficoltà affrontate durante la crisi dal sistema bancario francese.

I guai finanziari della Francia non finiscono qui. L’Ocse ricorda molto opportunamente che il sistema bancario transalpino dovrà ricorrere a un robusto funding (leggi raccolta di prestiti) per finanziare il suo grande debito sistemico. La raccolta prevista nel biennio 2013-2014 è di 131 miliardi di euro. Questo a fronte di bilanci gonfi di asset pressoché triplicati dal 2000.

Diagnosi: la Francia soffre di evidente fragilità finanziaria, sia sul versante interno che estero, sia sul versante del debito pubblico che privato.

Una tale stato delle finanze deve pure fare i conti con un mercato immobiliare inceppato, con prezzi in forte calo dal 2011 e previsti in calo ulteriore, ma soprattutto con un mercato del lavoro molto particolare, con tasse sul lavoro seconde per incidenza solo a quelle del Belgio e un’incidenza del peso dei contributi sociali che sfiora il 16% del Pil: il terzo primato della Francia.

Il quarto primato, sempre sul lavoro, ce l’ha il livello dei salari. Il salario minimo francese, che adesso quota circa nove euro l’ora, è l’unico cresciuto costantemente dal 1980 al 2010 dell’intera Ocse, a fronte di una produttività declinante. Questo a fronte di relazioni sindacali che l’Ocse giudica “di non buona qualità” perché troppo invasive e poco cooperative.

A fronte di questi primati ce n’è un altro in preparazione: quello della disoccupazione. Il mercato del lavoro francese è sempre più duale, diviso cioé fra i lavoratori precari e quelli ultragarantiti (vi ricorda qualcosa?), e ormai il tasso di disoccupazione è in crescita costante dal 2008, quando era poco sopra il 7%, e ha superato il 10%. La disoccupazione giovanile (15-24 anni) è sopra il 24% (peggio della nostra), quella della classe fra i 25-49 anni intorno al 9%, quella degli ultracinquantenni al 7%. I più anziani, quindi, sono quelli più garantiti. Non vi sentite a casa?

E qui si apre un altro problema rilevante: la previdenza. La Francia spende il 12% della sua corposa spesa sociale per pagare pensioni, e un altro 8% per la sanità. L’incidenza della spesa pensionistica sul Pil in Francia è seconda solo alla nostra. Un altro primato mancato.

Ciliegina sulla torta, il sistema scolastico. “Le disuguaglianze in termini di livello di istruzione hanno raggiunto
un livello preoccupante – scrive l’Ocse – , e l’influenza dell’origine sociale sul rendimento scolastico è uno delle più rilevanti fra i paesi Ocse”.

Diagnosi: la società francese è divisa fra adulti, garantiti, e una quota crescente di giovani senza prospettive. Il costo degli anziani sui bilanci pubblici sarà sempre maggiore, e il prezzo dovranno pagarlo i giovani. La diseguaglianza nelle opportunità, che parte dalla scuola, polarizzerà sempre più la società francese, erodendo anche l’unico dato positivo che si evince dalle 156 pagine del rapporto Ocse: l’indice di redistribuzione della ricchezza, ancora fra i migliori dell’eurozona.

Le ricette suggerite dall’Ocse sono quelle che si possono immaginare: riforma del mercato del lavoro (modello tedesco), per rilanciare la competitività (modello mercantilistico) e quindi tagliare la spesa pubblica. Insomma, la stessa ricetta che gli organismi internazionali propinano ai paesi in crisi.

Ma un attimo però: la Francia non è in crisi. Ha uno spread miserrimo. E allora com’è possibile?

Sarà merito della grandeur, che cova sotto i bilanci.

Per ora limitiamoci a notare che la Francia, paese che non è più del Nord ma che ancora non è finito nell’inferno del Sud, ha eretto una nuova linea Maginot contro l’invasione delle armate dei suoi creditori. Paradossalmente, questa fortificazione è l’unico argine alla sua definitiva meridionalizzazione.

La Francia, con il suo welfare ipertrofico e costoso, i suoi (pochi) lavoratori iperprotetti e ben pagati, il suo Stato costoso, la sua gran voglia di consumare a debito e infischiarsene, fa davvero ancien régime. La sua capitolazione completerebbe, in un certo senso, il processo di integrazione europea a guida tedesca. E visti i fondamentali è facile che accada.

La Maginot francese, perciò, è l’ultimo argine contro il dispotismo Euro-asiatico avanzante.

Speriamo non finisca come nel 1940.

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