L’eurotribolazione di Santa Madre Russia

I mercati russi, come d’altronde tutti gli altri, hanno reagito molto male alla notizia che la Fed è intenzionata a rallentare la sua politica di espansione monetaria. Ed è comprensibile: sono esplosi i timori che anche la Russia, afflitta negli ultimi anni da un costante deflusso di capitali, finisca nel frullatore dei paesi emergenti .

Uno sguardo agli ultimi dati della bilancia dei pagamenti della Federazione conferma tali preoccupazioni: la Russia, come gli altri Bric, è un paese a costante rischio finanziario, appeso com’è alla variabile dell’export energetico, che condiziona pesantemente l’andamento dei suoi conti con l’estero e quindi della sua economia interna.

Partiamo dall”ultimo rapporto annuale della banca centrale russa disponibile, che risale al 2011. Leggiamo che l’incremento del saldo del conto corrente, che quell’anno ha registrato un surplus del 39%, ha finito col trasformarsi per lo più in un deflusso di capitali del settore privato verso l’estero. I russi spendono tanto in case e squadre di calcio, si sa.

In pratica, i soldi guadagnati vendendo materie prime, il tesoretto russo, sono finiti in gran parte in investimenti diretti e di portafoglio, che però hanno la fastidiosa controindicazione che abbiamo visto già operare in Cina, di non riuscire a generare redditi netti positivi sulla voce redditi delle partite correnti, ma al contrario perdite. Significa che i ricavi degli investimenti russi all’estero non riescono neanche a compensare i pagamenti che i russi devono fare a coloro che investono nella Federazione.

Questo squilibrio non è cosa da poco. E soprattutto peggiora con l’aumentare della ricchezza russa. Nel 2005, infatti, il deficit dei redditi sul conto corrente era di circa 17 miliardi di dollari. A fine 2012 aveva superato i 54 miliardi: più che triplicato.

La “sindrome del creditore” che affligge la Russia, si affianca a una debolezza strutturale della qualità del suo export. Come tutti sanno, la fortuna dei russi è rappresentata dalle loro materie prime, petrolio e gas in testa. Ma le sorti di tali fortuna sono legati a due fattori, da un lato la domanda, dall’altro la quotazione. Sempre nel bollettino della banca centrale russa (CBR) leggiamo che “l’export dei beni nel 2011 è cresciuto del 30,3%, superando i 522 miliardi”. Ma tale valore, sottolinea è influenzato per il 31,8% da fattori di prezzo, visto che “il volume fisico delle esportazioni è diminuito dell’1,2%”. Più del doppio, il 2,5% se isoliamo dalle esportazioni solo i beni energetici, che pesano i due terzi dell’export russo.

Se guardiamo all’ultimo bollettino mensile della CBR troviamo i dati del 2012 che correggono in parte quelli del 2011. L’export totale di beni, infatti, viene quotato in 515 miliardi, che sono diventati 529 nel 2012 (di cui 347 mld fanno riferimento ai beni energetici). Un aumento al rallentatore, solo che si consideri  che nel 2010 l’export commerciale quotava “appena” 392 miliardi. Il 2011, insomma, è stato l’anno d’oro per le esportazioni russe.

Senonché, oltre a esportare petrolio e gas, la Russia importa pure. Nel 2011 l’import di beni è stato di 318 miliardi. Nel 2012 di 335. In percentuale, quindi l’import russo ha assorbito più risorse di quanto ne abbia garantite l’export. E infatti il saldo commerciale dei beni si è ristretto. Se a tale saldo aggiungiamo quello dei servizi e quello dei redditi, vediamo che a farne le spese è il saldo finale del conto corrente, che nel 2012 si è fermato a un surplus di 74 miliardi, in calo di 23 miliardi rispetto al 2011: il 23% in meno.

Quanto sia pericoloso tale andamento si capisce meglio se andiamo a guardare un recente rapporto Eurostat che monitora i flussi commerciali fra Ue e Russia.

Nel 2012, scrive l’istituto di statistica, si è raggiunto il record di scambi fra l’Ue a 27 e la Russia. Le esportazione europee verso la Russia sono aumentate dai 66 miliardi del 2009 ai 123 mld del 2012, le importazioni dell’Ue dalla Russia sono passate dai 118 miliardi del 2009 ai 213 del 2012. Anche qui, in percentuale, l’export è aumento dell’Ue è aumentato più dell’import.

Ciò malgrado, in valori assoluti, è peggiorato il deficit dell’Ue a 27 nei confronti della Russia. Il che di sicuro non è una buona notizia per l’Ue, ma neanche per la Russia. Significa che è aumentata la dipendenza della Russia dai soldi dell’Ue, e in particolare dell’eurozona, visto che i partner principali, sia lato esportazioni che importazioni sono Germania, Francia Italia e i vari Pigs.

L’eurotribolazione, insomma minaccia non poco Santa Madre Russia.

Se dal lato commerciale, che ha luci e ombre, passiamo a quello finanziario, la preoccupazione aumenta.

Il conto finanziario della bilancia dei pagamenti mostra deflussi dal 2008 in poi, quando scapparono dalla Russia 139 miliardi di capitali. Il 2012 si è chiuso con altri 30 miliardi di capitali in meno. E ciò malgrado, come abbiamo visto, il saldo dei redditi delle partite correnti è peggiorato. Vuol dire che i russi investono molto male i loro capitali all’estero e pagano molto bene i propri investitori.

Un vero bravo Pigs. Ops: Bric.

Infatti gli investimenti diretti dei russi all’estero, passati dai 44 miliardi del 2001 ai 362 miliardi del 2011, e gli investimenti di portafoglio russi all’estero, passati da 1,3 miliardi nel 2001 ai 44 del 2011, hano reso ai residenti appena 38 miliardi nel 2011.

Per converso, gli investimenti diretti degli stranieri in Russia, passati dai 52 miliardi del 2001 ai 457 mld del 2011, e gli investimenti esteri di portafoglio, passati dai 52 miliardi del 2001 ai 226 del 2011, hanno pagato redditi agli stranieri per 54 miliardi nel 2011.

Su tutto ciò ovviamente gioca un ruolo determinante anche l’andamento del rublo, a sua volta influenzato dalla politica monetaria della banca centrale, che nel 2012 ha alzato i tassi all’8,25% per provare a tenere a bada l’inflazione (arrivata al 7,2% nell’aprile 2013): un altro regalo dei surplus “drogati” dall’energia e del surriscaldamento dell’economia, ormai vicina al livello di piena occupazione, anche grazie agli stimoli fiscali varati dopo l’esplosione della crisi per mantenere un livello soddisfacente di Pil.

Una politica costosa, tra l’altro. L’avanzo di bilancio delle Amministrazioni pubbliche è sceso allo 0,4 per cento del Pil (dall’1,5 nel 2011), a causa delle minori entrate fiscali derivanti dal settore energetico, mentre al netto di tali entrate, il disavanzo è salito al 11,0 per cento (dal 10,0 nel 2011). Tutto questo a fronte di un andamento del Pil anche questo al rallentatore. Nel primo trimestre la crescita, secondo i dati Bce, è stata di appena l’1,6%, con previsioni stagnante. Senza che peraltro il governo possa continuare a pompare soldi nell’economia senza far schizzare in alto l’inflazione.

Poi c’è la questione del debito estero che a fine 2012 è arrivato a superare i 631 miliardi, dai 545 di inizio anno. La banca centrale, nel suo rapport del 2011, scriveva che tale debito (di 545 miliardi) quotava il 29,4% sul Pil, lontano quindi dal 45% del 2003 e che quindi “è da considerare basso”.

Ma è la composizione del debito che preoccupa. Due terzi e più di tale debito, infatti, è nella pancia delle banche russe e del settore corporate, quindi del settore privato, che abbiamo visto quanto sia foriero di squilibri. Questo mentre aumenta anche il debito privato delle famiglie residenti, a causa di un vero e proprio boom del credito al consumo.

Oltre alla “sindrome del creditore”, insomma, la Russia sta covando anche la “sindrome dei Pigs“: settore privato che si indebita grazie ai flussi esteri di capitale (stavolta legati alle esportazioni).

Questo il contesto generale nel quale si innesta l’annuncio della Fed. La Russia, nei prossimi anni, rischia di vedere essiccare le due fonti che hanno ingrassato i suoi bilanci dal 2001 in poi, ossia l’export di materie prime (non più sostenibile secondo il Fmi) e il denaro a basso costo (non più sostenibile secondo la Fed).

Il primo, come abbiamo visto, è legato al benessere dei paesi ricchi, e in particolare quelli europei, (quindi alla loro domanda di beni energetici). Il secondo alla benevolenza degli americani.

Non è certo un caso che il Fmi, nel suo recente articolo IV dedicato proprio alla Russia, abbia scritto che “sono necessarie riforme politiche ambiziose per realizzare il potenziale dell’economia russa e ridurre le sue vulnerabilità”

Intanto all’orizzonte, specie se proseguirà l’eurotribolazione, si intravede solo il rischio di una brutta carestia, a fronte della quale gli oltre 500 miliardi di riserve accumulati a fine 2012 bastano appena a superare il Generale Inverno.

Se fossi russo mi farei una vodka.

Più d’una.

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