La fine della colpa


Sono passati cinque anni da quando la crisi internazionale è entrata nella sua fase conclamata. Una crisi storica, è stato detto più volte, perché stavolta ha colpito il cuore del sistema finanziario: i paesi avanzati.

Quando ho iniziato a scrivere questo blog, a novembre scorso, mi proponevo di raccontare, pure se in modo randomico e non specialistico, come si sia arrivati a questo punto partendo dal grafico che lo intitola e che ormai i lettori conoscono bene, ossia il livello dell’indebitamento in rapporto al Pil negli ultimi cent’anni negli Usa, il paese che più di tutti ha guidato il processo, anche questo storico, di indebitamento collettivo globale.

La domanda che mi ponevo era se ci si trovasse di fronte a un’inversione stabile del ciclo. Se, vale a dire la montagna di debiti accumulata dagli anni ’80 in poi fosse destinata a fare la fine della “montagnetta” cresciuta prima della crisi del ’29. Quindi se dovessimo aspettarci un prolungato processo deflazionario, se non addirittura depressionario che, aumentando il valore reale dei debiti, avrebbe finito col far saltare mezzo mondo. O se, al contrario, le complesse forze che regolano i mercati avrebbero finito col generare un’ondata inflazionistica per erodere questo debito dall’interno, un po’ come accadde nei dopoguerra.

Ovviamente la domanda rimane. Questi mesi di lavoro e di ricerca sono serviti, semmai, a darle contorni più netti e precisi. E, spero, a migliorare il grado di consapevolezza riguardo alla questione che più mi stava a cuore sottolineare. Che potremmo sintetizzare con un’altra domanda:

Finirà mai l’età della colpa?

La questione non è semplicemente economica. Il debito, in chiave antropologica, è antico quanto l’uomo. La storia può anche essere raccontata come una storia del debito che gli esseri umani, a secondo della cultura a cui fanno riferimento, contraggono quando vengono al mondo: con la divinità, con gli antenati, con i genitori, con la società, e, infine, con chi presta loro denaro. Questo debito deve essere restituito, proprio come una colpa che deve essere espiata. Un debito non restituito è un’aggravante della colpa originaria (ossia quella di essere in debito), che come tale legittima qualunque forma di reazione da parte del creditore.

Una volta i padri di famiglia inadempienti erano costretti a vendere i figli. Oggi gli stati indebitati tagliano i servizi.

Il debito economico, perciò, è solo un pallido riflesso di una condizioni esistenziale più vasta. Ma, in quanto debito, rappresenta – letteralmente – un’ipoteca sulla libertà degli individui e degli stati. Il fatto che ormai ci si sia rassegnati a vedere i nostri debiti economici irredimibili significa soltanto che viviamo tutti in una libertà condizionata dalla sostenibilità dei nostri debiti e con la prospettiva di finire sotto il tallone di ferro di creditori senza volto protetti da strumenti tecnici e giuridici sempre più sofisticati.

Nel nostro tempo, a differenza di quanto accadeva in civiltà antiche come quella sumera o egiziana, non è previsto nessun momento di cancellazione dei debiti. L’interrelazione dei mercati finanziari la trasformerebbe in una catastrofe.

Nessuno rimetterà i nostri debiti, proprio perché non possiamo rimetterli ai nostri debitori.

Il fatto che oggi si parli solo di questi affari monetari è la prova di quanto siamo diventati miserabili. Quanto si sia rimpicciolito il nostro spirito.

Tant’è: viviamo in questo tempo e dobbiamo sforzarci di comprenderlo. Ed è quello che ho tentato di fare in questi mesi dedicandomi all’analisi degli squilibri.

Che il debito nasca da uno squilibrio dovrebbe esser chiaro anche senza conoscere la bilancia dei pagamenti. Un debito presuppone un credito, ossia qualcuno che può prestare a chi non ha abbastanza. Quanto più questi due soggetti (chi ha e chi non ha) sono bilanciati, tanto meno ci sarà bisogno di credito. In tal senso la distribuzione della ricchezza, fra gli stati come fra gli individui, ha direttamente a che fare con il livello generale dell’indebitamento. La montagna di debiti che abbiamo costruito è la controprova fattuale di come sia mal distribuita la ricchezza nel mondo.

Questa constatazione non tiene conto della particolarità del nostro tempo. I cittadini dei paesi avanzati oggi hanno raggiunto livelli di benessere inusitati e non vi rinunceranno tanto facilmente. La crescita del credito/debito ci ha riempito di beni materiali più o meno inutili giudicati ormai indispensabili. E poi di servizi, diritti, aspettative. E soprattutto ha fatto crescere in maniera altrettanto esponenziale il nostro amor proprio, ormai dilagato in forma di patologia. Non a caso la sindroma narcisistica è finita sui manuali di pschiatria. Solo i moralisti della domenica possono accusare la finanza di provocare disastri, mentre magari navigano sul loro nuovo tablet comprato a credito cercano di rateizzare le vacanze e un nuovo trattamento estetico. Siamo noi la finanza, non altri.

In tal senso la crisi del debito ha molto a che fare con i nostri desideri e con un’altra domanda: a cosa siamo disposti a rinunciare in nome del riequilibrio?

Questa domanda è intimamente connessa alla prima. Emendare una colpa implica un sacrificio.

Una volta si sacrificava agli dei, oppure agli antenati. Ci si sacrificava per i genitori o per i figli, per un ideale sociale o politico.

Oggi ci viene chiesto di fare solo sacrifici puramente economici e vagamente schizofrenici. Dovremmo accettare tagli ai nostri salari, però dovremmo consumare di più per far ripartire l’economia. Dovremmo lavorare di più, pure se tale sovrappiù toglie spazio ai disoccupati. Dovremmo, per farla semplice, mangiare di meno e ingrassare di più. Perché se non diventiamo grossi abbastanza il nostro debito, la nostra colpa, sarà capace di schiacciarci. Oggi la colpa si misura con il rapporto debito/Pil, fra le altre cose, così come l’empietà con lo spread.

Questa schizofrenia è, credo, lo spirito del nostro tempo. Il dilemma fra squilibrio e depressione non è stato sciolto.

Per tornare al nostro grafico, sarà utile, arrivati a questo punto della storia, fare un piccolo aggiornamento servendosi dell’ultimo staff report del Fondo monetario internazionale dedicato proprio agli Usa.

I dati del settore finanziario mostrano che dal picco di stretta creditizia raggiunto nel 2008, quando l’attività creditizia era in pieno credit crunch, la banche americane hanno riportato il “tiraggio” (misura la facilità dell’accesso al credito) al livello del 2005, quando era molto più rilassato. Indebitarsi, insomma, è diventato più semplice e meno costoso.

Il debito delle famiglie è diminuito, passando dal picco del 130% del reddito disponibile (2008) al 110%, e  grazie al boom di borsa e alla parziale ripresa dei corsi immobiliari è aumentata la loro ricchezza in relazione al reddito, che dal picco del 650% del reddito raggiunto nel 2007, era crollata al 485% nel 2009. Nel primo trimestre 2013 è arrivata al 586%. La politica della Fed, insomma, ha riportato la storia indietro di qualche anno, più o meno al livello della prima metà degli anni 2000. Ciò non ha evitato l’esplosione dei debiti esteri americani, che ormai hanno superato il 150% del Pil, mentre la posizione netta degli investimenti è in costante peggioramento. I debiti degli americani, come accade sin dal secondo dopoguerra, sono la benzina della crescita economica globale. E tuttavia tutto il mondo guarda all’America come una garanzia di stabilità. La curva del debito (a cominciare da quello americano) ci si aspetta cresca all’infinito per il beneficio di tutti. La crisi sembrano solo fisiologiche correzioni.

Ma se è così, la montagna della “crisi storica” ha partorito un topolino.

Non doveva essere poi così grave, se sta tornando tutto come prima.

La nostra colpa sembra destinata ad essere senza fine.

A meno che non serva qualcosa di peggio per cambiare davvero la storia.

Buona fortuna.

Con questo post chiude la prima stagione del blog, dedicata agli squilibri. 

On line, nella sezione Scarica il Freebook, trovate il libro che raccoglie tutto quello finora pubblicato.

A settembre inizierà la seconda stagione di TheWalkingDebt.

Sarà dedicata al riequilibrio.

Grazie a tutti voi, siete stati preziosi.

Buone vacanze

  1. Pol Pot

    Un’attività preziosa la sua. Lei pare un filosofo del nostro tempo. Ormai la seguo giornalmente e mi ritrovo di frequente in ciò che scrive e pensa. Cortesemente le chiedo inoltre, per aver qualcosa da leggere sotto l’ombrellone, tra un mojito e una fetta d’anguria, di indicarmi dove posso trovare lo staff report che giustamente menziona.

    Cordiali saluti e a presto.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      grazie per l’apprezzamento, faccio del mio meglio per offrire un contributo, pure senza averci capito granché neanch’io in quello che sta succedendo 🙂
      lo staff report è stato pubblicato ieri sul sito del fondo monetario internazionale. cerchi articolo IV staff report usa. poi se vuole leggere qualcosa, è uscito on line il mio freebook che raccoglie tutti i post pubblicati nella prima stagione. Lo trova qui: http://wab.veol.biz/index.php/download/category/1-the-walking-debt
      il libro ovviamente è gratis e in formato elettronico per essere facilmente consultabile, ma se vuole si può anche stampare e portare sotto l’ombrellone. spero gradisca l’iniziativa. se la ritiene utile, lo faccia circolare 🙂
      grazie mille per la sua attenzione e ci rivediamo a settembre con la seconda stagione

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  2. Roberto

    Grazie a lei per il suo lavoro.
    Uno dei pochi blog che si occupa di economia senza preconcetti ideologici e facendo costantemente riferimento ai dati reali.
    Complimenti e buone vacanze

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  3. Ermanno Tarozzi

    “Per tornare al nostro grafico, sarà utile, arrivati a questo punto della storia, fare un piccolo aggiornamento servendosi dell’ultimo staff report del Fondo monetario internazionale dedicato proprio agli Usa.

    I dati del settore finanziario mostrano che dal picco di stretta creditizia raggiunto nel 2008, quando l’attività creditizia era in pieno credit crunch, la banche americane hanno riportato il “tiraggio” (misura la facilità dell’accesso al credito) al livello del 2005, quando era molto più rilassato. Indebitarsi, insomma, è diventato più semplice e meno costoso.

    Il debito delle famiglie è diminuito, passando dal picco del 130% del reddito disponibile (2008) al 110%, e grazie al boom di borsa e alla parziale ripresa dei corsi immobiliari è aumentata la loro ricchezza in relazione al reddito, che dal picco del 650% del reddito raggiunto nel 2007, era crollata al 485% nel 2009. Nel primo trimestre 2013 è arrivata al 586%. La politica della Fed, insomma, ha riportato la storia indietro di qualche anno, più o meno al livello della prima metà degli anni 2000. Ciò non ha evitato l’esplosione dei debiti esteri americani, che ormai hanno superato il 150% del Pil, mentre la posizione netta degli investimenti è in costante peggioramento. I debiti degli americani, come accade sin dal secondo dopoguerra, sono la benzina della crescita economica globale. E tuttavia tutto il mondo guarda all’America come una garanzia di stabilità. La curva del debito (a cominciare da quello americano) ci si aspetta cresca all’infinito per il beneficio di tutti. La crisi sembrano solo fisiologiche correzioni.

    Ma se è così, la montagna della “crisi storica” ha partorito un topolino.

    Non doveva essere poi così grave, se sta tornando tutto come prima.

    A meno che non serva qualcosa di peggio per cambiare davvero la storia.

    Buona fortuna.” (Maurizio Sgroi)

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  4. Luciano Sturaro

    Le crisi per quanto gravi e dolorose sono, a mio avviso,solo fisologiche correzioni al cammino verso una moneta unica mondiale/globale che è già deciso sia il dollaro. Pertanto il debito estero USA mai sarà restituito,perchè non serve farlo, anzi il dollaro ha ormai assunto la funzione che aveva l’oro, tanto da venire considerata ricchezza di riserva ed è in base a tale ricchezza, insieme alle riserve auree, che gli stati possono muovere i loro mercati interni.
    Perlare di una moneta mondiale/globale come frutto di accordi internazionali che propongano un paniere globale di monete è assurdo e non potrebbe mai concretizzarsi e comunque sarebbe causa di crisi finanziarie e tragedie globali,basti solo vedere cosa sta avvenendo con l’Euro.
    E’ indubbio che si giungerà ad una sola moneta globale e la cosa non potrà avvenire con accordi internazionali,ma solo per effetto del libero mercato, aiutato da azioni politiche concordate ad altissimo livello,senza badare alle crisi finanziarie locali, se pure ampie e dolorose.
    Il dollaro è realtà globale,nessuna moneta lo deve insidiare ed è la ragione per cui oggi la BCE non può diventare a tutti gli effetti prestatrice di ultima istanza e domani, altre realtà, saranno assoggettate agli interessi del dollaro e nulla potrà cambiare questo scenario, pena tragedie globali.
    Luciano Sturaro

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  5. angelo d'anna

    “Quanto più questi due soggetti (chi ha e chi non ha) sono bilanciati, tanto meno ci sarà bisogno di credito. In tal senso la distribuzione della ricchezza, fra gli stati come fra gli individui, ha direttamente a che fare con il livello generale dell’indebitamento.”
    Se cominciassimo a distinguere all’interno del secondo soggetto, dovremmo dividerlo in almeno 2 categorie:
    -chi ricorre al credito perchè non ha limiti nella volontà di spesa;
    -chi ricorre al credito per necessità di rateizzare o di investire con la convinzione,in un dato momento,di poter onorare l’impegno.
    Il caso clinico mi pare sia il primo.
    Il tema da Lei trattato,è la montagna dei debiti sovrani.
    Continuo a prestar denaro ad un paese super indebitato come gli USA a tassi bassi, perchè ritengo che quella nazione ha altissime potenzialità;preoccupante è,tuttavia quando il prestatore è altra nazione (Cina); alla Germania presto a costo zero o poco più,perchè il sistema è stabile,solido ed ha dimostrato di saper uscire dalle crisi con forti capacità produttive e competitive;una forte coesione nazionale.
    Poi ci sono quelli che ormai dobbiamo cominciare a chiamare con il loro nome: i paesi latini e greci.Quelli con il più alto debito ed il minor costo di mano d’opera.Quelli come l’Italia che spendono 60 miliardi l’anno per ridurre il rischio povertà ma solo del 19%,contro il 37% della Germania, il 45 della Francia e via all’insù degli altri paesi del nord.
    Paesi come l’Italia dove la propensione al rischio di banche ed imprese è ridotta al minimo.Ma chi non rischia non rosica.Non è un caso che l’80 % delle esposizioni bancarie è della grande industria.Infine il paese,l’Italia,dove a fronte di un taglio delle spese di 260 MLD, ha visto il proprio debito crescere di 220 MLD in poco più di 3 anni col risultato di impoverire parte della popolazione, il ceto medio,e arricchito chi lo era già.
    La redistribuzione della ricchezza, non è più solo tra cittadini; ma tra lo Stato e chi l’amministra da una parte, dall’altra i cittadini; e tra questi chi gode di servizi elargiti dallo Stato o dalle amministrazioni periferiche a scapito di chi ne ha realmente necessità.
    E’ un problema di uomini, di cultura,di giustizia,di politica?
    P.S. complimenti per la esposizione inconsueta del tema. 🙂

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    • Maurizio Sgroi

      grazie,
      siamo solo alla prima stagione del blog e, come ho detto più volte, non ho risposte. provo a fare domande 🙂
      ciò che dice lei è giusto. avremo modo di approfondire da settembre in poi, se avrà voglia di partecipare.
      saluti e buone vacanze

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