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Il freddo vento dell’Ovest che soffia sull’India


Gli auruspici dei disastri di là da venire compilano ormai ogni giorno la classifica del primo che cadrà, una volta che l’Occidente americano smetterà di emettere liquidità a tassi negativi. Costoro, in gran parte in avida contemplazione dei guadagni che lucreranno da tali rovine, ormai da mesi hanno rivolto i loro occhi rapaci verso i paesi emergenti, e in particolare quei Brics che nel tempo buono vennero inventati per piazzare al meglio qualche obbligazione.

Sembrano passati secoli, ma invece è poco più di un decennio. Quei campioni oggi spompati, erano il lievito di ogni discussione sul futuro della domanda globale. I perfetti succedanei di un Occidente stanco e spopolato di giovani, assai più preoccupato di mantenere i suoi vecchi che non di produrre nuove mitologie di consumo. L’automobile, per dire, doveva essere cinese o indiana, o non essere più.

Cosa è rimasto oggi, che il freddo vento dell’Ovest ha già iniziato a spolverare di neve i saldi commerciali dei Brics? Chi sarà il primo a cadere, si chiedono i traders, che muovono assurdi finanziari sotto forma di denaro?

Ecco l’India, segnalarsi con preoccupazione non come candidata ideale al sacrificio, che pure si attaglierebbe bene, questo ruolo, alla sua mistica. Ma come prima rivelazione di quanto le menzogne dell’Ovest siano e siano state profonde.Una versione aggiornata del vecchio colonialismo.

Si scopre questo e dell’altro, leggendo l’ultimo staff report del Fondo monetario dedicato proprio all’India. Si scopre ciò che già si sapeva, ossia come l’alta inflazione, avendo ridotto i rendimenti reali degli investimenti indiani, abbia contribuito notevolmente a un deficit di conto corrente della bilancia dei pagamenti senza precedenti, aggravatosi con l’aumento di importazioni di oro. A farne le spese è stato il risparmio indiano e, una volta che il vento freddo dell’Ovest ha iniziato a soffiare, la valuta, depressa da costanti deflussi di quegli afflussi che nei bei tempi dei Brics popolavano la contabilità internazionale indiana.

Ma scopriamo anche che l’Occidente non ha di che preoccuparsi: finisca pure di mettere al sicuro i suoi soldi, prestati inopinatamente, per pura avidità, al sub continente: “Uno shock che si origini in India – scrive il Fmi – ha implicazioni globali contenute, ma molto serie per alcune economie sudasiatiche”. L’Occidente, insomma, può star tranquillo.

L’India un po’ meno. “La riduzione della liquidità – scrive il Fmi – ha aumentato le pressioni esterne e appesantito gli squilibri macroeconomici dell’India (alta inflazione, grande deficit di conto corrente, e deficit fiscale) e la sua debolezza strutturale”. Quest’anno la crescita dovrebbe arrivare al 4,6%, il livello più basso dell’ultimo decennio, a causa di una contrazione della domanda estera e dell’anemia di quello interna, che non riesce a decollare.

Il deficit di conto corrente è previsto migliori, ma l’India ha poco margine, a parte usare le sue riserve, per fare politiche controcicliche. E le riserve, ammesso che le tensioni finanziarie internazionali si normalizzino, serviranno innanzitutto a tenere in piedi la rupia, che, spiega il Fondo, dovrebbe essere sostenuta da un aumento corposo dei tassi a breve in caso di torbidi esterni.

La qualcosa, come è noto, ha l’effetto di comprimere la domanda, in un momento in cui il Fmi esorta a procedere con un consolidamento fiscale, visto che il deficit è ancora previsto al 4,8% del Pil nel 2013/14. Insomma: l’India sta transitando dai Brics ai PIIGS.

Chi segue questa roba non si stupirà più di tanto. La creazione di un PIIGS, prevede il copione, comincia con l’afflusso di denaro gratis e finisce con un deflusso che lascia il paese pieno di debiti e in piena crisi fiscale/valutaria. L’abbiamo visto tante volte, questo copione negli ultimi trent’anni. E la cosa incredibile è che ancora ci si caschi.

E come ogni volta, anche per l’India, il grilletto che ha innescato la fase terminale della crisi è stato l’annuncio di maggio della Fed che presto sarebbe partito il tapering. Gli investimenti di portafoglio in India hanno cominciato a diventare fantasmi alla disperata ricerca di una sostanza sotto forma di nuovi prestiti.

Gli investitori “scoprirono” l’alto livello di inflazione che l’India esibisce ormai da un decennio, e si accorsero persino dell’instabilità politica. E’ incredibile cosa possa far dimenticare il denaro della Fed.

Il paese reagì allentando i limiti agli investimenti diretti dall’estero, introducendo controlli sui movimenti di capitale e addirittura un dazio sulle importazioni di oro. Ma, come al solito, fu la retromarci della Fed a svolgere l’effetto desiderato. I mercati si calmarono e il governo indiano di conseguenza.

Oggi che il tapering sembra un’ipotesi benigna, all’orizzonte ma non troppo, l’India si trova nuovamente di fronte ai suoi dilemmi storici: l’inflazione, la domanda interna strozzata e gli investimenti ancora bloccati, col saldo commerciale migliorato un pochino, ma solo perché il mondo là fuori è tornato a spendere. Ma fino a quando?

Il mantra delle riforme strutturali non poteva risparmiare perciò un paese che già ai tempi buoni era stato a a dir poco refrattario. E’ pur vero che nell’ultimo biennio le politiche monetarie e fiscali sono state coerenti con il consiglio del Fmi, ma questo non è stato sufficiente a incardinare l’India in un percorso sostenibile di sviluppo. Ancora troppo esposta ai marosi internazionali. Ancora troppo indiana.

La crescita si prevede in aumento al 5,4% nel periodo 2014/15, ma “l’inflazione CPI – scrive il Fondo – si prevede ancora vicina alla doppia cifra nei prossimi anni”. Un po’ perché l’inflazione da cibo non accenna a diminuire, un po’ perché si trasferisce con rapidità ai salari, un po’ perché la valuta ha prospettive di ulteriore indebolimento, un po’ perché i prezzi energetici sono previsti in crescita.

Lato esterno, il deficit di conto corrente, che aveva raggiunto il record del 4,8% nel 2012/13 si è ridotto notevolmente, spinto ai ribasso dai dazi su alcune importazioni (l’oro) e dall’aumento delle importazioni, ma anche perché, da bravi PIIGs, la domanda interna di beni è crollata sotto il peso della crisi.

Quest’anno il Fmi si aspetta un deficit di conto corrente di 61 mld, pari a circa il 3,3% del Pil, con prospettive al miglioramento grazie anche all’effetto del deprezzamento della rupia di questi ultimi tempi. A tranquillizzare i creditori c’è anche l’ammontare ancora soddisfacente di riserve (296 miliardi di dollari a dicembre 2013 previste in crescita a 314 per marzo 2015).

Ma rimane vagante il rischio più grosso: ossia che la liquidità globale torni ad essere scarsa, combinando così  la debolezza esterna con quella interna. “Le riserve sono ampie – nota il Fondo – ma la recente esperienza evidenzia che, con la normalizzazione della politica monetaria americana, l’impatto della volatilità del mercato globale può essere distruttivo. Con un bisogno di finanziamenti esteri ancora significativo, quindi, l’India è esposta al rischio di una salita dei tassi di interessi e a quello del deflusso dei capitali”.

Questa pressione può mettere in tensione i mercati domestici, indebolire i bilanci di banche (per le quali si prevede un’ampia necessità di capitali freschi in accordo con Basilea III) e imprese, tagliare la crescita del credito e forzare una tensione prociclica sulle politiche monetarie e fiscali”. Tutto ciò “può innalzare il costo dei finanziamenti, provocare deflussi di portafoglio e aggiustamenti disordinati del tasso di cambio e dei prezzi degli asset”. In pratica l’ingresso a pieno titolo fra i PIIGs.

Sicché gli indiani, una volta saggi, ora si attrezzano a scrutare le nuvole che arrivano da Ovest. Dopo l’esperienza di Lehman Brothers, quando il paese passò da un deficit di conto corrente finanziato interamente dagli investimenti esteri a un periodo in cui non coprivano neanche un quarto, i metereologi indiani hanno capito che il sole, se vuole continuare a splendere, non potrà contare solo sulla benevolenza altrui, anche se tale benevolenza rimane fondamentale. Dalla sua l’India ha il fatto che “la flessibilità del cambio potrebbe continuare a essere un punto di risposta fondamentale alle volatilità estere”.

Almeno questo vantaggio gli indiani ce l’hanno. Basti ricordare che fra il 22 maggio e il 2 settembre (ossia da quando la Fed iniziò a parlare di tapering) la rupia si è deprezzata del 18,8%, per poi rivalutarsi del 6,5% dal 2 settembre al 5 dicembre.

Il problema è che non sanno come affrontare la prossima turbolenza.

Sono in buona compagnia però.

Non lo sa nessuno.

Nessun paese del sud, tantomeno un subcontinente, è attrezzato per la grande glaciazione che si prepara.

I Brics preparano il governo ombra


C’è un pizzico di megalomania e tanta buona volontà nelle dichiarazioni d’intenti dei cinque paesi – i famosi Brics – che oggi e domani si vedranno in Sudafrica, a Durban, per discutere delle sorti magnifiche e progressive del mondo a venire. Un mondo nel quale, manco a dirlo, Brasile, Russia, Cina, India e Sudafrica giocheranno un ruolo sempre più importante. Se non altro per il loro peso demografico.

Qualche numero aiuterà a capire. Il prodotto interno lordo dei Brics rappresenta il 21% del Pil mondiale. I Brics occupano il 26 per cento della superfice del pianeta e totalizzano il 42% della popolazione mondiale.

Qualche giorno fa i giornali russi riportavano le roboanti dichiarazioni di Putin, secondo il quale “è necessario trasformare i paesi in via di sviluppo nel nuovo centro di influenza euroatlantica”. Il piano prevede di creare anche un’alternativa alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale. L’istituto, che prenderà il nome di Banca dello Sviluppo, sarà un centro nevralgico per la raccolta delle informazioni e delle analisi della situazione economica attuale che sarà dunque un’alternativa agli esistenti rapporti forniti da FMI e BM, analisi, fa sapere il premier che potrebbero anche discostarsi da quelli fino ad ora conosciuti. Per completare l’opera Putin vuole regalare all’Occidente anche una nuova agenzia di rating. In pratica un occhio “indipendente” sul mondo dell’economia.

Quale sia il disegno è chiaro: fare dei Brics una specie di G5.

Replicare in piccolo il sistema di potere che ha consentito ai vincitori della seconda guerra mondiale di restare in sella per 60 anni, istituendo anche una sorta di governo ombra del sistema finanziario, può anche essere una trovata interessante, in un mondo che ormai tutti dicono multipolare, ma sconta un problema di fondo: la fragilità dei suoi partecipanti.

Una fragilità che è innanzitutto finanziaria. Se guardiamo alla posizione netta sull’estero dei cinque Brics, servendoci delle statistiche del Fondo monetario internazionale, scopriamo che il Brasile, nel 2011, aveva un debito netto con l’estero pari al 33,12% del Pil; la Russia, sempre nel 2011, ha realizzato un saldo netto positivo pari al 7,97% del Pil, ma fino al 2008 era negativo per l’11,47%, segno di una situazione finanziaria sempre troppo esposta alle turbolenze e alla connotazione energy-based del proprio export. La Cina mantiene un saldo netto positivo per il 23,71% (dato 2011) del Pil, ma ben lontano dal 32% del 2008 e in costante calo dal allora. L’India ha visto il suo saldo negativo ampliarsi dal 5,9% del Pil del 2007 al 12,4 del 2011. Quanto al Sudafrica, il saldo è stato sempre negativo con una punta del 23% nel 2007 fino al 6,7985 del 2011.

Questo se si guardano solo i conti esteri.

Che tale fragilità sia ben nota ai cinque Brics lo dimostrano i primi atti che dovrebbero essere firmati in questo meeting. Banca mondiale ombra a parte, uno dei primi incontri previsti è quello fra le autorità brasiliani e quelle cinesi per regolamentare le transazioni effettuate non più in dollari, ma nelle rispettive monete. Il che la dice lunga sullo spirito dell’iniziativa: mettere d’assedio il principale strumento grazie al quale viene esercitata l’egemonia euroatlantica: il sistema monetario internazionale basato sul dollaro fluttuante.

Che i primi tentativi in tal senso vengano effettuati da Brasile e Cina non deve stupire, visti i rapporti sempre più intensi fra i due paesi. Un esempio basterà a chiarire: il volume degli scambi tra il Brasile e gli altri Brics è quasi raddoppiato in quattro anni: nel 2008, era di 48 miliardi di dollari e nel 2012 è stato di 95 miliardi di dollari. E la Cina è diventata lo scorso anno il primo partner commerciale del Brasile, scavalcando gli Stati Uniti. Ma i saldi netti esteri dimostrano come tale intensa attività di scambi sia fortemente sbilanciata.

Aldilà di come finirà il meeting di Durban, è evidente che due diverse visioni del mondo stanno emergendo e finiranno per contendersi l’egemonia globale. La prima, quella che Putin chiama euroatlantica, è destinata a confrontarsi con la visione emergente, quella eurasiatica, visto il peso relativo di Russia, Cina e India nei Brics.

Non è un caso che l’Europa stia in mezzo.

Il silenzioso tramonto di Cindia


I segnali si vedono, chiari e forti, ma non se ne parla, come se la grancassa suonata in tutti questi anni abbia provocato una forma di pudicizia negli osservatori, che oggi voltano lo sguardo di fronte alla luce del tramonto dei due giganti d’Oriente, ossia Cina e India.

Eppure il destino di Cindia dovrebbe riguardarci, visto che sulla magnifiche sorti progressive del sub continente e della terra di mezzo i paesi ricchi hanno investito massicce dosi di ottimismo. O forse è proprio per questo che oggi, schiacciato dalla crisi e spaventato dal futuro, l’uomo d’occidente diventa pudico e guarda altrove.

Vediamoli questi segnali, dunque.

L’ultimo in ordine d’arrivo è l’analisi del Composite leading indicator point elaborato dall’Ocse, ossia l’indice che misura e anticipa il momento di ripartenza (o di stasi) di un’economia. L’indice parte da una base 100, superata la quale inizia la stagione di crescita. 

Gli unici paesi che nel 2012 hanno superato questa linea sono stati il Giappone, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, ossia quelli che stanno sperimentando notevoli allentamenti monetari. Il campione d’europa, ossia la Germania, ha registrato una crescita costante dell’indice, che quotava 98,7 nel settemebre 2012 e agennaio 2013 era già a 99,6, ma non sta ancora in ripresa. Persino l’Italia è migliorata, da 99 a 99,3, mentre la Francia è stabile a 99,5. Dati che fanno concludere all’Ocse che questi paesi sono alle prese con una ripresa già iniziata o in via di partenza, per la gioia di tutti.

Il discorso cambia quando andiamo a vedere i risultati dell’indice per India e Cina. L’indice per l’India quotava 98 a settembre 2012 e adesso è scivolato a 97,2, e la curva che ne raffigura l’andamento vira con decisione verso il basso. L’Ocse parla di crescita che va giù. Di poco diversa la situazione della Cina che, partita da un indice a 99,5 nel settembre 2012 è scivolata a 99 nel gennaio 2013. Una situazione che l’Ocse definisce di crescita moderata.

Stando così le cose si potrebbe pensare a una congiuntura sfavorevole, ma limitata nel tempo. Perciò ci siamo andati a leggere l’outlook 2013, sempre dell’Ocse, per l’intera regione del Sud Est asiatico pubblicato di recente, dove i tecnici hanno monitorato le economie dell’area con previsioni fino al 2017. Lo scenario che viene fuori non è rassicurante.

Relativamente alla Cina, la stagione della crescita a due cifre, quella fra il 2000 e il 2007 sembra ormai alle spalle. Per il quinquennio 2013-2017 l’Ocse stima un Pil medio intorno all’8%, che se è comunque un grosso risultato rispetto alle anemiche economie occidentali, è un chiaro segnale di rallentamento.

Lo stesso vale per l’India. Fra il 2000 e il 2007 la crescita media è stata del 7,1%. Per i prossimi cinque anni si andrà di poco sopra il 6%.

In comune i due giganti hanno che le previsioni preconizzano un rallentamento della domanda di beni dall’esterno. Ciò vuol dire che tutte le economie dell’area, nella quale Cindia fa la parte del leone, dovranno fare i conti negli anni a venire con un calo dell’export destinato a cambiare il volto delle loro economie export-led.

La crisi d’Occidente, insomma, fa venire meno i consumi e quindi le importazione dall’estero, ed è giocoforza che a pagarne il prezzo più salato siano le economie che sui consumi insaziabili dei paesi ricchi hanno costruito le loro fortune.

L’Ocse prevede infatti che i driver della crescita nell’area del Sud Est asiatico saranno sempre più i consumi interni, e gli investimenti, piuttosto che la domanda di beni dall’esterno.

In particolare, l’Ocse stima che i governi dell’area dovranno sempre più investire sui welfare locali e sulle infrastrutture, da un parte, mentre la crescita di ricchezza garantirà una crescita dei consumi interni, e quindi della importazioni.

Tale cambiamento, che non è esagerato definire epocale, dovrà fare i conti con le enormi disparità che ancora si annidano in questi grandi paesi, dove la crescita della classe media, ormai irrefrenabile, contribuirà sempre più a squilibrare le bilance dei pagamenti, con conseguenze dirette sulla crescita del Pil.

Sempre che i governi riescano a sanare alcune inefficienza strutturali che riguardano la capacità di riscuotere le imposte, il flusso dei capitali esteri e la gestione delle tuttora corposa “dollarizzazione” degli scambi interni, che falsa notevolmente il monitoraggio dell’inflazione.

Su questo scenario grava l’incognita del fuuro dell’America. Se la crescita ripartirà al galoppo negli Usa, anche i paesi asiatici non potranno che giovarsene, ma è evidente che ormai non potranno sottrarsi alla necessità di irrobustire la propria domanda interna per garantirsi lo sviluppo.

Una lezione che Cindia sembra aver compreso.

A differenza di quanto accade in Europa.

L’ottimismo dell’Ocse e il pessimismo della ragione


L’Ocse ha rilasciato il Composite leading indicator, uno strumento di analisi che serve a individuare i punti di svolta delle economia dell’area e a monitorarne i trend. Si tratta di una delle tante palle di vetro che gli analisti costruiscono per provare a scrutare nel futuro, ma in pratica valgono più per l’oggi che per il domani. Quantomeno sono utili indagini di clima. E il clima secondo l’Ocse non volge più al brutto. Ma neanche al bello però.

La schiarita in realtà non è uniforme. Se l’intera area Ocse, nel suo complesso, sembra fuori dal tunnel della grande crisi (l’indice è tornato sopra i 100 punti e sembra orientato al rialzo), rimangono profonde differenze fra le singole regioni, mentre sembrano ancora incagliati i paesi emergenti, specie la Cina.

Se guardiamo ai grafici dell’indicatore notiamo subito la grande differenza fra l’area euro, che sta faticosamente stabilizzandosi (peraltro a un livello di indicatore ben più basso di quello ante-crisi), e gli Stati Uniti. Questi ultimi, sebbene ancora non abbiano raggiunto livelli pre-crisi, mostrano un trend di deciso rialzo e lo stesso accade per la Gran Bretagna. Ma sono gli unici portatori di buone notizie.

In Giappone l’indice mostra una curva quasi piatta, orientata debolmente verso la crescita, proprio come accade in Brasile. Mentre la Cina addirittura mostra un andamento della crescita sotto il trend (indice sotto 100 in calo dal 2010). In Europa la Germania e l’Italia mostrano segni di stabilizzazione, ma anche in questo caso ben al di sotto dei livelli di appena due anni fa (indice ancora sotto 100). In Francia va addirittura peggio: l’andamento della crescita è previsto debole, esattamente come accade per il Canada (curva dell’indice sotto 100 orientata verso il basso).

Se si guarda per macro-aree, le cinque maggiori economie asiatiche sono orientate verso una crescita debole, a differenza dei paesi del Nafta, che mostrano una crescita più robusta.

Le altre due grandi speranze dei Bric, ossia Russia e India, mostrano una curva decisamente orientata al ribasso. In India l’indice è sceso sotto 98, in Russia ci si avvicina. Solo il Brasile mostra segni di crescita (ma l’indice è ancora sotto 100).

Stando così le cose il relativo ottimismo dell’Ocse può facilmente lasciare il posto a un solido pessimismo della ragione. L’economia mondiale sembra attaccata più che mai al carro statunitense che, faticosamente, sta cercando di riportarsi al livello del 2007 (quando l’indice quotava quasi 102). Basterà per tirar fuori dalle sabbie mobili il mondo intero?

Questo l’Ocse non lo dice.

Cercasi India disperatamente


Sapete tutti di Cindia, fortunata crasi giornalistica di Cina e India, ossia la pangea economica a venire destinata a cambiare le sorti del pianeta. Si che lo sapete. Non passa semestre che qualcuno non vi dica che il pendolo del mondo si è spostato a Oriente, nel magico ed esotico mondo delle tigri asiatiche, del dragone cinese e, last but not the least, del pachiderma indiano.

Fedeli alla consegna che ci siamo dati di rimuovere un po’ di mitologia sui Bric e i loro satelliti, siamo andati a vedere le carte, approfittando dell’ultimo staff report sull’India rilasciato dal Fondo monetario internazionale. Un centinaio di pagine che fotografano lo stato generale del subcontinente e che ci auguriamo leggano tutti i seguaci dell’Oriente, se non altro perché sorga in loro il sospetto che l’India che dicono arriverà si basa sugli auspici assai più che sui fondamentali.

Il Fondo esordisce dicendo che l’economia indiana è andata rallentando significativamente dopo la rapida ripresa post crisi del 2008. E le previsioni parlano di crescita col freno a mano tirato anche per i prossimi anni a causa di alcune ragioni interne.

In cifre, il fondo nota che nel 2012 la crescita è stata del 6,5% ( era l’8,4 fra 2010/11 e il 10% nel 2006) e si prevede scenderà al 5,4 quest’anno per poi tornare al 6% nel 2013. Ciò a fronte di una produzione industriale crollata dagli 8,2 punti del 2011 ai 2,9 dell’anno scorso.

Nel periodo 2004-2011 la crescita media dell’India era stata dell8,3%, trainata, da bravo Bric, dall’export. Ma tanta fortuna ha generato un aumento della domanda interna  di cibo, elettricità, acciaio e trasporti, e in generale di infrastrutture, di fronte alla quale il Paese si è trovato drammaticamente impreparato, come si è visto, nota il Fondo, nel blackout del luglio 2012 che ha spento mezza India.

Servono quindi investimenti robusti per stare al passo dell’India che dovrebbe germinare Cindia. Il problema è che, pure se si riuscisse a far decollare gli investimenti (l’India gareggia con l’Italia per scandali e corruzione), bisognerebbe tenere conto degli ampi deficit fiscali, che ancora affliggono il Paese, e dell’inflazione a due cifre. “Una risposta comune alla bassa crescita – scrive il Fondo – è adottare politiche fiscali controcicliche”, ossia espandere la spesa pubblica. “Ma tali politiche – nota ancora – sono inappropriate per l’India. L’alta inflazione comporta che ci sia solo un piccolo spazio per tagliare i tassi, mentre il deficit fiscale, previsto all’8,7% del Pil nel 2013, mostra che sia prioritario controllare la spesa pubblica piuttosto che espanderla”.

Il quadro macroeconomico, d’altronde, non è semplice. Le esportazioni crescono più delle importazioni (309 mld di dollari previsti nel 2013 a fronte di 499 mld di import) e il saldo corrente della bilancia dei pagamenti è in costante rosso (-78 mld previsto per il 2013 e il 2014). C’è un deficit fiscale (con un debito estero in crescita costante, dal 18,7% del Pil del 2011 al 20,4 e 21,7 dei due anni successivi), l’inflazione è alta, più o meno sopra il 10%, e i bond a dieci anni pagano in media, nel 2012, l’8,2%.  Ciò spiega perché il Fondo parli di “vulnerabilità esternea causa del deterioramento della bilancia dei pagamenti”. Questo a fronte di un rapporto debito/Pil intorno al 66%.

Che fare allora?  Il Fondo auspica un consolidamento fiscale unito a un controllo dell’inflazione per rafforzare la posizione sull’estero. Allo stesso tempo che si rimuovano gli ostacoli strutturali agli investimenti, affrontando i problemi connessi all’energia (il governo sta pensando di togliere i sussidi ai carburanti) e alle materie prime. Poi servirebbero riforme per l’agricoltura, la scuola, il mercato del lavoro, la sanità, per ridurre i rischi finanziari e promuovere la solidità delle banche pubbliche.

Cercasi India disperatamente.

Il lato nascosto della corsa all’oro


La fame d’oro sembra insaziabile. Solo nel dicembre scorso la Cina ha importato oltre 25 tonnellate d’oro da Hong Kong. L’India non è da meno. Insieme alla Cina quotano il 52% della domanda d’oro globale nel mondo. Oro che, lo ricordiamo, viene richiesto per gioielleria, investimento o dalle banche centrali per aumentare le riserve. Ormai tutte queste voci corrono. La domanda d’oro della Cina, per dirne una, è cresciuta dalle 200 tonnellate del 2001 a quasi 600 tonnellate l’anno nel 2010. E una quota robusta di tale domanda è andata a finire fra le riserve della banca centrale.

Nel 1999, infatti, le riserve d’oro della banca centrale Cinese erano di 395 tonnellate. Dieci anni dopo erano quasi triplicate: 1.054 tonnellate. A fronte di questo incremento, le statistiche più accreditate, mostrano che la Svizzera è stata la più grande venditrice netta d’oro nel decennio, passando dalle 2.590 tonnellate di riserve auree del 1999 alle circa 1.040 del 2009. Venditori netto d’oro sono state anche la Banca centrale olandese, da 982 tonnellate a 612 e la Bce, da 747 a 536 tonnellate. La Francia non è stata da meno, passando da 3.024 tonnellate a 2.487. Stabili invece l’Italia, che ha conservato le sue 2.451 tonnellate, la Germania (da 3.468 a 3,412 tonnellate), il Fondo monetario internazionale (fermo a 3.217 tonnellate) e gli Stati Uniti che hanno appena scalfito le loro 8.138 tonnellate del 1999 arrivando alle 8.133 tonnellate del 2009.

Tiriamo le somme. Fra il 1999 e il 2009 tre grandi banche centrali hanno venduto 2.131 tonnellate d’oro. La Cina ne ha comprate ( da loro o da altri non lo sappiamo) 659. Ne mancano all’appello 1.472. Chi le ha comprate?

E qui il terreno si fa scivoloso. Ma non è irragionevole supporre che abbiano fatto il pieno i Bric, ossia i paesi emergenti, grazie agli imponenti attivi commerciali realizzati nella prima parte degli anni Duemila.

Se guardiamo ai dati delle riserve auree nel 2012, notiamo altre cose. Le riserve degli Stati Uniti sono aumentate, passando da 8.133 a 8.965 tonnellate (+827 tonn, circa +10%), quelle tedesche pure: da 3.412 a 3.743 (+331 tonn, circa +10%), e anche quelle italiane sono cresciute: da 2.451 tonnellate a 2.702 (+251 tonn, circa +10%). La Francia, nel triennio considerato, è risalita, passando da 2.487 tonnellate a 2.648 (+161 tonn. +6,5%). Quindi il paese più indebitato del mondo ha aumentato le proprie riserve auree, tenute ferme per anni, proprio nel periodo in cui dava inizio al quantitative easing. E molti altri lo hanno imitato. La Svizzera è tornata a comprare oro, arrivando nel 2012 a 1.146 tonnellate (+106 tonn, +10% circa). La Germania, nel 2012, è arrivata a 3.743 tonnellate, (+331 tonn, +circa 10%). Persino la Bce ha comprato, nei tempi della crisi, passando da 536 a 553 tonnellate (+17 tonn. +3% circa). L’unico che ha venduto oro è stato il Fmi, che scende a 3.101 tonnellate da 3.217.

Interessante il dato della Russia, che negli ultimi cinque anni ha più che raddoppiato le sue riserve portandole a 960 tonnellate di cui 439 acquisite solo nel 2011 (con l’oro al top) e ha venduto qualcosa nell’aprile scorso. Di recente Mosca ha fatto sapere che è intenzionata a riprendere gli acquisti. Come anche la Cina.

La Cina è cresciuta ancora, arrivando a 1.161 tonnellate (+107 tonn, +10% circa). In cambio vendono dollari. Ed è pure comprensibile. Basta considerare che le mille e passa tonnellate di oro in mano alla Cina pesano sul totale delle riserve della banca centrale meno del 2%.

Il gigante di Cinese è imbottito di carta, mentre la ricchezza aurea è tuttora saldamente concentrata nei paesi ricchi.

La sindrome cinese è diffusa nei cosiddetti paesi emergenti. Ne troviamo le tracce in Russia, dove il peso dell’oro sul totale delle riserve è inferiore al 10%, in India (614 tonnellate ne 2012, il 9,6% del totale delle riserve) e persino a Taiwan (465 tonnellate di oro, il 5,9% delle riserve).

Al contrario, negli Usa, ma anche in Germania, in Italia e in Francia l’oro pesa oltre il 70% sul totale delle riserve. Solo la Svizzera, fra i paesi europei, sta intorno al 15%.

Utile osservare che la domanda d’oro ha accelerato durante la crisi finanziaria. Mentre le banche centrali stampavano monete, compravano lingotti, dovendo subire la concorrenza dei paesi emergenti, Russia, Cina e India in testa, oltre a quella del mercato della gioielleria, anch’esso in costante crescita anche per fini di investimento.

La caccia all’oro, insomma, non risparmia nessuno. Né i paesi ricchi, che gonfiano le riserve con solido metallo, né i paesi emergenti, che cercano disperatamente di fare la stessa cosa ma con poche probabilità di riuscire. 

S’intravede la nostalgia di un vecchio sistema monetario.

I fantastici 4 Bric (à Brac)


Nel campionario delle idee suggestive del decennio passato  dovremmo trovare un posto d’onore ai Bric, i fantastici 4.

Si era agli inizi del nuovo secolo quando un economista, Jim O’ Neill, finito poi a fare ricerca alla Goldman Sachs, profetizzò che i quattro fantastici Bric, ossai Brasile, Russia, India e Cina, si candidavano decisamente a diventare il motore della crescita globale. Addirittura il loro Pil, da lì al 2050, avrebbe superato quello delle economia sviluppate.

A distanza di una decina d’anni è un buon esercizio intellettuale dare corso alla fantasia di O’Neill, andando a vedere un po’ di numeri, anche perché nel frattempo i Bric (insieme ai Piigs, ma questa è un’altra storia), sono diventati uno dei luoghi comuni più ricorrenti nella letteratura economica, e non solo per i giornalisti. La Banca d’Italia, per dirne una, dedica ormai dal 2006 un capitolo fisso della sua corposa relazione annuale ai Bric, definiti pudicamente “le principali economie emergenti”.

Prima di esaminarli, è utile una premessa. Nel 2001, quando O’Neill scrisse il famoso studio, si usciva da una sbornia durata quasi un decennio durante il quale l’economia americana era cresciuta come mai nella sua storia, in presenza di inflazione bassa e conti pubblici in avanzo primario. La locomotiva Usa sembrava inarrestabile, meglio persino del Giappone degli anni ’80 (che intanto si era impantanato nella deflazione). Senonché persino un ciclo decennale prima o poi si inverte. Lo scoppio della bolla di Internet, fra il 2000 e il 2001 fece frenare gli Usa. Si pose la domanda da un milione di dollari: chi trainerà l’economia nei prossimi decenni?

Ed ecco spuntare all’orizzonte i fantastici 4. Fattori demografici, uniti ad alcuni dati macroeconomici, fecero preconizzare al nostro bravo economista che il tramonto dell’Occidente economico fosse ormai alle porte. Non subito, certo: da lì a un quarantennio. Però intanto chi aveva buoni orecchi poteva intendere, e magari fare una capatina in quei mercati, sia azionari che obbligazionari. Di sicuro c’era da guadagnarci a investire in Paesi, come il Brasile, reduce da un decennio terribile (gli anni ’90) fatto di crisi valutarie e prestiti internazionali, esattamente come la Russia (in default nel ’98), quindi con notevoli spread da lucrare, mentre Cina e India crescevano da tempo impetuosamente (grazie alla straordinaria domanda privata americana). Infatti molti ci guadagnarono e continuano a guadagnarci.

Fino al 2007 la cavalcata dei Bric, in effetti, prosegue senza riposo. Alla crescita debole delle aree avanzate, fa da contraltare quella dei fantastici 4. Negli Usa, nel 2007, il Pil cresce solo del 2,2%? Niente paura, la Cina è cresciuta dell11,9, l’India del 9,2, Brasile e Russia del 5,4 e dell8,1. Ma poiché le percentuali dicono solo una parte della verità, è utile ricordare che che il 2,2% di crescita americana del 2007 (circa 300 mld a prezzi correnti a fronte di un Pil di oltre 12.600 mld) corrisponde al 10% del Pil cinese dello stesso anno (sempre a prezzi correnti).  

Quando si magnifica delle cavalcate del Pil dei Bric, infatti, bisognerebbe sempre ricordare il punto di partenza. A fine 2010 (prezzi correnti) i quattro Bric insieme producevano un Pil di circa 9.200 miliardi, circa due terzi dei 12.500 del Pil Usa.

Senza dubbio la loro crescita è stata notevole. Basta considerare che nel 2000, sempre a prezzi correnti, il totale del loro Pil era di 2.142 miliardi, meno di un quarto degli 8.800 miliardi di Pil Usa. Ma tale crescita è stata accompagnata da alta inflazione e basata in larghissima parte sulle esportazioni, manifatturiere e di servizi per Cina e India, di prodotti petroliferi e metallici o agricoli, per Russia e Brasile.

Quindi, sebbene la domanda interna abbia iniziato a giocare un ruolo nei quattro Bric, e con essa gli investimenti, si tratta ancora di economie profondamente legate al ciclo economico estero, come d’altronde dimostrano il grande accumulo di riserve valutarie e l’afflusso di capitale estero. Nel 2007, per dirne una, il Brasile fu costretto a mettere un’imposta sugli investimenti esteri in titoli di stato, visto che aveva tassi di sconto all’11,75% ed era diventato il paradiso del carry trade.

Se ne ha la prova leggendo i dati del 2008. Le avvisaglie della crisi finanziaria americana del 2007 fanno rallentare tutti e quattro i Bric. L’export cala, mentre i mercati interni sono alle prese con la classica inflazione da domanda, che in Cina arriva al 6%, in India all’8,3, in Brasile al 5,7, in Russia al 14,1%. Tutti in notevole aumento. Per di più peggiorano i saldi di conto corrente della bilancia commerciale e anche i saldi di bilancio pubblico. Tanto che la Cina, per compensare il calo della domanda estera, decide di varare un piano di stimolo (come i giapponesi di oggi) e di allentare il credito.

Nel 2009 l’interscambio commerciale dei Bric, ossia la somma algebrica fra export e import, diventa addirittura negativo per la prima volta dal ’95. Merito degli incentivi pubblici che hanno fatto salire i consumi interni e gli investimenti. Ma anche i debiti pubblici. In Cina il deficit pubblico è arrivato al 3% del Pil dopo anni di pareggi. In India l’inflazione arriva a un picco del 16%, sospinta dalla speculazione sui prezzi agricoli, e il disavanzi pubblico ha superato il 10,5% del Pil. In Brasile è entrato addirittura in recessione (-0,2). La Russia ancora peggio: sprofonda del 7,9%.

I dati del 2010 vedono la ripresa della crescita, ma India e Brasile mantengono un deficit del conto corrente e tutti e quattro i Bric deficit pubblici. E tutti quattro sono alle prese con l’inflazione. La Cina con quotazioni crescenti del mercato immobiliare, l’India con quelle dei beni agricoli (ma quelli del gasolio rimangono amministrati), il Brasile con l’eccedenza dell’import sull’export che constringe la banca centrale a portare i tassi al 12%. In Russia l’inflazione quasi raddoppia (dal 5,5% al 9,6%).

Nel 2011 in Cina l’export rallenta e accelera l’import, con la conseguenza che il contributo alle esportazione sul Pil diventa negativo (-0,5 punti). Era già successo nel 2009. I prodotto interno rallenta in tutti e quattro i Bric, marcatamente in Brasile (dal 7,5 al 2,7%), meno negli altri. L’inflazione continua a crescere (salvo in India, dove cala dal 12 all’8,6%), calano i saldi di conto corrente (negativi quelli di India e Brasile) e migliorano i disavanzi pubblici.

I problemi di fondo non non mutati: la Cina ha poca domanda interna, la Russia dipende troppo dall’export di beni energetici, L’India ha una debolezza strutturale di bilancio pubblico, il Brasile è volatile. Sono davvero loro il futuro dell’economia mondiale?

Letto a ritroso lo studio di O’Neill strappa qualche sorriso. Ma non bisogna essere ingenerosi. Coniando l’acronimo dei Bric il capo economista di GS ha messo in vetrina i fantastici 4, e di sicuro ha giovato loro assai più di quanto li abbia danneggiati.

Oggi si può dire che si tratta di 4 fantastici Bric à Brac.