La Jihad contro i travet pubblici e il crollo dei salari

Si può pensare quello che si vuole dei posti di lavoro pubblici: che siano poco produttivi, che siano assistenziali, per non dire inventati, che siano uno spreco di denaro dei cittadini.

Si può dire ciò che si vuole dei dipendenti pubblici: che siano fannulloni, inamovibili, troppo sindacalizzati, scortesi, inutili. E ciò grazie anche alla categoria, che spesso ci ha messo del suo, riempiendo le pagine dei giornali di poco commendevoli episodi che hanno arricchito la galleria caricaturale del lavoro pubblico che si stratifica fin dalla notte dei tempi.

Si può dire di tutto e si può pensare di tutto e anche il contrario, visto che sarebbe fin troppo facile trovare per ogni travet pubblico imboscato uno che lavora per due o magari per tre.

Perciò per articolare un ragionamento sui lavoratori pubblici dobbiamo basarci sull’unica cosa oggettiva e riscontrabile. Ossia che sono un pessimo benchmark. E non tanto (o non solo) per come si comportano. Ma perché costano tanto, troppo rispetto ai lavoratori privati.

Questo, prima ancora della circostanza che siano tanti, è il problema.

Tale evidenza è palesata senza troppi imbarazzi in un paper della Banca d’Italia pubblicato pochi giorni fa, “Public-private wage differentials in euro area countries”. Una dissertazione econometrica alquanto astrusa che pero’ ha il pregio di rilevare con involontaria chiarezza quale sia la situazione.

“La configurazione salariale del settore pubblico – recita il testo – può avere un serio impatto serio sull’efficienza del mercato del lavoro e sui risultati macroeconomici. Se il governo premia i suoi impiegati pubblici con retribuzioni più alte rispetto al privato, i lavoratori potenziali possono aspettarsi di guadagnare tali retribuzioni spiazzando il settore privato fino a che le paghe del settore privato non aumentino. Inoltre tale politica (di stipendi pubblici) può provocare alti deficit pubblici, far aumentare le tasse e spostare risorse pubbliche da usi più produttivi”.

Proviamo a dire la stessa cosa partendo dalla fine: per utilizzare per fini produttivi le risorse e non avere deficit di bilancio bisogna evitare che la spesa pubblica per i dipendenti sia alta, anche perché così si evita che le retribuzioni del settore privato crescano troppo, avendo un riferimento migliore a cui tendere.

La prima parte della frase – per utilizzare per fini produttivi le risorse pubbliche e non avere deficit di bilancio bisogna evitare che la spesa pubblica per i dipendenti sia alta – l’avrete sentita ripetere mille volte. E’ il mantra che ci ripetono un giorno si e l’altro pure sulla spesa pubblica inefficiente e improduttiva, anche quando di fatto è un reddito.

La seconda parte è più interessante:  si evita che le retribuzioni del settore privato crescano troppo, avendo un riferimento migliore a cui tendere. Fa effetto no? E’ come dire che il salario cattivo (quello più alto) scaccia quello buono (più basso).

Bene, vediamo i numeri. Il confronto fra i paesi dell’eurozona possiamo farlo sia sul numero dei dipendenti pubblici sul totale, sia sul livello delle retribuzioni privato/pubblico. I risultati sono estremamente interessanti e spiegano molto dello spirito del tempo.

Il Paese europeo che ha meno dipendenti pubblici in percentuale è la Germania (ennesimo primato Ue), con appena il 19,1%, seguito dall’Austria (21,1%), la Slovenia (22,7%), la Spagna (23,3%), il Portogallo (25%), l’Italia (26,9%), l’Irlanda (28,7%), la Francia (31%) e il Belgio (37,6%).

Gli scostamenti fra salari pubblici/privato più rilevanti, però, sono nei Piigs. Mentre Belgio, Austria, Francia e Germania registrano gap fra il 6 e il 16%, tale scostamento arriva intorno al 30% in Italia, Irlanda e Slovenia e addirittura circa il 35% in Grecia, Portogallo e Spagna.

Quindi i Piigs (più la Slovenia) hanno il doppio problema di avere tanti dipendenti pubblici che costano oltre un terzo in più del settore privato.

Sono una preoccupante fonte di infezione.

Per fortuna che c’è la crisi. “Le misure straordinarie di consolidamento dei conti pubblici – conclude lo studio – che includono congelamenti o tagli dei salari pubblici, prese in alcuni stati (indovinate quali, ndr) in risposta alle crescenti tensioni nei mercati finanziari può aver ridotto questi differenziali”.

Per chi non lo ricordasse, quest’anno la Grecia dovrà licenziare quattromila dipendenti pubblici e altri 11.000 l’anno prossimo, dopo l’accordo raggiunto con la troika, il Portogallo ha tagliato persino la tredicesima, mentre in Italia i salari pubblici sono congelati.

Quindi i salari (e i salariati) pubblici dei Piigs sono destinati a contrarsi, con grande beneficio del settore privato che avrà più lavoratori disposti (a causa della crisi) ad accettare salari più bassi non potendo più aspirare al bengodi del posto pubblico ben pagato. La famosa competitività.

Senonché accade spesso che il diavolo faccia le pentole, ma non i coperchi.

Un grafico, allegato allo studio, ci racconta il rapporto fra i redditi dei lavoratori del settore pubblico e quelli del privato dal 1999 in poi. E quello che si vede dalle curve è che dal 2008 in poi, nei paesi più colpiti dalla crisi, quindi Irlanda, Spagna e Grecia il gap fra retribuzioni pubbliche e private si è allargato, anziché restringersi. Forse perché i posti di lavoro privati reagiscono più elasticamente (ossia con ribassi) rispetto a quelli pubblici.

In queste condizioni tagliare il lavoro pubblico non può che incoraggiare la spinta al ribasso di tutti i salari, pressati anche dall’aumento della disoccupazione.

Ma forse è questa la ragione della Jihad contro i travet pubblici.

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