Il lato oscuro del miracolo tedesco


Anche stamattina mi sono svegliato con la voce di qualcuno che ammoniva circa “la grande emergenza rappresentata dalla mancanza del lavoro”. Che poi è una variante di un altro motto oracolare che avrete sentito migliaia di volte in questi anni tormentati: servono le riforme.

Il presidente della Bce Draghi, per esempio, non più tardi di pochi giorni fa ha detto che bisogna riformare i contratti di lavoro nei paesi a bassa competitività.

Il nostro Paese, ovviamente, ha meritato ancora una volta una menzione speciale. Abbiamo una produttività ferma da un decennio, eppure i nostri stipendi crescono più di quelli di austriaci e tedeschi, che invece hanno una produttività miracolosa. Questo più o meno il ritornello che oggi diventa pressante, specie di fronte a una disoccupazione che non accenna a diminuire, e anzi aumenta.

Mentre ci  interroghiamo sul che fare, può essere d’ispirazione andare a vedere cosa hanno fatto gli altri. E in particolare la Germania visto che, vuoi o non vuoi, il suo modello di sviluppo, basato sulla competitività e quindi le esportazioni, sembra quello dominante nell’Eurozona, e quindi siamo tutti chiamati a farci i conti.

Ci viene in aiuto un working papers pubblicato da due studiosi del Fondo monetario internazionale un mese fa dal titolo “Macroeconomic Evaluation of Labor Market Reform in Germany”. Lettura che non si può dire amena, ma utile sì.

Essere competitivi, è ovvio, vuol dire produrre buoni prodotti a un costo basso. Ciò non può che favorire la loro vendita. L’industria tedesca, universalmente riconosciuta come di qualità, obbediva quindi già al primo requisito, mentre aveva qualche problema col secondo.

Nel periodo fra il 1970 e il 2005, notano gli studiosi, “il tasso di disoccupazione in Germania cresce costantemente, facendo del paese uno dei esempi più lampanti di eurosclerosi”. Per risolvere il problema fra il 2003 e il 2005 il governo tedesco mette mano a una riforma epocale del mercato del lavoro, la cosiddetta riforma Hartz, che con la versione Hartz IV, approvata nel gennaio 2005, completa la rivisitazione della legislazione di settore, dalle norme del lavoro a quelle dei sussidi.

Dopo una fase di assestamento, il tasso di disoccupazione passò dall’11% del 2005 al 7,5% del 2008, e da lì poco si è mosso anche durante la crisi, arrivando persino al minimo del 6%. “La storia del malato d’Europa – scrivono i due – si è trasformata nella storia del miracolo del mercato del lavoro tedesco”.

Cosa è successo? Semplice: la riforma è intervenuta modificando al ribasso il tasso di disoccupazione agendo sugli incentivi a trovare lavoro, quindi modificando sostanzialmente la normativa sui sussidi. La riforma ha trovato il suo driver principale nel calo dei salari reali. Il calo dei sussidi ha spinto in su l’offerta di lavoro. In pratica, i lavoratori tedeschi hanno visto ridursi i sussidi di disoccupazione e quindi sono stati incoraggiati a trovare un lavoro pure a un salario più basso o precario.

La deflazione salariale che ne è seguita ha rilanciato l’occupazione e quindi la produzione industriale. Allo stesso tempo il calo della disoccupazione ha permesso una riduzione delle tasse sul lavoro.

Vale la pena rilevare che tutto ciò è stato reso possibile grazie a un corposo investimento governativo di svariate decine di miliardi, che ha “pagato” la riforma.

L’analisi svolta mostra che la “riforma ha creato vincitori e perdenti” in Germania. “Abbiamo evidenza – scrivono i due studiosi – che le famiglie occupate hanno avuto vantaggi, visto che il calo della tassazione sul lavoro ha superato lo svantaggio derivante dal calo dei sussidi di disoccupazione. Al contrario, i disoccupati di lungo periodo che tali sono rimasti hanno pagato il prezzo della diminuizione dei loro sussidi”.

Detto in altre parole: chi stava bene sta meglio, chi stava male sta peggio.

Se andiamo nel dettaglio, scopriamo altre cose. Le riforme Hartz hanno puntato alla riduzione del costo del lavoro eliminando i contributi sociali per i lavori fino a 400 euro al mese (i cosiddetti mini-jobs) e abbassandoli per quelli fino a 800 euro (i midi-jobs). Quindi hanno puntato sulla de-regolamentazione del mercato del lavoro, affidando gran parte del lavoro ad agenzie private.

Il risultato di tali politiche è facilmente osservabile da un grafico elaborato dai due studiosi. Il primo riguarda i salari reali. Fatto 100 il livello dei salari nel 1992, l’indice comincia a decrescere dal 2003 in poi, data di inizio della riforma, e arriva a toccare quota 95 nel 2007, per risalire di poche unità nel 2010, senza però riuscire a recuperare quota 100. Significa che in pratica i lavorati tedeschi hanno sperimentato una riduzione reale della propria retribuzione che, a fine 2010 non arriva neanche al livello del 1992.

A fronte di tale prezzo pagato, i cittadini tedeschi hanno sperimentato una crescita del Pil procapite rilevante. Fatto 100 il livello del 1992, a fine 2010 l’indice del Pil pro-capite aveva già superato 125. Ecco il famoso incremento di produttività, che di sicuro ha arricchito l’industria, ma non i lavoratori.

Le riforme hanno anche cambiato la fisionomia del mercato del lavoro. La quota dei lavori di lungo termine si è ridotta a favore di quelli a breve. Il tasso disoccupazione a per i lavori a breve termine, infatti, dopo la riforma si è ridotto dal 4,5 al 3,92%.

Il miracolo tedesco, quindi, si è basato su un forte investimento pubblico che ha consentito un calo dei salari reali, indotto grazie alla compressione delle garanzie sociali provocata dal calo dei sussidi, che ha spinto i lavoratori a trovare un lavoro qualunque. Poter contare su una vasta forza lavoro inoccupata, di sicuro ha favorito l’aggiustamento del mercato del lavoro.

Il combinato disposto fra prodotti di qualità e costo del lavoro basso spiega i grandi risultati ottenuti dall’industria tedesca, misurata dalle sue esportazioni,  nell’età dell’euro. L’abbassamento dei salari, peraltro, porta con sé il vantaggio di comprimere la domanda interna e ciò non può che far bene al saldo del conto corrente, che infatti in Germania è cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni.

Se questa è la ricetta, adesso possiamo capire quello che si chiede quando si parla di riforma del lavoro: in pratica esportazione, per via disoccupazione, della deflazione salariale negli altri paesi europei che, per logica, dovrebbero posizionarsi a un livello più basso di quelli tedeschi per essere davvero competitivi.

Il lato oscuro del miracolo tedesco è la “cinesizzazione” del costo del lavoro.

Un altro passo in avanti del dispotismo Euro-asiatico.

 

 

  1. pierandrea1965

    molto interessante, mi manca un tassello:
    se il salario è sceso, i sussidi pure e anche le garanzie sociali in genere, dove sono andati i soldi dell’investimento statale?
    inoltre, se è come dice lei (ed io concordo in pieno) ,non è vero che “chi stava bene sta meglio, chi stava male sta peggio.” ma piuttosto : -chi stava troppo bene sta anche meglio, chi stava benino sta peggio e chi stava male è nella merda-

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    • Maurizio Sgroi

      I finanziamenti statali sono serviti a pagare i costi della riforma nella fase transitoria, quindi a sostenere pro tempore il costo dei sussidi (sono diminuiti quelli per i lavoratori disoccupati di lungo periodo, ma non sono stati eliminati i sussidi) e, in generale della flessibilità. L’eliminazione dei contributi sociali per i mini-job, ad esempio, ha un impatto diretto sui conti dello stato, visto che la contribuzione costa (e un minor incasso equivale a una maggiore spesa). sul resto della sua osservazione non entro nel merito: appartiene alle opinioni personali 🙂

      grazie per il commento

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  2. Angelo D'Anna

    Altre domande :vi sono stati compensi all’ compressione dei salari ? Riduzione di tassi sui mutui e/o prestiti bancari al consumo;potere d’acquisto immutato per un’ inflazione ininfluente,servirsi scolastici e sanitari di maggior qualità ?

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      al momento non dispongo di dati ufficiali. ma a quanto ne so i prezzi in germania sono molto bassi rispetto ai nostri. basta pensare al mercato immobiliare, che nei primi anni 2000 è sceso mentre nel resto del mondo (giappone escluso) saliva, oppure ad alcuni servizi (tipo il bonus monetario al quale ogni famiglia ha diritto per ogni figlio fino ai 18 anni). i dati li cercherò quando riaprirà il blog. per il momento dovrà accontentarsi di un ricordo personale. l’anno scorso ho passato una ventina di giorni in germania per rendermi conto di persona. ricordo che viaggiavo in autostrade a quattro corsie per direzione di marcia completamente gratis e che ogni volta che andavo al supermercato spendevo una trentina di euro e uscivo con due buste di spesa (il latte, per dire, costava 80 centesimi al litro, la marmellata meno di un euro ecc ecc), rientrato in italia mi sono accorto che le nostre autostrade sono un disastro e costano pure care, che al supermercato con trenta euro non riempivo neanche una busta. tutto il resto è noia.
      saluti

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  3. Alessandro

    salve,

    e grazie per l’ottima sintesi. Davvero notevole. Per chi conosce la storia della riforma Harz IV, sa che nemmeno il più grande liberista, nemmo la Thacher, avrebbe fatto ‘meglio’ del governo Schröder, che realizzò la riforma del mercato del lavoro in Germania.
    Io che sono qui in Germania dacirca 20 anni ho visto mutare un paese che prima della riforma era solidale, forte, con istituzioni che tendevano ad integrare i ceti meno ‘fortunati’. Ora ci troviamo con una società tedesca chiusa, intollerante. I poveri disgraziati provenienti da Italia, Spagna, Grecia devono lavare i cessi a 3 € all’ora. I pensionati con carriere lavorative incostanti devono andare a distribuire giornali gratuiti. I poveri rumeni e bulgari sono impiegati nei macelli del Niedersachsen a 2,50 € all’ora. La sintesi: chi stava bene sta meglio e chi stava così così sta peggio è, nella sua semplictà, giusta. Chi invece sta male, provenendo dai paesi in crisi, troverà il deserto perché i salari sono bassi e la concorrenza è fortissima. A nulla serve poi comprarsi un piccolo appartamento con i soldi risparmiati di una vita da un genitore operaio o insegnante, se poi devi continuare ad essere foraggiato con i soldi di papi in una città tedesca che al massimo ti offre un lavoro in un call center a 450 € al mese!
    La Germania ha combinato un disatro sociale a livello europeo che purtroppo non é ancora finito. Che l’élite in Germania difenda lo status quo é comprensibile perché da 12 anni il governo le riduce continuamente le tasse, ma che i paesi del sud Europa, la Francia e gli operai tedeschi non dicano nulla è davvero una vergogna.

    Saluti

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      grazie a lei per la testimonianza. Io mi sono limitato a mettere in fila un po’ di numeri. Lei invece ci racconta quello che vede, che è molto più eloquente.
      Di fronte al suo racconto le statistiche sembrano mute.
      Saluti

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