Il sorpasso (bancario)


C’è una rappresentazione alquanto plastica della tanto decantata distanza della politica dalla realtà. Il vertice dei capi di stato e di governo che andrà in scena domani e domani l’altro a Bruxelles, che arriva con due giorni di ritardo dalla pubblicazione del Comprehensive assessment sulle banche europee lanciato oggi dalla Bce.

Da una parte una pletora di uomini politici chiamati a decidere le prossime mosse dell’Ue su un nutrito elenco di questioni, fra le quali spiccano quelle relative all’Unione bancaria.

Dall’altra un board di governatori centrali che annuncia a 130 banche europee che per un anno i loro bilanci saranno passati al setaccio prima di finire sotto la supervisione effettiva della Banca centrale.

Da una parte 28 capi di stato o di governo che si impiccheranno su aggettivi e avverbi per trovare un compromesso più o meno inconcludente.

Dall’altra l’inizio di un percorso, già operativo, destinato a mutare il volto della finanza europea e, di conseguenza, l’Europa stessa.

Vi sembra un’esagerazione?

Chi ha seguito il lungo e articolato dibattito sull’Unione bancaria con i suoi annessi e connessi, sa bene che la questione delle banche nazionali è diventato il vero punto di snodo dell’evoluzione dell’architetture europea. Decidere cosa le banche possano avere in pancia – in fondo questo è il senso della supervisione bancaria – in questo senso, è uno strumento assai potente che condurrà in maniera naturale alla prossima tappa del processo di integrazione europeo: l’unione fiscale.

Perciò chi si appassiona alle dispute fra i singoli stati dell’Unione, notando che la Germania vuole questo mentre la Francia vuole quello, perde di vista la direzione scambiandola col dito.

La direzione, che il documento approvato oggi dalla Bce indica con chiarezza, è che le banche europee devono piacere al mercato, se vogliono continuare a stare in piedi (e di conseguenza sostenere l’economia degli stati). E poi che del monitoraggio della qualità della banche europee è stata incaricata un’entità sovranazionale che, in virtù della sua indipendenza, offrirà ampie garanzie al mercato circa l’esito dei suoi monitoraggi e degli stress test

Su questi ultimi gli stati nazionali non hanno più praticamente alcuna voce in capitolo, salvo che dovrebbero concordarne i requisiti con l’Eba. Altra entità sovranazionale.

Il dito è che ci siano stati che tirano da una parte piuttosto che da un’altra per il futuro dell’Unione Bancaria. Ma è solo un gioco della parti.

Tutti i capi di stato, in particolare quello dell’eurozona, sanno che l’Unione bancaria è un fatto ineludibile. Le discussioni di queste settimane servono soltanto a capire chi dovrà pagare il conto  e come.

Pensateci un attimo. Una volta che una banca sia trovata carente dalla Bce, della sua risoluzione farà prima ad occuparsi il mercato o il Risolutore la cui fisionomia, con fatica, il Consiglio europeo dovrebbe individuare fra pochi giorni?

Per farvela semplice, la costruzione degli altri due pilastri dell’Unione bancaria, quindi il meccanismo di risoluzione e la garanzie europea sui depositi, sono di per sé una derivata del primo pilastro. L’impronta del primo non può che influenzare gli altri due, che piaccia o no agli stati che, appunto, sono impelagati in altre e più robuste questioni.

Per un singolo stato, ad esempio, è molto più importante capire se le sue banche, secondo i criteri elaborati dal supervisore e dall’Eba, sono coerenti con la qualità degli attivi giudicata ottimale oppure no.

Sapere, ad esempio, come verranno valutati i titoli di stato in pancia alle banche residenti.

Da questo punto di vista l’assemblea dei capi di stato e di governo è una cerimonia che si consuma in nome di un principio, quello della rappresentanza democratica, ormai palesemente superato dal tecnicismo bancario, almeno nelle materie economico-finanziarie. Quest’ultimo detta la linea. Il Consiglio europeo la recepisce facendo finta di dettarla.

Volete un esempio?

La Bce chiederà alle banche che abbiano un indice di capitale (common equity tier 1) pari all’8% e al termine dell’assessment, completo di stress test, pubblicherà i risultati a fine ottobre 2014, ossia prima della presa in carico della supervisione prevista per il mese successivo. E’ la Bce, insieme con l’Eba, a decidere quali indicatori usare e a quale livello. E quindi sono queste due entità a stabilire lo stato di salute di una banca, tedesca o italiana che sia.

Comunque sia, l’ottobre 2014 sarà un momento memorabile per la finanza europea. Avremo modo di capire quale livello di divaricazione si sia ormai accumulato fra le istituzioni europee e gli stati nazionali, compresi gli azionisti di maggioranza, Germania in testa, cui le banche provocano non pochi grattacapi.

Nel frattempo il Consiglio europeo dovrebbe riuscire a trovare un accordo per approvare gli altri pilastri dell’Unione bancaria entro le nuove elezioni europee (aprile 2014).

Secondo voi a quale scadenza crederà di più il mercato, a quella della Bce o quella dei capi di stato europei?

Non è una roba di poco conto. Scegliere a chi credere significa decidere chi sarà il domatore della belva finanziaria. Se, vala dire, sarà il Consiglio d’Europa o la Bce.

A dirla tutta, usare la frusta dei mercati finanziari per placare l’altra belva, quella degli stati nazionali, è di sicuro la trovata più interessante partorita dai banchieri centrali negli ultimi sessant’anni. Atteso che poi sono bravissimi ad utilizzare la frusta degli stati, via regolazione, contro la belva dei mercati.

Sempre per il bene comune, ovviamente.

A guardarla così, la dichiarazione di Mario Draghi, secondo la quale “l’esame degli attivi delle banche europee rappresenta un passo avanti importante per l’Europa” dice molto di più di quello che sembra. L’esame, sottolinea il Governatore “migliorerà la fiducia del settore privato nella solidità delle banche europee”. E, di conseguenza, costringerà gli stati a mollare la presa sulle proprie banche, visto che verrà spezzato una volta per tutte quel legame che le lega ai debiti sovrani che tanto indigna i nostri banchieri centrali.

Non bisogna essere maghi per sapere che spezzare tale legame  sarà uno dei costituenti della fiducia nelle banche europee e quindi un ottimo viatico all’Unione fiscale, della quale ormai si parla apertamente in tutti i consessi europei.

Sicché mentre domani i politici si metteranno in fila a Bruxelles, la Bce si esibisce nella sua migliore specialità:

il sorpasso.

E così sceglie pure la direzione.

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  1. Jean-Charles

    La Deutsche Bank, con circa 800 miliardi d’ingaggi su prodotti derivati di un totale all’attivo di più o meno 2300 miliardi e con solamente 50 miliardi di fondi propri non ha nulla da temere.

    Detiene poco debito italiano…

    Mi piace

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