La fredda guerra della Russia: l’armata dei debiti


Se dev’esser guerra di statistiche, la fredda guerra che la Russia ha scambiato con la guerra fredda dei tempi sovietici, allora non dovremmo trascurare nessun documento dell’economia ufficiale per comprendere per cosa si combatta e come.

Leggere la fredda guerra sulle carte delle banche e delle bilance dei pagamenti, non più sui planisferi. E scorrere, ad esempio, le ultime statistiche consolidate della Banca dei regolamenti internazionali, quelle relative a dicembre 2013, prima dell’infiammarsi della crisi ucraina, come notano preoccupati gli estensori.

Qui leggiamo che l’esposizione delle banche russe verso le banche estere sfiora i 242 miliardi di dollari, ai quali bisogna aggiungere 150 miliardi di dollari di esposizione per crediti e garanzie commerciali o sui derivati. Un dato allarmante che dà sostanza alle dichiarazioni di un banchiere centrale tedesco, Adreas Dombret, che rilevando l’esposizione internazionale dell’Ucraina, tutto sommato contenuta, notava che quella russa, al contrario, era capace di originare contagi destabilizzanti del quadro europeo.

Allarme più che giustificato.

Il contagio russo, se mai dovesse deflagrare la guerra dei numeri, si abbatterebbe innanzitutto sulla Francia, partner dei russi fin dai tempi degli zar.

Le banche francesi hanno prestato con molta generosità e a fine 2013 si trovavano quasi 50 miliardi di esposizione verso le banche russe.

Queste ultime hanno visto quintuplicare i propri asset dal 2005 in poi, passando da circa 10 trilioni di rubli a 50 trilioni, la metà dei quali sono in pancia a banche controllate dallo Stato. Così come sono controllate dallo Stato circa l’80% delle imprese più rilevanti. Il che colloca la Russia al terzo posto della classifica delle economie statalizzate, dove primeggia la Cina, seguita dagli Emirati Arabi. E la banca centrale russa, che dovrebbe guardare con attenzione al comportamento delle banche nazionali, è la prima azionista della Sberbank, che detiene circa la metà dei depositi retail e un terzo degli asset del sistema bancario.

Di fronte a questa situazione di intrecci incestuosi, troviamo terza nella classifica dei prestiti alle banche russe l’Italia, con 29 miliardi di dollari, di poco sotto al secondo grande prestatore cui i russi dovrebbero riconoscenza, vale a dire gli Stati Uniti, che hanno prestato circa 30 miliardi di dollari. Un’inezia di fronte alla mole di investimenti nordamericani nel mondo. Eppure basta a comprendere perché nessuno abbia veramente voglia di tirare la corda. Né gli Stati Uniti, che pure fanno la voce grossa, né l’Europa, dove troviamo anche la Germania, che pure totalizza una ventina di miliardi di prestiti ai russi.

Ma questi numeri non descrivono con sufficiente precisione quale sia la portata dei rischi per le fragili economie europee. La Russia, infatti, è a sua volta interrelata con altre economie dell’Europa orientale, esattamente come l’Ucraina, i cui 27 miliardi di esposizione sono per un buon quarto frutto della generosità delle banche austriache e per altrettanto di quella delle banche italiane, contandosi in circa il 90% a carico di banche europee.

Queste ultime risultano pesantemente esposte nei confronti dell’area geografica denominata “Paesi dell’Europa centrale e orientale”, della quali la Russia è il pezzo più rilevante. E le banche italiane, in particolare, hanno crediti per oltre 170 miliardi, primi assoluti della graduatoria dei prestatori, visto che Francia e Germania insieme ne totalizzano meno di 200. Quindi ci sono i paesi Baltici, anch’essi ormai inseriti a pieno titolo nella cornice finanziaria tessuta dalla Russia nei tempi buoni dei Brics.

Per questo, sempre il Fondo Monetario internazionale, stavolta nel suo ultimo Global financial stability report nota che “i rischi geopolitici in Russia e in Ucraina hanno avuto finora ricadute limitate nei mercati globali. Finora l’impatto è stato limitato ai mercati regionali: si è innescato un aumento del rischio di credito sovrano russo e ucraino (i famosi CDS, ndr), una forte svalutazione del rublo e della grivna e un aumento dei rendimenti obbligazionari locali. Tuttavia i paesi della CSI e in misura minori i paesi baltici (ormai stabilmente nell’orbita dell’eurozona, ndr) hanno forti legami con commercio, rimesse, investimenti diretti esteri”.

Ecco il contagio, finora potenziale, che assume la forma minacciosa di un’improvvisa avversione al rischio che faccia schizzare verso l’alto i rendimenti dei decennali nordamericani, la vera arma di distruzione di massa del nostro evo economico, provocando a cascata una catena di downgrade capace di terremotare il mercato dei credit default swap, a cominciare da quelli accesi sul debito sovrano russo, che, sebbene finora contenuto, trova nel debito estero lordo della Russia un potente detonatore capace di far saltare il faticoso equilibrio della contabilità russa.

Un rialzo dei tassi americani, pure previsto e prevedibile in epoca di tapering – gli analisti stimano che la Fed metterà mano sui tassi dalla seconda metà del 2015 – avrebbe effetti deleteri su tutte le economie emergenti cresciute a debito o dipendenti dalla bilancia commerciale, come è stata quella russa negli ultimi dieci anni.

Se ne già avuto un assaggio nel maggio 2013, quando l’allora governatore Bernanke disse che presto avrebbe invertito il ciclo espansivo della politica monetaria americana. Sui mercati dei bond dei paesi emergenti, Russia in testa, iniziò una correzione violenta dei cambi e degli asset, solo parzialmente rientrata nel mese successivo, quando sempre la Fed spiegò che la fine della bonanza monetaria era ancora lontana.

Ma la retromarcia servì solo in parte. Le valute di tutte i paesi emergenti rimangono ancora sotto pressione e di recente la banca centrale russa ha dovuto alzare i tassi a breve al 7,5% per attrarre valuta dall’estero ed evitare un rovinoso sudden stop nella bilancia dei pagamenti.

Anche qui, le statistiche della banca centrale russa ci dicono che dal dicembre 2011 al dicembre 2013 il debito estero lordo è aumentato di quasi 200 miliardi di dollari, dai 538,8 ai 732,04 miliardi, raddoppiandosi quasi quello del governo, passato dai 34,7 miliardi a 63,4. Degli oltre 240 delle banche ho già detto, ma sono i 437 miliardi di quelli che la statistica chiama altri settori a raccontare la storia più interessante.

Il peso relativo dei prestiti al settore privato, quindi innanzitutto le famiglie e le imprese, è passato dai 227,8 miliardi del 2011 ai 266,2 del 2013.

Questo dato ci racconta molto della società che fu sovietica e che oggi, grazie all’ingresso nel club dei paesi globalizzati, ha scoperto la gioia del credito (altrui) per i finanziare i consumi (propri).

I Russi hanno iniziato, prendendoci gusto, a farsi prestare soldi dall’estero per finanziari i propri sfizi, oltre che gli eccessi dei propri satrapi. Quale migliore controprova della metamorfosi culturale subita dalla Russia nell’ultimo ventennio?

Il Paese che dice di opporsi alla cultura statunitense, quanto se non più di altri, ha attinto e attinge tuttora alla generosità dei creditori per finanziare il suo tenore di vita.

E gli piace.

(2/segue)

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