C’è del marcio in Danimarca?

Le ultime che arrivano dalla Danimarca ci raccontano dell’intenso dibattito politico, che potrebbe sfociare in un referendum, fra il governo e i partiti euroscettici su una serie di questioni europee: dall’adesione alla normativa Ue sui brevetti, all’Unione bancaria.

A parte provare una sana e benevole invidia – addirittura un paese dove si parla di cose reali – mi sono chiesto come mai la Danimarca, che pure è uno dei paesi creditori del mondo ed è fuori dall’euro (sempre dopo un referendum, lo ricorderete), abbia iniziato a discutere di queste cose, quando il buon senso dovrebbe suggerirle di non mischiarsi con i pasticcioni dell’eurozona, seppure per il tramite dell’adesione indiretta per via bancaria.

Poi mi sono capitati fra le mani un paio di discorsi. Uno del vicegovernatore della banca centrale finlandese Pentti Hakkarainen alla Mansion House di Londra. E l’altro del governatore della banca centrale danese, Lars Rohde, all’associazione della banche danesi che si occupano di mutui.

Il primo ha detto a chiare lettere che la regione nordica, ossia quel gruppo di paesi che vede insieme Svezia, Danimarca, Finlandia e Norvegia, avrebbe tutto da guadagnare se aderisse al meccanismo di supervisione bancaria (SSM) di recente approvato a Strasburgo, che vede la Bce nel ruolo di supervisore di 130 banche dell’area euro.

La ragione è presto detta: l’area nordica, come di recente ha illustrato con chiarezza anche uno staff report del Fondo monetario internazionale, è profondamente interrelata sul versante bancario. Talché una crisi bancaria in uno dei paesi avrebbe conseguenza devastante anche per gli altri, come peraltro dimostra l’esperienza della crisi bancaria di fine anni ’80 che travolse la Svezia.

La Finlandia, in quanto aderente all’euro, nell’Unione bancaria entrerà di diritto. E poiché sul suo territorio ospita diverse filiali di banche degli altri paesi dell’area del Nord, in ogni caso la Bce finirebbe col doversene occupare. Meglio sarebbe, di conseguenza, entrare direttamente nella sorveglianza unificata “per dare coerenza e semplificare la struttura di supervisione”, dice il nostro banchiere. Sarebbe un fatto tecnico, quindi, non eminentemente politico.

Peraltro tale opinione viene condivisa anche da diversi analisti. Una ricerca pubblicata da Bruegel, un think-tank economico, sottolinea che la Danimarca, ma anche la Svezia, “dovrebbero essere pronti a entrare” nel meccanismo SSM, per superare alcuni svantaggi competitivi.

In Svezia il dibattito per ora rimane sullo sfondo. Al contrario di quanto accade in Danimarca. E leggere quello che dice il governatore danese ci aiuta a capire perché.

Alcuni dati evidenziano la sostanza del problema. Con l’esplosione della crisi del 2008 il governo danese dovette mettere sul piatto una quantità ingentissima di risorse per mettere al sicuro il proprio sistema bancario. Il primo Bank reascue package previde garanzie esplicite del governo per 4.200 miliardi di corone per le banche danesi. Con il secondo Bank rescue package, il governo iniettò 46 miliardi di corone nel settore finanziario per evitare potenziali credit crunch, oltre a garantire 194 miliardi di corone di emissioni di debito.

Cinque anni dopo il governo aveva iniettato altri 31 miliardi di corone nelle sue banche. “Finora – dice il governatore – il governo non ha avuto costi diretti che non siano stati coperti, ma i rischi sono stati enormi. In questa prospettiva – conclude, non c’è alcun dubbio che si fosse bisogno di una stretta”.

Ma cosa aveva combinato il settore bancario danese per costringere il governo a farsi carico di questi “rischi enormi”?

Il problema, per la Danimarca come anche per tutta l’area nordica, è innanzitutto il debito privato. Le famiglie danesi sono imbottite di debiti, per lo più contratti per comprare casa, e l’andamento del settore non è rassicurante, con la conseguenza che “la crescita in Danimarca – dice il governatore – sta sotto il suo livello potenziale”, anche a causa dell’andamento piatto del consumo privato, cui certo non giova un alto livello di debiti.

Ad aggravare la situazione l’andamento dei corsi immobiliari, crollati nel biennio 2008-9, e declinati di circa il 10% anche nel 2011. Solo nel 2012 i prezzi sono risaliti, ma in maniera diseguale sul territorio. Nella capitale, l’anno scorso, i prezzi sono saliti del 10%. Ma non è andata così in tutto il paese. E tuttavia il sospetto che ci si possa trovare di fronte a unsettore squilibrato rimane.

Un’indagine svolta dalla banca centrale danese nella sua ultima Monetary review, citata dal governatore, compara i prezzi delle case a Copenhagen con altre capitali europee e sottolinea come 100 metri quadri nella capitale danesi costerebbero 2,3 milioni di corone, il doppio rispetto ad Oslo e Stoccolma e addirittura il triplo rispetto a Parigi, mentre a Berlino il costo sarebbe di circa 1,9 milioni di corone.

Ciò fa dire al nostro banchiere che “il livello dei prezzi a Copenhagen non è particolarmente alto rispetto a una prospettiva internazionale, ma non è probabile che i prezzi continuino a salire al passo che abbiamo visto l’anno scorso e neanche dovrebbero”. I prezzi immobiliari – dice “sono vicini al loro livello di equilibrio” anche se la storia insegna che “ci possono essere rilevanti deviazioni dal trend” anche a causa “della tassazione sulle case che contribuisce all’instabilità del settore”.

La stabilità del settore immobiliare è un pre-requisito della stabilità finanziaria delle banche danesi. E, indirettamente, vista l’esperienza storica, dell’equilibrio fiscale.

A proposito, la politica fiscale, dice il banchiere, “non dovrebbe essere rilassata”. Malgrado il deficit sia intorno al 3% scritto nelle tavole della legge ed è previsto rimanga a quel livello fino al 2015, non ci sono spazi per fare politica espansiva.

Perché? uno dei motivi è che dal lato credito bancario, dal 2008 in poi l’attività di prestito si è rafforzata nel settore delle banche che rilasciano mutui, mentre si è contratta nelle banche tradizionali. Significa che famiglie e imprese hanno acceso mutui invece che prestiti “normali” e le imprese, i particolare, hanno preferito finanziarsi emettendo bond piuttosto che chiedendo un affidamento bancario.

Ma questo significa solo che il rischio si è spostato da un settore bancario all’altro. E stante l’alto livello di indebitamento delle famiglie questo può essere un grave fattore di instabilità con conseguenze, in ultima analisi, anche per i conti dello stato.

A tal proposito è interessante notare che il governatore non crede che l’alto livello di debito privato possa destabilizzare le banche, perché dice, “i cittadini tendono a dare proprità al pagamento del mutuo sopra ogni cosa”, ma certo, ammette, potrebbero esserci effetti indiretti sulla domanda aggregata (già piatta) e quindi sull’equilibrio fiscale (già ai confini del deficit) qualora si verificasse una qualche forma di shock sui tassi d’interessi.

Si capisce perché la banca centrale danese si eserciti in diversi scenari apocalittici, finora più o meno rassicuranti. E anche perché si parli così tanto di Unione bancaria.

Per quanto il governatore sia convinto che “il settore finanziaro danese si è stabilizzato dal collasso della Roskilde bank del 2008”, lui stesso riconosce che ci sono un paio di questioni sul tappeto che suscitano qualche preoccupazione.

La prima è quella dei prestiti chiamati F1, ossia mutui che vengono rifinanziati annualmente. Quindi debito lungo che viene finanziato a breve. Un potente fattore di instabilità.

“Cosa succederebbe – dice – se una banca che opera nei mutui si trovasse nell’impossibilità di venderei suoi bond a breve coi quali finanzia i suoi prestiti a lungo?”

Risposta: “La banca centrale si comporterebbe come prestatore di ultima istanza, sempre che la banca in difficoltà abbia collaterali in quantità e qualità tali da avere credito”. E poiché i bond delle banche che erogano mutui sono entrati nei collaterali accettati dalla banca centrale, il problema sembra di facile soluzione.

Provo a tradurre: in caso queste banche non piazzino i propri bond sul mercato, li comprerà la banca centrale usando come collaterali gli stessi bond che nessuno vuole comprare. Di fatto significa buttare sulle spalle del bilancio dello stato il rischio di questi finanziamenti. 

Ti credo che “non c’è rischio per la stabilità finanziaria”. Anche se “è importante trovare una soluzione di lungo termine”.

La seconda questione riguarda proprio la regolazione. “La crisi ha rivelato molte debolezze e le regole sono state rinforzate” dice, “ma adesso sembra che la crisi finanziaria sia stata già dimenticata e, come abbiamo già visto in passato, ci saranno pressioni per allentare le regole”.

Meglio mettersi sotto l’ala della Bce e tenere le dita incrociate.

Evidentemente c’è del marcio in Danimarcia.

Ops, Danimarca.

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