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Cronicario: Le conseguenze antieconomiche della Fed


Proverbio del 15 dicembre Il forestiero è forestiero solo un giorno

Numero del giorno: 358.300 Richieste di asilo arrivate nell’Ue nel III Q 2016

Cominciamo da una cosa facile facile. I primi a pagare il conto del rialzo dei tassi della Fed saranno gli americani che hanno debiti sul groppone. Quindi praticamente tutti: giovani, vecchi e fra un po’ anche i bambini. Nel caso non abbiate dati sottomano, accontentatevi di questo

Fonte: FED

In pratica, per le famiglie americane siamo oltre i 12 trilioni di dollari di debiti, che significa 12 mila miliardi, due terzi dei quali sono mutui immobiliari, diciamo un otto trilioncini. E che succederà a questi debiti dopo l’aiutino della Fed? Semplicemente questo.

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Bloomberg si chiede, chissà quanto retoricamente se i mutui saranno più cari. Ma certo che sì, ciccini belli. Succede quando alzi i tassi di interesse per la gioia delle banche. Vi faccio anche un conto della serva che magari dimensiona il problema. Lo 0,25% di interessi in più su un montante di 12 trilioni (ma i tassi bancari aumenteranno certo assai più) vuol dire un 30 miliardi di interessi in più (di incassi per le banche) su una montagna già alta abbastanza da scoraggiare gli sciatori più estremi.

E questa è la prima conseguenza antieconomica della Fed. Che peraltro promette rialzi ulteriori l’anno prossimo. Addirittura tre. Che moltiplicati per il nostro conto della serva significa aggiungere ogni volta minimo 30 miliardi di dollari di interessi in più sulle spalle dei cittadini indebitati e di profitti per chi dà a prestito.

La seconda conseguenza la vedete qui.

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L‘indice che misura la forza del dollaro si è impennato, con tutte le conseguenze del caso per le valute estere, con l’euro ai mini dal 2003, e le valute dei paesi emergenti a capofitto. La terza conseguenza ce la racconta il WSJ, ma il Cronicario la sapeva già: il dollaro forte è un problema per la stabilità finanziaria internazionale. Molti ne sono convinti. E i dati di questi giorni, con le borse insolitamente esuberanti e interi paesi sotto pressione, sembrano confermarlo.

La quarta conseguenza antieconomica della Fed dovrà spicciarsela il nostro beneamato Mister T. però. Se come dice la Yellen i tassi arriveranno all’1,4% a fine 2017 e al 2,1% a fine 2018, il nostro eroe dovrà farsi piacere l’idea di pagare più interessi sul deficit che promette di fare per fare l’America great again. Voi come la vedete la Yellen?

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La telenovela dei tassi Fed, per quanto avvincente, non deve però farci trascurare gli altri eventi clou della giornata. Oltre al lancio di Galileo, il satellite che segna l’inizio dell’Unione satellitare europea, in terra come in cielo (cit.), oggi l’Ue era in grande spolvero perché i capi di governo dovevano incontrarsi per gli auguri di natale al Concilio europeo, e con l’occasione parlare di quelle tre o quattro fesserie che giustificano questi incontri: immigrazione, Brexit, difesa comune, unione bancaria, investimenti comuni, e cose così. Tutti dossier che fanno un figurone sotto l’albero. Il vertice è ancora in corso, quindi vi guasterò la sorpresa rivelandovi che non succederà un bel nulla. Scambio di bacetti, selfie e foto di gruppo.

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A proposito di migrazione. Eurostat proprio oggi ha rilasciato i dati sui richiedenti asilo che per la prima volta hanno presentato istanza in un paese europeo. Sono più di 350 mila, solo nel terzo trimestre 2016. Fanno circa un milione in attesa.

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E sarà pure un caso, ma sempre oggi il Parlamento europeo ha varato una norma che concede ai paesi membri la possibilità di introdurre nuovamente l’obbligo di visto di ingresso per i cittadini non comunitari “in casi di emergenza”, ossia si trovino a dover affrontare “un aumento forte di immigrazione o rischi per la sicurezza”. Quindi quando gli pare. Sarà mica anche questa una conseguenza antieconomica della Fed? Ma no. Magari di Trump.

Fra le notizie che dovete assolutamente conoscere e poi tranquillamente ignorare c’è sicuramente questa, che il Cronicario propone per pura simpatia col titolo.

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In pratica la Banca d’Inghilterra waits and see, e la sterlina …

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Ancora una conseguenza antieconomica della Fed?

Mah. Nel dubbio mi consolo coi casi nostri, proponendovi due perle made in Istat. La prima spiega in gran parte le ragioni del nostro buonumore.

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Da noi si mangia roba buona. E se vi sembra poca cosa, provate a cercare la pancetta o l’olio extravergine nel Midwest Usa.

La seconda mi commuove fino alle lacrime, perché racconta di noi, della nostra storia e delle nostre fissazioni. Anzi, l‘unica fissazione nazionale (insieme con quella della casa): la pensione.

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Un dato eloquente è che il 72,6 dei 16,2 milioni di pensionati nel 2015 ha al massimo la licenza media. L’altro che il reddito medio netto di una famiglia con pensionati è appena di duemila euro inferiore a quello di una famiglia che lavora. Capite perché conviene la pensione?

A domani.

 

Nell’EZ arriva anche il ministero ombra dell’industria


Sempre perché l’integrazione economica europea è una cosa seria, nel senso che vi si sta attendendo con grande serietà d’intenti mentre il popolo si accapiglia sui massimi sistemi, mi sembra giusto farvi sapere che il governo ombra dell’eurozona si arricchirà a breve anche di un ministero dell’industria, che si affiancherà a quello delle finanze che abbiamo già incontrato.

Accanto al Comitato europeo per le finanze pubbliche, che come sappiamo serve a favorire una maggiore integrazione e sul lato fiscale, si costituiranno altre entità che avranno il compito di monitorare un altro aspetto assai sensibile dell’integrazione europea: la competitività. In pratica l’organizzazione della produzione.

Ne trovo traccia nell’ultimo bollettino economico della Bce, che al tema dedica un box incentrato proprio sulla creazione dei “competitiveness boards”, li chiameremo CB per fare prima, che fanno parte del pacchetto di misure che la Commissione sta predisponendo per dar seguito alla comunicazione del 21 ottobre scorso nella quale la Commissione annunciava di stare elaborando una serie di misure allo scopo di “rafforzare il framework della governance Ue”.

Detto fatto. Nella sua comunicazione, fra le altre cose, la Commissione ha raccomandato la creazione di CB nazionali in tutti i paesi membri. Ciò al fine evidente di favorire confronti fra le politiche dei paesi dell’area capaci di stimolare la riflessione e, soprattutto, le riforme strutturali. Il Consiglio europeo, cui la Commissione ha rivolto la sua raccomandazione, dovrà esaminarla nel merito da qui a qualche mese, quindi sappiamo ancora poco sul come e quando queste nuove entità vedranno la luce. Sappiamo però come le immagina la Commissione. E altresì che di solito la Commissione immagina con buona approssimazione ciò che accadrà.

“La crisi recente – scrive la Bce – ha dimostrato che gli sviluppi avversi di competitività e le rigidità strutturali hanno aumentato la vulnerabilità e la capacità di adattarsi agli shock”. E poiché ciò malgrado la risposta istituzionale dei vari paesi a tale rigidità è stata nell’insieme deboluccia, ecco i cinque presidenti lanciare l’idea del CB che la Commissione, come sempre efficiente, ha trasformato in un’idea normativa.

“I CB nazionali – spiega la Bce – possono aiutare a rendere più efficace la titolarità nazionale delle riforme strutturali nell’area della competitività”. A tal fine la raccomandazione della Commissione di rafforzare la produzione di contributi di esperti indipendenti, e insieme il dialogo fra Ue e paesi membri, individua nei CB i soggetti ideali per fare l’uno e l’altro. Nella narrativa Bce, infatti, viene specificato che “i CB devono seguire una nozione comprensiva di competitività, coprendo le dinamiche dei costi e dei prezzi e anche dei fattori non di prezzo, catturando i driver della produttività in relazione anche all’innovazione e all’attrattività dell’economia nei confronti del business”.

Inoltre, dovrebbero”trasmettere le informazioni relative alle parti interessate coinvolte nei processi di formazione dei salari a livello nazionale, pur non interferendo nel processo della loro formazione”. E al tal fine “dovrebbero essere indipendenti dal governo”. Il tutto dovrebbe essere rendicontato in rapporti annuali, divenendo perciò, questi super consulenti, dei notevoli contributori al dibattito pubblico.

Ma soprattutto, “la raccomandazione proposta al Consiglio prevede che la Commissione coordini le attività dei CB” al fine di supportare gli obiettivi dell’euro area”, e in particolare favorire “l’implementazione di riforme strutturali”. Ricordando poi il fine, di tutta questa pantomima: “Un nuovo processo di convergenza verso
strutture economiche più resilienti – ricorda la Bce – dovrebbe essere accompagnato da un ulteriore condivisione di sovranità sulle politiche economiche e fiscali. Ciò dovrebbe includere un graduale passaggio dal coordinamento delle politiche, basate sui regolamenti, a meccanismi di codecisione”.

Saranno pure nazionali, i ministeri ombra dell’industria. Ma fino a un certo punto.

I dieci giorni che cambieranno l’Europa (e la Germania)


Non è il 2014 l’anno in cui capiremo come andrà a finire l’Europa, come dice il nostro premier Letta.

Il nostro destino lo capiremo prima di Natale.

Il countdown è già cominciato con l’Ecofin di ieri, dove era attesa la decisione dei 28 ministri sui due pilastri mancanti dell’Unione Bancaria. I ministri si sono ritrovati a dover dipanare una matassa intricatissima, ossia quale fosse l’autorità deputata a decidere sul fallimento di una banca, e insieme chi dovesse pagare il conto a partire dal ottobre del 2014, quando inizierà la sorveglianza della Bce sui principali istituti di credito europeo.

Dopo la solita maratona notturna, si è deciso di prendersi qualche altro giorno. L’accordo per grandi linee è stato definito, ma bisogna mettere a punto i dettagli, mei quali com’è è noto si annida sempre il diavolo.

Nel caso in ispecie, anche il quadro generale è un po’ confuso. Ancora non è ben chiaro se e come sarà costituità l’autorità sovranazionale di risoluzione, nè come e chi pagherà il conto. I documenti circolati in queste ore lasciano aperte più domande di quante risposte diano. Quindi toccherà attendere per capire meglio.

Rimane il fatto che queste decisioni, assolutamente tecniche, hanno pesanti ripercussioni politiche che impattano in maniera rilevante sul futuro dell’eurozona, innanzitutto, ma di tutta l’Unione europea.

Ciò spiega perché siano aumentate le pressioni sui governi europei affinché la smettano di cincischiare e decidano il da farsi.

E’ stata fissata anche una scadenza: l’accordo dell’Ecofin deve arrivare entro la metà della prossima settimana, prima quindi del vertice fra i capi di stato e di governo, che si incontreranno fra il 19 e il 20 dicembre che dovrebbe asseverare tali decisioni e quindi aprire di fatto l’iter parlamentare, che dovrebbe procedere a tappe forzate fino all’aprile del 2014, quando l’europarlamento chiuderà per elezioni.

Insomma: ora o chissà quando. Per non dire mai più.

Anche perché, e qui ha ragione Letta, è difficile fare previsione sul prossimo europarlamento, che magari verrà fuori dalle urne assai piùù euroscettico di quanto non sia oggi, e quindi assai meno disposto a recepire una roba sistemica come un’Unione bancaria.

Per capire il nostro destino, e più precisamente quello dell’Unione bancaria dal quale dipende quello della buona salute dell’Unione monetaria, basterà quindi aspettare una decina di giorni.

La prima questione, quella di identificare la fisionomia del Risolutore, dicono i beneinformati, vedeva due inediti schieramenti. Da una parte coloro che vorrebbero che tale struttura coincidesse con il gruppone dell’Ecofin, con tanto di diritto di veto, che dovrebbe esser chiamato a decidere sui fallimenti bancari. Qui troviamo la Germania, la Finlandia e la Slovacchia. Dall’altra parte, ossia fra coloro che vorrebbero che il risolutore fosse un’entità sovranazionale, troviamo il resto dei paesi dell’Ue, oltre alla Bce e la Commissione europea, che ha già presentato una proposta di risoluzione in tal senso.

Si può questionare a lungo sul perché la Germania non voglia che sul fallimento della sue banche decida uno “straniero”. Ma è chiaro che se nascerà l’autorità sovranazionale di risoluzione, come è molto probabile che sia, allora la Germania dovrà incassare un pesante ridimensionamento politico che cambierà, anche a livello di percezione pubblica, il suo ruolo nel lungo processo di costruzione europea. Si capirebbe, vale a dire, che le dispute europee non sono autenticamente fra i singoli stati, come gran parte della pubblicistica contemporanea induce a credere, ma fra le entità sovranazionali (compreso il Fmi) e gli stati nazionali.

Sulla seconda questione, quella del finanziamento del fondo sui salvataggi bancari, bisogna capire se i soldi arriveranno dagli stati, come dice la Bce, o se si potrà attingere ai fondi dell’ESM, come propongono alcuni ministri dell’Ue, almeno fino a quando il fondo unico di risoluzione (Single Resolution Fund), che sarà alimentato dalle stesse banche europee, non avrà sufficiente capienza finanziaria.

Anche qui, la Germania si oppone all’idea di usare l’Esm, adducendo a cagione il fatto che sarebbe un modo indiretto per socializzare le perdite fa tutti gli Stati. Dal punto di vista tedesco è molto più opportuno che siano gli azionisti e gli obbligazionisti a pagare, e anche i depositanti non assicurati (bail-in). Opinione che peraltro è diventata patrimonio della legislazione europea, ma a partire dal 2018. Quindi è probabile che pur di spuntarla su questo punto, elettoralmente assai più sensibile, ottenendo magari l’anticipazione dell’entrata in vigore delle regole del bail-in la Germania ceda sul primo, che però è assai più intrusivo nel perimetro della sovranità finanziaria. Sarebbe una vittoria di Pirro.

Anche qui la decisione finale, se mai arriverà, ci dirà molto sul peso politico reale della Germania.

Molti osservatori in queste settimane hanno messo sull’avviso di un accordo al ribasso che, dicono, minerebbe la fiducia nella reale capacità dell’Ue, e dell’eurozona in particolare, di fare quanto è necessario, per usare un’espressione resa celebra da Draghi, per uscire in maniera strutturale dalla crisi.

E proprio ieri Mario Draghi, parlando a un convegno in Banca d’Italia in memoria di Curzio Giannini, ha insistito sulla necessità di arrivare al più presto all’approvazione dell’Unione bancaria. E guarda il caso, la stessa cosa ha detto la presidente del Fmi Lagarde che, sempre ieri, ha rilasciato un discorso con un outlook sull’eurozona.

Insomma, il grande mondo della finanza si aspetta che i governi europei approvino presto e bene l’Unione bancaria.

L’alternativa, assai rischiosa, non sembra contemplata.

Almeno per i prossimi dieci giorni.

Un altro trilemma per l’eurozona


Siccome viviamo tempi difficili non basta più dover affrontare semplici dilemmi.

Ormai l’eurozona si trova di fronte solo trilemmi.

Deve vedersela con un celebre trilemma monetario, e deve far fronte ad un altro impegnativo trilemma politico.

Ma da quando è esplosa la crisi è arrivato un altro trilemma: quello finanziario.

L’ultimo a parlarne è stato Vitor Constancio, vide presidente della Bce, in una recente conferenza organizzata dalla Banca Santander a Madrid. Il tema ve lo potete immaginare: l’Unione Bancaria.

Lontano dal clamore delle cronache, i nostri banchieri centrali si stanno dando un gran daffare per spiegare urbi et orbi (ma sempre in ambienti tecnici) la bellezza e la bontà della nascente Unione bancaria. Tutti costoro concordano sull’origine della crisi europea e intravedono nella nuova unione bancaria il rimedio più sicuro per curare i sintomi del malessere sin dalla loro origine, che poi è molto semplice: il credito facile.

E’ stato il credito facile infatti a generare gli afflussi di denaro in conto capitale dei PIIGS e il relativo deficit sulle partite correnti. “L’esposizione delle banche dei paesi core verso i paesi periferici è più che quintuplicata dal 1999 al 2007”, dice il nostro banchiere.

E’ stata la ritirata del credito facile a rendere insostenibili debiti privati gonfiati fino allo sfinimento dal credito facile e a provocare l’esplosione del debito pubblico, chiamato a metterci una pezza e quindi finito in crisi anch’esso.

Dulcis in fundo, è arrivata la crisi dello spread, conseguenza diretta della crisi del debito pubblico, che ha “costretto” le banche a farsi carico del finanziamento dei debiti sovrani, opportunamente foraggiate dalla Bce.

Così siamo arrivati alla fine del problema che corrisponde all’inizio: le banche.

Sono le banche, oggi, il problema dell’eurozona, come ieri, secondo i nostri banchieri centrali, erano le monete volatili.

Sicché è del tutto logico che all’unione monetaria succeda un’unione bancaria.

Questo è il succo della narrazione di Constancio che prepara la ricetta che conosciamo bene: meccanismo unico di supervisione e poi di risoluzione, una volta chiarito a norma di legge chi dovrà mettere i soldi sul tappeto per tappare eventuali falle scovate dal supervisore sovranazionale una volta che la Bce avrà concluso il suo assessment sulle principali banche europee a fine ottobre del 2014.

“Il Single supervisory mechanism – spiega Constancio – inizierà formalmente la supervisione nel novembre 2014 – sottolinea Constancio – ed è stato disegnato per risolvere il trilemma finanziario provocato dal livello nazionale di supervisione, al fine di garantire l’integrazione e la stabilità finanziaria spostando la supervisione a livello sovrazionale”.

Ecco il punto: anche il trilemma finanziario, al pari degli altri due, si risolve spostando potere dal livello nazionale a quello sovranazionale.

Vale la pena approfondire.

Il concetto di trilemma finanziario è stato elaborato da Dirk Schoenmaker, studioso di finanza bancaria, che nell’aprile 2011 ha pubblicato uno studio (“The financial trilemma”) che ha scalato le classifiche delle banche centrali.

Schoenmaker è una delle firme illustri della Duisenberg school of finance, presso la quale ha pubblicato diversi paper dedicati proprio all’analisi delle questioni bancarie europee, che è un’istituzione intitolata, non a caso, al primo presidente olandese della Bce, Wim Duisenberg.

Questo serve a contestualizzare un po’ l’analisi.

Al termine di una lunga dissertazione, il nostro economista definisce il nuovo trilemma in questi termini: non è possibile avere allo stesso tempo la stabilità finanziaria, banche transfrontaliere e la supervisione nazionale. Bisogna scegliere di rinunciare a una cosa per avere le altre due.

Il trilemma, insomma, ricalca lo schema classico: fisso tre opzioni, le rendo simultaneamente incompatibili e “suggerisco” a quale rinunciare.

Un espediente retorico.

E sarà pure un caso, ma tutti i trilemmi finiscono con la rinuncia a qualcosa di nazionale.

Infatti lo stesso Schoenmaker, pochi mesi dopo, nel gennaio 2012, pubblica un altro paper dal titolo “Banking Supervision and Resolution: The European Dimension”, dove propone una personalissima soluzione al trilemma da lui stesso inventato: “Bisogna muovere la supervisione bancaria dal livello nazionale a quello sovranazionale. E fare ciò renderà necessario mettere in mani europee la risoluzione delle crisi, basata su una credibile dotazione finanziaria e accordi legali”.

Ma non è che bisognava essere economisti di spicco per trovare questa soluzione. Alla stabilità finanziaria, infatti, nessuno vuole o può rinunciare. Che le banche siano ormai transfrontaliere è un dato di fatto, da quando c’è totale libertà di movimento dei capitali. Rimane la supervisione nazionale, e capirai: se ne può tranquillamente fare a meno per avere le altre due cose.

E infatti a giugno 2012 il Consiglio europeo, pressato dalla crisi e dalla frammentazione finanziaria europea, fissa i paletti della futura Unione bancaria, fissando i tre pilastri, primo fra i quali la supervisione, che viene affidata alla Bce.

Sicché si capisce beneperché Constancio concluda manifestando la convinzione che “la lezione più importante che abbiamo imparato è che un mercato finanziario unico con una moneta unica necessita di un meccanismo sovranazionale unico di supervisione e di risoluzione”.

E poi dice che gli economisti non servono.

Servono eccome.

In tutti i sensi.

Il sorpasso (bancario)


C’è una rappresentazione alquanto plastica della tanto decantata distanza della politica dalla realtà. Il vertice dei capi di stato e di governo che andrà in scena domani e domani l’altro a Bruxelles, che arriva con due giorni di ritardo dalla pubblicazione del Comprehensive assessment sulle banche europee lanciato oggi dalla Bce.

Da una parte una pletora di uomini politici chiamati a decidere le prossime mosse dell’Ue su un nutrito elenco di questioni, fra le quali spiccano quelle relative all’Unione bancaria.

Dall’altra un board di governatori centrali che annuncia a 130 banche europee che per un anno i loro bilanci saranno passati al setaccio prima di finire sotto la supervisione effettiva della Banca centrale.

Da una parte 28 capi di stato o di governo che si impiccheranno su aggettivi e avverbi per trovare un compromesso più o meno inconcludente.

Dall’altra l’inizio di un percorso, già operativo, destinato a mutare il volto della finanza europea e, di conseguenza, l’Europa stessa.

Vi sembra un’esagerazione?

Chi ha seguito il lungo e articolato dibattito sull’Unione bancaria con i suoi annessi e connessi, sa bene che la questione delle banche nazionali è diventato il vero punto di snodo dell’evoluzione dell’architetture europea. Decidere cosa le banche possano avere in pancia – in fondo questo è il senso della supervisione bancaria – in questo senso, è uno strumento assai potente che condurrà in maniera naturale alla prossima tappa del processo di integrazione europeo: l’unione fiscale.

Perciò chi si appassiona alle dispute fra i singoli stati dell’Unione, notando che la Germania vuole questo mentre la Francia vuole quello, perde di vista la direzione scambiandola col dito.

La direzione, che il documento approvato oggi dalla Bce indica con chiarezza, è che le banche europee devono piacere al mercato, se vogliono continuare a stare in piedi (e di conseguenza sostenere l’economia degli stati). E poi che del monitoraggio della qualità della banche europee è stata incaricata un’entità sovranazionale che, in virtù della sua indipendenza, offrirà ampie garanzie al mercato circa l’esito dei suoi monitoraggi e degli stress test

Su questi ultimi gli stati nazionali non hanno più praticamente alcuna voce in capitolo, salvo che dovrebbero concordarne i requisiti con l’Eba. Altra entità sovranazionale.

Il dito è che ci siano stati che tirano da una parte piuttosto che da un’altra per il futuro dell’Unione Bancaria. Ma è solo un gioco della parti.

Tutti i capi di stato, in particolare quello dell’eurozona, sanno che l’Unione bancaria è un fatto ineludibile. Le discussioni di queste settimane servono soltanto a capire chi dovrà pagare il conto  e come.

Pensateci un attimo. Una volta che una banca sia trovata carente dalla Bce, della sua risoluzione farà prima ad occuparsi il mercato o il Risolutore la cui fisionomia, con fatica, il Consiglio europeo dovrebbe individuare fra pochi giorni?

Per farvela semplice, la costruzione degli altri due pilastri dell’Unione bancaria, quindi il meccanismo di risoluzione e la garanzie europea sui depositi, sono di per sé una derivata del primo pilastro. L’impronta del primo non può che influenzare gli altri due, che piaccia o no agli stati che, appunto, sono impelagati in altre e più robuste questioni.

Per un singolo stato, ad esempio, è molto più importante capire se le sue banche, secondo i criteri elaborati dal supervisore e dall’Eba, sono coerenti con la qualità degli attivi giudicata ottimale oppure no.

Sapere, ad esempio, come verranno valutati i titoli di stato in pancia alle banche residenti.

Da questo punto di vista l’assemblea dei capi di stato e di governo è una cerimonia che si consuma in nome di un principio, quello della rappresentanza democratica, ormai palesemente superato dal tecnicismo bancario, almeno nelle materie economico-finanziarie. Quest’ultimo detta la linea. Il Consiglio europeo la recepisce facendo finta di dettarla.

Volete un esempio?

La Bce chiederà alle banche che abbiano un indice di capitale (common equity tier 1) pari all’8% e al termine dell’assessment, completo di stress test, pubblicherà i risultati a fine ottobre 2014, ossia prima della presa in carico della supervisione prevista per il mese successivo. E’ la Bce, insieme con l’Eba, a decidere quali indicatori usare e a quale livello. E quindi sono queste due entità a stabilire lo stato di salute di una banca, tedesca o italiana che sia.

Comunque sia, l’ottobre 2014 sarà un momento memorabile per la finanza europea. Avremo modo di capire quale livello di divaricazione si sia ormai accumulato fra le istituzioni europee e gli stati nazionali, compresi gli azionisti di maggioranza, Germania in testa, cui le banche provocano non pochi grattacapi.

Nel frattempo il Consiglio europeo dovrebbe riuscire a trovare un accordo per approvare gli altri pilastri dell’Unione bancaria entro le nuove elezioni europee (aprile 2014).

Secondo voi a quale scadenza crederà di più il mercato, a quella della Bce o quella dei capi di stato europei?

Non è una roba di poco conto. Scegliere a chi credere significa decidere chi sarà il domatore della belva finanziaria. Se, vala dire, sarà il Consiglio d’Europa o la Bce.

A dirla tutta, usare la frusta dei mercati finanziari per placare l’altra belva, quella degli stati nazionali, è di sicuro la trovata più interessante partorita dai banchieri centrali negli ultimi sessant’anni. Atteso che poi sono bravissimi ad utilizzare la frusta degli stati, via regolazione, contro la belva dei mercati.

Sempre per il bene comune, ovviamente.

A guardarla così, la dichiarazione di Mario Draghi, secondo la quale “l’esame degli attivi delle banche europee rappresenta un passo avanti importante per l’Europa” dice molto di più di quello che sembra. L’esame, sottolinea il Governatore “migliorerà la fiducia del settore privato nella solidità delle banche europee”. E, di conseguenza, costringerà gli stati a mollare la presa sulle proprie banche, visto che verrà spezzato una volta per tutte quel legame che le lega ai debiti sovrani che tanto indigna i nostri banchieri centrali.

Non bisogna essere maghi per sapere che spezzare tale legame  sarà uno dei costituenti della fiducia nelle banche europee e quindi un ottimo viatico all’Unione fiscale, della quale ormai si parla apertamente in tutti i consessi europei.

Sicché mentre domani i politici si metteranno in fila a Bruxelles, la Bce si esibisce nella sua migliore specialità:

il sorpasso.

E così sceglie pure la direzione.