Il freddo vento dell’Ovest che soffia sull’India


Gli auruspici dei disastri di là da venire compilano ormai ogni giorno la classifica del primo che cadrà, una volta che l’Occidente americano smetterà di emettere liquidità a tassi negativi. Costoro, in gran parte in avida contemplazione dei guadagni che lucreranno da tali rovine, ormai da mesi hanno rivolto i loro occhi rapaci verso i paesi emergenti, e in particolare quei Brics che nel tempo buono vennero inventati per piazzare al meglio qualche obbligazione.

Sembrano passati secoli, ma invece è poco più di un decennio. Quei campioni oggi spompati, erano il lievito di ogni discussione sul futuro della domanda globale. I perfetti succedanei di un Occidente stanco e spopolato di giovani, assai più preoccupato di mantenere i suoi vecchi che non di produrre nuove mitologie di consumo. L’automobile, per dire, doveva essere cinese o indiana, o non essere più.

Cosa è rimasto oggi, che il freddo vento dell’Ovest ha già iniziato a spolverare di neve i saldi commerciali dei Brics? Chi sarà il primo a cadere, si chiedono i traders, che muovono assurdi finanziari sotto forma di denaro?

Ecco l’India, segnalarsi con preoccupazione non come candidata ideale al sacrificio, che pure si attaglierebbe bene, questo ruolo, alla sua mistica. Ma come prima rivelazione di quanto le menzogne dell’Ovest siano e siano state profonde.Una versione aggiornata del vecchio colonialismo.

Si scopre questo e dell’altro, leggendo l’ultimo staff report del Fondo monetario dedicato proprio all’India. Si scopre ciò che già si sapeva, ossia come l’alta inflazione, avendo ridotto i rendimenti reali degli investimenti indiani, abbia contribuito notevolmente a un deficit di conto corrente della bilancia dei pagamenti senza precedenti, aggravatosi con l’aumento di importazioni di oro. A farne le spese è stato il risparmio indiano e, una volta che il vento freddo dell’Ovest ha iniziato a soffiare, la valuta, depressa da costanti deflussi di quegli afflussi che nei bei tempi dei Brics popolavano la contabilità internazionale indiana.

Ma scopriamo anche che l’Occidente non ha di che preoccuparsi: finisca pure di mettere al sicuro i suoi soldi, prestati inopinatamente, per pura avidità, al sub continente: “Uno shock che si origini in India – scrive il Fmi – ha implicazioni globali contenute, ma molto serie per alcune economie sudasiatiche”. L’Occidente, insomma, può star tranquillo.

L’India un po’ meno. “La riduzione della liquidità – scrive il Fmi – ha aumentato le pressioni esterne e appesantito gli squilibri macroeconomici dell’India (alta inflazione, grande deficit di conto corrente, e deficit fiscale) e la sua debolezza strutturale”. Quest’anno la crescita dovrebbe arrivare al 4,6%, il livello più basso dell’ultimo decennio, a causa di una contrazione della domanda estera e dell’anemia di quello interna, che non riesce a decollare.

Il deficit di conto corrente è previsto migliori, ma l’India ha poco margine, a parte usare le sue riserve, per fare politiche controcicliche. E le riserve, ammesso che le tensioni finanziarie internazionali si normalizzino, serviranno innanzitutto a tenere in piedi la rupia, che, spiega il Fondo, dovrebbe essere sostenuta da un aumento corposo dei tassi a breve in caso di torbidi esterni.

La qualcosa, come è noto, ha l’effetto di comprimere la domanda, in un momento in cui il Fmi esorta a procedere con un consolidamento fiscale, visto che il deficit è ancora previsto al 4,8% del Pil nel 2013/14. Insomma: l’India sta transitando dai Brics ai PIIGS.

Chi segue questa roba non si stupirà più di tanto. La creazione di un PIIGS, prevede il copione, comincia con l’afflusso di denaro gratis e finisce con un deflusso che lascia il paese pieno di debiti e in piena crisi fiscale/valutaria. L’abbiamo visto tante volte, questo copione negli ultimi trent’anni. E la cosa incredibile è che ancora ci si caschi.

E come ogni volta, anche per l’India, il grilletto che ha innescato la fase terminale della crisi è stato l’annuncio di maggio della Fed che presto sarebbe partito il tapering. Gli investimenti di portafoglio in India hanno cominciato a diventare fantasmi alla disperata ricerca di una sostanza sotto forma di nuovi prestiti.

Gli investitori “scoprirono” l’alto livello di inflazione che l’India esibisce ormai da un decennio, e si accorsero persino dell’instabilità politica. E’ incredibile cosa possa far dimenticare il denaro della Fed.

Il paese reagì allentando i limiti agli investimenti diretti dall’estero, introducendo controlli sui movimenti di capitale e addirittura un dazio sulle importazioni di oro. Ma, come al solito, fu la retromarci della Fed a svolgere l’effetto desiderato. I mercati si calmarono e il governo indiano di conseguenza.

Oggi che il tapering sembra un’ipotesi benigna, all’orizzonte ma non troppo, l’India si trova nuovamente di fronte ai suoi dilemmi storici: l’inflazione, la domanda interna strozzata e gli investimenti ancora bloccati, col saldo commerciale migliorato un pochino, ma solo perché il mondo là fuori è tornato a spendere. Ma fino a quando?

Il mantra delle riforme strutturali non poteva risparmiare perciò un paese che già ai tempi buoni era stato a a dir poco refrattario. E’ pur vero che nell’ultimo biennio le politiche monetarie e fiscali sono state coerenti con il consiglio del Fmi, ma questo non è stato sufficiente a incardinare l’India in un percorso sostenibile di sviluppo. Ancora troppo esposta ai marosi internazionali. Ancora troppo indiana.

La crescita si prevede in aumento al 5,4% nel periodo 2014/15, ma “l’inflazione CPI – scrive il Fondo – si prevede ancora vicina alla doppia cifra nei prossimi anni”. Un po’ perché l’inflazione da cibo non accenna a diminuire, un po’ perché si trasferisce con rapidità ai salari, un po’ perché la valuta ha prospettive di ulteriore indebolimento, un po’ perché i prezzi energetici sono previsti in crescita.

Lato esterno, il deficit di conto corrente, che aveva raggiunto il record del 4,8% nel 2012/13 si è ridotto notevolmente, spinto ai ribasso dai dazi su alcune importazioni (l’oro) e dall’aumento delle importazioni, ma anche perché, da bravi PIIGs, la domanda interna di beni è crollata sotto il peso della crisi.

Quest’anno il Fmi si aspetta un deficit di conto corrente di 61 mld, pari a circa il 3,3% del Pil, con prospettive al miglioramento grazie anche all’effetto del deprezzamento della rupia di questi ultimi tempi. A tranquillizzare i creditori c’è anche l’ammontare ancora soddisfacente di riserve (296 miliardi di dollari a dicembre 2013 previste in crescita a 314 per marzo 2015).

Ma rimane vagante il rischio più grosso: ossia che la liquidità globale torni ad essere scarsa, combinando così  la debolezza esterna con quella interna. “Le riserve sono ampie – nota il Fondo – ma la recente esperienza evidenzia che, con la normalizzazione della politica monetaria americana, l’impatto della volatilità del mercato globale può essere distruttivo. Con un bisogno di finanziamenti esteri ancora significativo, quindi, l’India è esposta al rischio di una salita dei tassi di interessi e a quello del deflusso dei capitali”.

Questa pressione può mettere in tensione i mercati domestici, indebolire i bilanci di banche (per le quali si prevede un’ampia necessità di capitali freschi in accordo con Basilea III) e imprese, tagliare la crescita del credito e forzare una tensione prociclica sulle politiche monetarie e fiscali”. Tutto ciò “può innalzare il costo dei finanziamenti, provocare deflussi di portafoglio e aggiustamenti disordinati del tasso di cambio e dei prezzi degli asset”. In pratica l’ingresso a pieno titolo fra i PIIGs.

Sicché gli indiani, una volta saggi, ora si attrezzano a scrutare le nuvole che arrivano da Ovest. Dopo l’esperienza di Lehman Brothers, quando il paese passò da un deficit di conto corrente finanziato interamente dagli investimenti esteri a un periodo in cui non coprivano neanche un quarto, i metereologi indiani hanno capito che il sole, se vuole continuare a splendere, non potrà contare solo sulla benevolenza altrui, anche se tale benevolenza rimane fondamentale. Dalla sua l’India ha il fatto che “la flessibilità del cambio potrebbe continuare a essere un punto di risposta fondamentale alle volatilità estere”.

Almeno questo vantaggio gli indiani ce l’hanno. Basti ricordare che fra il 22 maggio e il 2 settembre (ossia da quando la Fed iniziò a parlare di tapering) la rupia si è deprezzata del 18,8%, per poi rivalutarsi del 6,5% dal 2 settembre al 5 dicembre.

Il problema è che non sanno come affrontare la prossima turbolenza.

Sono in buona compagnia però.

Non lo sa nessuno.

Nessun paese del sud, tantomeno un subcontinente, è attrezzato per la grande glaciazione che si prepara.

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