Etichettato: come funziona l’unione bancaria

Unione bancaria, la Bce segna ma non vince


Quello che doveva succedere, alla fine, è successo. Il compromesso, assai sofferto, fra la posizione sovranazionalista di Bce e Commissione Ue, che ha trovato un inedito alleato nell’Europarlamento, ha segnato un timido gol in zona Cesarini contro la squadra avversaria capitanata dal bomber tedesco Schäuble, ossia l’accordo intergovernativo di fine 2013.

Il gol della Bce ha accorciato le distanze, direbbero i cronisti sportivi. Ma chi parla di pareggio lo fa per amore di bottega: a guardarla con onestà, si potrebbe dire che anziché finire 1 a 0, come era stato alla fine del primo tempo, la partita è finita 2 a 1 per la squadra (tedesca) degli intergovernativi.

In sostanza l’Europa bancaria di marca tedesca ha chiuso con una netta vittoria il lungo negoziato sull’Unione Bancaria. I sostenitori della squadra sovranazionale potranno consolarsi col solito argomento che un accordo è sempre meglio di niente. Ma dovranno sperare nella prossima crisi per costringere gli stati nazionali a mollare la presa sulle loro banche.

Prima di esaminare nel dettaglio i contenuti dell’intesa, vale la pena spiegare perché la Bce, e in particolare il suo centravanti Mario Draghi, abbia celebrato con toni tonitruanti l’intesa.

Da una parte c’è la soddisfazione di aver completato l’accordo sugli altri due pilastri dell’Unione bancaria che mancavano, riuscendo persino ad accorciare il tempo necessario a costruire il fondo dal quale attingere per pagare le risoluzioni bancarie.

Ma il vero valore del gol segnato a fine partita sta nel fatto che sarà la Bce a tenere il dito sul grilletto di una eventuale crisi bancaria. Dall’esito della sua supervisione, infatti, dipende l’attivazione della farraginosissima procedura per arrivare a una risoluzione. E’ chiaro perciò che laddove non arriverà il povero Board del costituendo SRM, arriverà la market discipline. E tanto basterà.

Nel merito, vale la pena illustrare come funzionerà (sempre che il parlamento europeo trasformi in legge l’accordo nell’ultima seduta pre-elettorale di aprile) innanzitutto il meccanismo di risoluzione, il cosidetto SRM (single resolution mechanism).

Il Risolutore potrà lavorare solo sulle banche supervisionate dalla Bce. Le altre banche, quindi quelle non soggette alla supervisione unificata, rimarranno competenza dei singoli stati nazionali e delle loro autorità di risoluzione. In tal caso però per gli stati non sarà possibile attingere alle risorse del costituendo fondo di risoluzione. A meno che lo stato membro non opti per la supervisione unificata. Quindi nel caso, un domani, la Germania volesse ottoporre alle supervisione della Bce anche le sue 417 Sparkassen potrà farlo.

Non ridete.

Se però succede che la risoluzione nazionale preveda l’uso dei denari del fondo di risoluzione, allora l’SRM potrà metterci bocca. Questo, evidentemente potrà succedere qualora lo stato coinvolto non possa o non voglia pagare la risoluzione di una banca. E’ chiaro che i paesi ricchi preferiranno lavari i panni sporchi in famiglia, a differenza di quelli poveri, tenendo l’SRM fuori dai giochi. E questo segna già una prima importante differenza.

Ma l’aspetto più esilarante è il funzionamento del SRM. E’ stato scritto e ripetuto che potrà attuare la risoluzione di una banca nell’arco di un fine settimana. E sarà pure vero. Solo che è impossibile capire quanto tempo servirà prima di arrivare a deciderla, questa risoluzione.

L’SRM, infatti, funziona con un comitato esecutivo e una seduta plenaria. Il primo discrimine è di natura finanziaria. Per le risoluzioni che comportano una spesa superiore ai cinque miliardi, le decisioni devono essere prese in seduta plenaria.

Cinque miliardi per una banca di un paese di peso sono davvero bruscolini. Basta ricordare che la Germania per salvare le sue banche regionali (Landesbanken), dopo il 2008, di miliardi sul tavolo ne ha dovuti mettere quasi 70. Il che dimensiona bene quanto pesino nella realtà i 55 miliardi di cui dovrebbe essere dotato il futuro fondo di risoluzione.

Al contrario, per i paesi piccoli – Cipro ha fatto un botto bancario di “appena” nove miliardi – il board esecutivo e i denari del fondo sembrano addirittura sovradimensionati. E questo è il punto: così come è stata disegnata l’Unione bancaria sembra fatta apposta per funzionare con i pesci piccoli.

Non mi stupisco: fare i forti coi deboli è lo sport preferito dall’eurozona.

Torniamo a noi.

Il Board dei risolutori, nella sue versione esecutiva, oltre al presidente, al direttore esecutivo e ai tre componenti tecnici permanenti, ospita osservatori permanenti della Bce, della Commissione Ue e del Consiglio europeo e delle autorità nazionali di risoluzione. Non è previsto però diritto di veto.

Nella maggior parte dei casi, la Bce notificherà al Board (e a tutti gli osservatori) se una banca sta fallendo, coinvolgendo l’autorità nazionale di risoluzione. Il Board dovrà valutare se dal fallimento di questa banca c’è un rischio sistemico e se c’è una qualche soluzione che possa essere trovata coinvolgendo il settore privato (leggi: bail in). Se così non è, allora il Board prepara uno schema di risoluzione eventualmente pescando nel fondo apposito.

Uno pensa: finisce così?

Macché: da quel momento in poi la palla passa alla Commissione europea, responsabile di valutare gli aspetti discrezionale della decisione del Board. Una volta che la Commissione fa suo il piano (ma può fare obiezioni), la sua decisione finale è soggetta all’approvazione (od obiezione) del Consiglio europeo, quando la quantità di risorse tratte dal fondo viene modificata o non c’è pubblico interesse al salvataggio. Per fare prima però, è prevista la procedura di silenzio assenso.

Non ridete.

Se Commissione o Consiglio obiettano sullo schema preparato del board dell’SRM, allora il Bord deve rimettersi al lavoro e rifarlo. Una volta ottenuto il via libera da tutti, lo schema di risoluzione viene attuato dall’autorità nazionale di risoluzione. Nel caso il piano preveda aiuti di stato (ad esempio in caso di bail out), la Commissione deve dare il suo via libera preventivo.

Quanto al mitico fondo di risoluzione, le banche dei paesi aderenti dovranno alimentarlo fino a 55 miliardi in otto anni e i gestori del fondo potranno anche indebitarsi per avere risorse, ma solo se viene dato loro il via libera dalla sessione plenaria del fondo. Nel periodo che servirà alle banche per rimpinaguare il fondo, verranno creati comparti nazionali. Per decidere del trasferimento dei fondi nazionali al fondo unico servirà però un ulteriore accordo intergovernativo. Quindi la parola finale torna di nuovo al livello nazionale.

Che ve ne pare di quest’Unione Bancaria?

La sensazione è che sarà implacabilmente efficiente con gli stati piccoli e malleabilmente dilatoria con i grandi. Di costoro dovrà occuparsi la Bce, e non certo tramite il board dell’Srm. Ci penserà il mercato a far fallire una banca, assai più rapido ed efficace di qualunque Board costretto da procedure bizantine come quelle che abbiamo visto.

Al bord basterà pure un week end per far fallire una banca.

Al mercato basta un attimo.

I dieci giorni che cambieranno l’Europa (e la Germania)


Non è il 2014 l’anno in cui capiremo come andrà a finire l’Europa, come dice il nostro premier Letta.

Il nostro destino lo capiremo prima di Natale.

Il countdown è già cominciato con l’Ecofin di ieri, dove era attesa la decisione dei 28 ministri sui due pilastri mancanti dell’Unione Bancaria. I ministri si sono ritrovati a dover dipanare una matassa intricatissima, ossia quale fosse l’autorità deputata a decidere sul fallimento di una banca, e insieme chi dovesse pagare il conto a partire dal ottobre del 2014, quando inizierà la sorveglianza della Bce sui principali istituti di credito europeo.

Dopo la solita maratona notturna, si è deciso di prendersi qualche altro giorno. L’accordo per grandi linee è stato definito, ma bisogna mettere a punto i dettagli, mei quali com’è è noto si annida sempre il diavolo.

Nel caso in ispecie, anche il quadro generale è un po’ confuso. Ancora non è ben chiaro se e come sarà costituità l’autorità sovranazionale di risoluzione, nè come e chi pagherà il conto. I documenti circolati in queste ore lasciano aperte più domande di quante risposte diano. Quindi toccherà attendere per capire meglio.

Rimane il fatto che queste decisioni, assolutamente tecniche, hanno pesanti ripercussioni politiche che impattano in maniera rilevante sul futuro dell’eurozona, innanzitutto, ma di tutta l’Unione europea.

Ciò spiega perché siano aumentate le pressioni sui governi europei affinché la smettano di cincischiare e decidano il da farsi.

E’ stata fissata anche una scadenza: l’accordo dell’Ecofin deve arrivare entro la metà della prossima settimana, prima quindi del vertice fra i capi di stato e di governo, che si incontreranno fra il 19 e il 20 dicembre che dovrebbe asseverare tali decisioni e quindi aprire di fatto l’iter parlamentare, che dovrebbe procedere a tappe forzate fino all’aprile del 2014, quando l’europarlamento chiuderà per elezioni.

Insomma: ora o chissà quando. Per non dire mai più.

Anche perché, e qui ha ragione Letta, è difficile fare previsione sul prossimo europarlamento, che magari verrà fuori dalle urne assai piùù euroscettico di quanto non sia oggi, e quindi assai meno disposto a recepire una roba sistemica come un’Unione bancaria.

Per capire il nostro destino, e più precisamente quello dell’Unione bancaria dal quale dipende quello della buona salute dell’Unione monetaria, basterà quindi aspettare una decina di giorni.

La prima questione, quella di identificare la fisionomia del Risolutore, dicono i beneinformati, vedeva due inediti schieramenti. Da una parte coloro che vorrebbero che tale struttura coincidesse con il gruppone dell’Ecofin, con tanto di diritto di veto, che dovrebbe esser chiamato a decidere sui fallimenti bancari. Qui troviamo la Germania, la Finlandia e la Slovacchia. Dall’altra parte, ossia fra coloro che vorrebbero che il risolutore fosse un’entità sovranazionale, troviamo il resto dei paesi dell’Ue, oltre alla Bce e la Commissione europea, che ha già presentato una proposta di risoluzione in tal senso.

Si può questionare a lungo sul perché la Germania non voglia che sul fallimento della sue banche decida uno “straniero”. Ma è chiaro che se nascerà l’autorità sovranazionale di risoluzione, come è molto probabile che sia, allora la Germania dovrà incassare un pesante ridimensionamento politico che cambierà, anche a livello di percezione pubblica, il suo ruolo nel lungo processo di costruzione europea. Si capirebbe, vale a dire, che le dispute europee non sono autenticamente fra i singoli stati, come gran parte della pubblicistica contemporanea induce a credere, ma fra le entità sovranazionali (compreso il Fmi) e gli stati nazionali.

Sulla seconda questione, quella del finanziamento del fondo sui salvataggi bancari, bisogna capire se i soldi arriveranno dagli stati, come dice la Bce, o se si potrà attingere ai fondi dell’ESM, come propongono alcuni ministri dell’Ue, almeno fino a quando il fondo unico di risoluzione (Single Resolution Fund), che sarà alimentato dalle stesse banche europee, non avrà sufficiente capienza finanziaria.

Anche qui, la Germania si oppone all’idea di usare l’Esm, adducendo a cagione il fatto che sarebbe un modo indiretto per socializzare le perdite fa tutti gli Stati. Dal punto di vista tedesco è molto più opportuno che siano gli azionisti e gli obbligazionisti a pagare, e anche i depositanti non assicurati (bail-in). Opinione che peraltro è diventata patrimonio della legislazione europea, ma a partire dal 2018. Quindi è probabile che pur di spuntarla su questo punto, elettoralmente assai più sensibile, ottenendo magari l’anticipazione dell’entrata in vigore delle regole del bail-in la Germania ceda sul primo, che però è assai più intrusivo nel perimetro della sovranità finanziaria. Sarebbe una vittoria di Pirro.

Anche qui la decisione finale, se mai arriverà, ci dirà molto sul peso politico reale della Germania.

Molti osservatori in queste settimane hanno messo sull’avviso di un accordo al ribasso che, dicono, minerebbe la fiducia nella reale capacità dell’Ue, e dell’eurozona in particolare, di fare quanto è necessario, per usare un’espressione resa celebra da Draghi, per uscire in maniera strutturale dalla crisi.

E proprio ieri Mario Draghi, parlando a un convegno in Banca d’Italia in memoria di Curzio Giannini, ha insistito sulla necessità di arrivare al più presto all’approvazione dell’Unione bancaria. E guarda il caso, la stessa cosa ha detto la presidente del Fmi Lagarde che, sempre ieri, ha rilasciato un discorso con un outlook sull’eurozona.

Insomma, il grande mondo della finanza si aspetta che i governi europei approvino presto e bene l’Unione bancaria.

L’alternativa, assai rischiosa, non sembra contemplata.

Almeno per i prossimi dieci giorni.