Nel mondo misterioso delle dark pools


Se non fosse il titolo di un celebre libro di qualche anno fa, gli scrutatori di cose finanziarie saprebbero poco o nulla delle dark pools, nome implicitamente oscuro che evoca pratiche proibite se non addirittura sconce.

E tuttavia, malgrado il libro di Scott Patterson, scopro che tuttora i nostri regolatori, e segnatamente la Bce che ne parla nel suo ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria, di questi luoghi e delle relative pratiche sanno sommariamente poco. Hanno fotografato che è in corso un’evoluzione storica della microstruttura dei mercati finanziari, che vede nuovi partecipanti entrare nei fondali di queste infrastrutture, portando con sé pratiche di negoziazione che ancora si faticano a comprendere, con l’aggravante che questi soggetti sono ancora assai poco regolamentati.

Circa l’origine di queste pratiche, la Bce ci ricorda che le dark pools, ossia le transazioni di titoli fuori dai mercati regolamentati che rimangono oscure circa i quantitativi e i prezzi, iniziarono a spuntare come funghi all’indomani dell’approvazione della MIFID, ossia la Markets in Financial Instruments Directive che si proponeva appunto di aumentare la trasparenza nei mercati finanziari. Poiché le buone intenzioni generano com’è noto mostri, le buone pratiche regolatorie provocarono che le transazioni più succose uscirono dai mercati e finirono, racconta la vulgata, in inespugnabili grattacieli, dove i signori delle grandi banche muovono le loro armate danarose infischiandosene bellamente di quello che accade nelle borse che, se sapessero, forse si comporterebbero diversamente.

Devo dire che mi suscitano una certa tenerezza gli sforzi che si fanno per addomesticare la bestia.

I regolatori si accorsero che qualcosa aveva funzionato male, e, come al solito scrissero un’altra direttiva, ignorando evidentemente il famoso epigramma di Nietzsche secondo il quale, riporto malamente, chi pensa con una legge di cambiare la realtà merita di insegnare in un’università tedesca.

Arrivò così la MIFID II, la vendetta.

Le nuove norme, che peraltro alcuni giudicano inefficienti, intimarono una riduzioni di tali pratiche suscitando svariati allarmi interessati e molto scetticismo. A ben vedere, negli ultimi anni il fenomeno sembra in decisa espansione, secondo quanto mostrano i grafici Bce. Ma non è questo quello che ci interessa qui.

Quello che interessante rilevare, come peraltro fa la Bce, è l’effetto che tale regolazione può avere sul funzionamento della liquidità, che sappiamo essere cosa delicata, instabile, evanescente.

La Bce ci informa che “la struttura del trading nei mercati è molto cambiata” proprio grazie alle nuove direttive e la pratica delle dark pools “che implica una ridotta disponibilità di informazioni pre-trade oltre a un aumentato livello di frammentazione di mercato che possono essere nocive per la liquidità”. I critici dicono che la mancanza di trasparenza fa male alla liquidità. I favorevoli che comunque la quota di mercato delle dark pools è troppo ridotta per avere effetti sistemici. Per ora almeno, e neanche tanto, come vedremo.

D’altronde chi frequenta i luoghi bui lo fa per trarne un qualche vantaggio che la luce del sole non gli consentirebbe. Vantaggi che nel caso delle dark pools implicano, fra gli altri, un effetto prezzo assai ridotto sul valore della transazione. Se la borsa sapesse che sto mettendo in vendita un certo quantitativo di titoli (di solito corposo) potrebbe generare un ribasso assai superiore di quello che patirei se la transazione fosse svolta riservatamente.

Nel dettaglio, le pratiche principali tipiche delle dark pools sono due: il dark order books (DOBs) e il broker crossing network (BCNs). I DOBs sono sedi di negoziazione registrate che, come dicevamo, non esibiscono i book di negoziazione né il riferimento ai prezzi. I BCNs sno sedi di negoziazione non registrate che usano vari metodi per incrociare domanda e offerta. In pratica sono come i derivati OTC: le parti mediate da un broker si incontrano e decidono cosa scambiare e a che prezzo. Tutto ciò avviene nella totale riservatezza.

Il grafico che abbiamo visto mostra la crescita dei DOBs in Europa. La Bce osserva che la transazioni giornaliere sui DOBs sono cresciuta dall’1% del totale del 2010 a oltre l’8% nel 2015. “Non ci sono dati equivalenti per le BCNs, ma studi li quotano fra il 4 e il 6% dei volumi oggetto di transazione”. Quindi oltre il 10% del totale delle contrattazioni avvengono al buio. Che è l’esatto contrario di quel mercato perfetto di cui vagheggiavano gli antichi e a cui aspirano i moderni.

Se poi considerate che le transazioni al buio non sono certo per i pesci piccoli, risulta chiaro che tale pratiche rafforzano la struttura oligopolistica del mercato finanziario, visto che le piattaforme registrate sono delle solite grandi banche, e insieme interferiscono sulla struttura dei prezzi. Ve la faccio semplice: chi ha più soldi vince sempre. E vince facile. Specie poi se contemporaneamente gioca anche sui mercati regolamentati, dove sempre le grandi banche agiscono come market maker.

Il buio, d’altronde, è il lato oscuro della forza.

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