Come sono cambiati i creditori dello stato italiano


Poiché il debito pubblico ci riguarda tutti, pure se magari pensiamo il contrario, è buona prassi tenersi informati su chi siano i nostri creditori, se non altro perché toccherà blandirli, domani come ieri, affinché continuino a comprarlo.

Le recenti evoluzioni monetarie decise dalla Bce, peraltro, hanno inciso significativamente sulla composizione dei debitori, e poiché queste pratiche sono iniziate a marzo 2015, approfitto di una ricognizione che la Banca d’Italia ha pubblicato nella sua ultima relazione annuale per aggiornare le mie conoscenze e magari anche le vostre.

La prima informazione utile è che “tra marzo e dicembre dello scorso anno la Banca d’Italia ha acquistato nell’ambito dell’APP (Asset Purchase Programme, ndr) circa 73 miliardi di titoli pubblici italiani, portando la quota di tali attività in suo possesso a fine anno al 9,1% del totale (in aumento di 3,4 punti percentuali rispetto a dicembre del 2014)”. In sostanza la Banca d’Italia è diventata una grande acquirente di titoli pubblici.

La quota di creditori esteri è rimasta sostanzialmente stabile, come si può vedere dal grafico preparato da Bankitalia, collocandosi alla fine del 2015 al 38,5% del totale. Questo dato però include i titoli detenuti dall’eurosistema e quelli inclusi in gestioni patrimoniali e fondi comuni esteri riconducibili a investitori italiani, al netto dei quali gli investitori esteri “puri” si collocano al 28,8%, una quota “pressoché invariata rispetto al 2014”. Siamo ancora assai lontani dai livelli del 2009, quando il settore estero assorbiva la metà del nostro debito pubblico. E soprattutto si è allargato lo spread fra il totale del settore e quello netto. E questa è la prima visibile conseguenza dell’evoluzione degli ultimi anni. La seconda è che il settore ufficiale, ossia Banca d’Italia ed Eurosistema, sono diventati investitori forti, sostituendosi in qualche modo al ruolo analogo svolto delle banche commerciali dopo il deflagrare della crisi del debito sovrano.

Queste ultime, che hanno superato il 20% del totale del debito pubblico nel 2013, hanno iniziato a liberarsene, il che è comprensibile in un momento in cui si discute di prezzare il rischio dei bond sovrani, e a fine 2015 sono arrivate al 18,7%. In controtendenza, le assicurazioni hanno aumentato la loro esposizione, che adesso si è avvicinata, pure se è ancora inferiore, a quella delle banche.

Grandi venditori di debito pubblico, al contrario, sono state le famiglie italiane, che ormai quotano il 6,3% del totale, meno della metà di quanto non avessero nel 2009, e i fondi comuni, ormai intorno al 3%.

Altre informazioni si ricavano analizzando sui chi siano gli acquirenti esteri del nostro debito. Secondo le stime di Bankitalia “alla fine del 2015 oltre il 60% dei titoli pubblici italiani detenuti da non residenti era riconducibile a investitori dell’area dell’euro. La maggioranza, pari al 23% sono classificati come “altri intermediari finanziari”, per lo più fondi comuni di investimento. Poi ci sono le banche, col 13,9%, seguite da assicurazioni e fondi pensione, con l’11,5%. Fuori dall’EZ, per un importo pari al 38,4% del totale estero, quote rilevanti sono possedute sia dal settore privato sia da istituzioni pubbliche, mentre i paesi principali sono Francia e Lussemburgo seguiti da Germania e Spagna. Fuori dall’Ue ci sono gli Usa, il Regno Unito, la Cina e il Giappone.

Insomma, all’estero il nostro debito, pure se meno di prima, ha ancora un certo credito. Assai più di quello di cui gode in casa propria.

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  1. vincesko

    In questo post del mio blog, ho affrontato recentemente lo stesso tema commentando criticamente un articolo di Federico Fubini del Corriere della Sera. Io ho dati un po’ diversi. Traggo dal mio post (i valori sono quelli relativi genericamente ai “non residenti”):

    1. Quota del debito pubblico detenuto da investitori esteri
    Dall’ultimo bollettino della Banca d’Italia, nell’ambito delle sue pubblicazioni mensili che riportano i dati relativi al fabbisogno e al debito lordo delle Amministrazioni pubbliche[2]
    [2] […], in alto a destra si può scegliere l’anno, il dato “non residenti” fino al 2012 è nella tavola 5, dal 2013 nella tavola 8, ma poiché ciascun anno arriva al mese di ottobre ho preso il 2011 per ricavare il 2009 e il 2010, il 2013 per ricavare il 2011 e il 2012, e il 2016 per ricavare il 2014 e il 2015)
    Finanza pubblica, fabbisogno e debito […], tavola 8, risulta che, al 28 febbraio 2016, la quota del debito pubblico in mano a non residenti ammonta a 745.012 milioni di €, pari al 33,6% del totale di 2.214.784€, quota sostanzialmente stabile da alcuni anni intorno ad 1/3 del totale, anzi in leggera risalita nell’ultimo biennio.[3]
    [3] 2009 744.405 milioni di € su un totale di 1.763.628 pari al 42,2%; 2010 811.208 su 1.842.826 pari al 44,0%; 2011 730.301 su 1.907.612 pari al 38,3%; 2012 695.432 su 1.989.431 pari al 34,9%; 2013 658.683 su 2.069.692 pari al 31,8%; 2014 716.328 su 2.135.902 pari al 33,5%; 2015 740.283 su 2.171.671 pari al 34,1%.
    […]

    Mi permetto allegare il mio post per un’analisi completa e per fornire i link che ho dovuto omettere:
    Fubini del Corriere della Sera disinforma sul debito pubblico per parare il culo ai ricchi
    http : // vincesko. ilcannocchiale. it / post/ 2846683. html oppure (se in avaria)
    http : // vincesko.blogspot. com/2016/05/ fubini-del-corriere-della-sera. html
    PS: Togliere gli spazi.

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    • Maurizio Sgroi

      Grazie. Le faccio notare che il dato dei non residenti almeno secondo quanto spiega Bankitalia comprende anche alcuni intermediari esteri che gestiscono fondi di residenti. Al netto dovremmo essere intorno al 28%.
      Saluti

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      • vincesko

        A maggior ragione non mi spiego il 50% o poco più nel 2009 che risulta dal grafico. A me risulta, sempre da fonte Bankitalia!, “complessivamente” il 42,2%. Varrebbe la pena di telefonare a Bankitalia (ma ora sono all’estero per un po’), come feci qualche anno fa (2011) quando alla Banca d’Italia risultava un valore della ricchezza immobiliare di 4.800 mld, mentre all’Agenzia del Territorio 6.250 mld. Ma in quel caso le fonti erano diverse. “Ho risolto il rebus telefonando alla Banca d’Italia (06/47921) e parlando con uno dei due autori dello studio sulla “Ricchezza delle famiglie 2009”, il dott. Andrea Alivernini, il quale mi disse che la differenza è ascrivibile, non ai prezzi medi utilizzati (in entrambi i casi, quelli di mercato), ma allo stock complessivo di immobili presi in esame: la Banca d’Italia utilizza i dati del censimento ISTAT 2001, aggiornati periodicamente in base ai dati del CRESME sulle nuove costruzioni, inferiori rispetto a quelli dell’Agenzia del Territorio (OMI).
        A breve, avremo il nuovo censimento, quindi è auspicabile che si possa anche fare il punto sul numero totale degli immobili residenziali esistenti in Italia.
        http://amato.blogautore.repubblica.it/2011/07/19/il-paese-delle-disuguaglianze. Saluti

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