La moneta cinese diventa fuorimoda


Il tormento della Cina, che ormai il mondo guarda con sospetto, rima perfettamente con quello della sua valuta, ennesima Grande Speranza dei capitalisti d’Occidente, che nella sua convertibilità vedevano la promessa di cospicui flussi di capitali capaci di alimentare il mostro sempre più affamato della finanza internazionale.

Senonché la felice narrazione secondo la quale la Cina avrebbe contribuito con i suoi flussi di capitale alla prosperità comune, ha subìto un paio di robusti scossoni che son cresciuti d’intensità man mano che crescevano i dubbi sulla capacità dell’economia cinese di garantire i tassi di crescita ai quali il mondo si era abituato. E così sul gigante orientale è apparsa la nube nera della sfiducia, che, assai prosaicamente, si è manifestata in un costante prosciugarsi dei flussi creditizi. La siccità ha colpito la Cina più che altrove, e le decisioni delle autorità cinesi hanno sicuramente portato il loro contributo.

Non stupisce perciò che Bankitalia abbia dedicato un breve approfondimento all’andamento della valuta cinese, in predicato d’assumere un ruolo sempre più internazionale eppure adesso in calo di popolarità. Forse perché i mercati si sono ricordati che dietro una moneta ci sta un’economia e quella cinese del nostro tempo suscita assai meno entusiasmo di una volta.

E tuttavia, la lunga coda di successi dello Yuan ha svolto i suoi esiti positivi, almeno fino  a quando, l’agosto scorso, non avvenne il primo scossone – la svalutazione – che da allora ha finito col cumulare un calo del 4,8% rispetto al dollaro alla metà di maggio. Ciò non ha impedito, tuttavia, che nel 2015, “circa il 30 per cento delle transazioni transfrontaliere della Cina siano state regolate in renminbi (da un valore nullo nel 2010), a scapito del ruolo del dollaro”, come scrive Bankitalia. Bisogna intendersi però sul significato. Per transazione transfrontaliera si intendono i pagamenti effettuati e ricevuti dalle banche cinesi in favore dei propri clienti. Quindi i dati, raccolti nel grafico, dicono soltanto che circa 700 miliardi di dollari di transazioni di questi intermediari sono stati regolati in valuta cinese. Una quota rilevante per le banche cinesi, ma una goccia nell’oceano dei regolamenti internazionali. “Il peso del renmimbi nelle transazioni commerciali e finanziarie globali (meno del 3% del totale) appare tuttavia ancora contenuto rispetto alla dimensione economica del paese”, osserva Bankitalia. E secondo le stime del FMI alla fine del 2014 appena l’1,1% del totale delle riserve internazionali era denominato in valuta cinese.

Perché il problema rimane lo stesso: la convertibilità. Dallo scorso autunno le banche centrali estere sono state autorizzate a convertire liberamente il renmimbi in altre valute sul mercato interbancario. Ma questa mossa di apertura delle autorità cinesi è stata tattica ed era funzionale all’ammissione dello Yuan nel paniere degli SDR, che il Fmi ha concesso sul finire dell’anno scorso completandosi l’esame d’ammissione dell’economia cinese all’università delle economie globali con la revisione delle quote di partecipazione allo stesso Fondo.

Senonché poi è arrivato il secondo scossone. I buoni uffici del Fmi non sono serviti a frenare la crisi di fiducia d’inizio 2016, con la conseguenza che “il renminbi si va affermando soprattutto come mezzo di pagamento nelle transazioni commerciali della Cina con i paesi della regione Asia-Pacifico”, ma la luna di miele con gli investitori internazionali, che intanto hanno attivato diversi centri off shore autorizzati a scambiarsi valuta cinese, si è bruscamente interrotta.

“In Europa – ricorda Bankitalia esistono attualmente sei mercati offshore del renminbi: Londra, Francoforte, Lussemburgo, Parigi, Zurigo e Budapest, di cui gli ultimi due ancora in fase di avvio”. Il centro più importante, tuttavia, rimane quello di Hong Kong. Ma queste piattaforme, aperte per incoraggiare le transazioni con la Cina, “sono peraltro ancora poco spesse, soggette a elevata volatilità”. Inoltre gli scossoni non sono passati inosservati. I depositi denominati in renmimbi detenuti in questi centri sono calati bruscamente: “Sulla piazza di Hong Kong la consistenza si è ridotta del 20% nei dodici mesi terminanti in febbraio, scendendo a 800 miliardi di renminbi, pari a circa 110 miliardi di euro. Anche l’interesse degli investitori esteri qualificati ha subito una battuta d’arresto, probabilmente per le più incerte prospettive sulla direzione futura del cambio”.

Perciò adesso toccherà alle autorità cinesi decidere se tornare ad alimentare l’entusiasmo per la loro valuta o lasciarli raffreddare come di fatto sta già accadendo. “E’ verosimile che le autorità cinesi procederanno con cautela sul fronte delle liberalizzazioni e che i mercati offshore continueranno a svolgere un ruolo importante nel processo di integrazione finanziaria della Cina con il resto del mondo”, conclude Bankitalia. E’ verosimile perciò che il Renmimbi continuerà a vivere i suoi tormenti.

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