I consigli del Maître: L’export in euro dei tedeschi e il costo del protezionismo


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato. Gli interventi in radio riprenderanno a settembre e quindi anche i nostri consigli del Maître.

Il protezionismo può costare caro all’istruzione. Un recente studio pubblicato dalla Banca di Francia osserva l’effetto del protezionismo su uno degli aspetti fondamentali delle nostre società: l’istruzione. “Il costo di lungo termine del protezionismo è difficile da valutare – scrivono gli autori – poiché solo pochi paesi sono tornati verso questa politica dopo un periodo di libero commercio. Uno dei paesi che l’ha fatto è stata a Francia, nel 1892, quando la Camera dei Deputati, incoraggiata dal presidente della commissione dogane Jules Méline, decise di rialzare bruscamente la tariffa sulle importazioni di cereali”.

Lo “shock protezionistico”, come lo chiamano gli autori, arrivò in un momento nel quale lavorare in agricoltura non richiedeva particolari qualificazioni professionali. L’effetto dei dazi fu di aumentare il prezzo relativo del grano rispetto ai prodotti della manifattura, rendendo di conseguenza maggiormente attrattivo il settore primario, sia per i salari che per i profitti, rispetto all’industria. Ciò ha finito con l’avere un ritorno negativo sull’istruzione. Nessuno ha voglia di studiare la meccanica se può guadagnare di più conducendo un aratro. “Questo shock – scrivono – ha abbassato i livelli di istruzione e aumentato i tassi di natalità proporzionalmente alla quota di produzione cerealicola nell’impiego locale”. Osservazione interessante perché ci rivela un’altra conseguenza imprevista del protezionismo: l’aumento della natalità, che evidentemente viene osservato in correlazione col miglioramento delle condizioni economiche degli impiegati nel settore primario.

Quanto è servito il bonus degli 80 euro? Uno studio pubblicato pochi giorni dalla Bce “Household spending out of a tax rebate: Italian €80 tax bonus” ha provato a calcolare come sia stato utilizzato il bonus fiscale da coloro che ne hanno avuto accesso e soprattutto osservarne l’impatto macroeconomico. Il provvedimento ha avuto un costo stimato dal governo di 5,9 miliardi, pari allo 0,4% del Pil. In media, sugli 80 euro incassati dagli aventi diritto, a giovare dell’aumento della spesa sono stati beni alimentari (20 euro) e mezzi di trasporto (30 euro). Quanto all’aspetto distributivo, il quintile più povero degli aventi diritto ha assorbito circa il 10% delle somme disponibili, mentre il quintile più ricco il 17%.

Da un punto di vista macroeconomico i risultati “suggeriscono che il bonus abbia avuto un impatto significativo”. I consumi “sono cresciuti di circa 3,5 miliardi, che corrispondono al 40% dell’incremento totale della spesa delle famiglie nel 2014”: Incremento, quindi, che è dipeso proprio dal bonus fiscale. Ricordo che nel 2014 il Pil crebbe dello 0,1%, a fronte di una spesa delle famiglie cresciuta dello 0,3%, mentre l’anno prima si era contratta del 2,5%. L’anno successivo il pil crebbe dello 0,8, spinto dalla ripresa degli investimenti fissi lordi (+1,6), dalla spesa delle famiglie (1,6) e soprattutto dall’export (+4,4%), ma anche l’import conobbe una sostanziale ripresa (+6,8%). Avere più soldi in tasca non vuol dire spenderli tutti in Italia. Insomma, alla fine dei conti, la sensazione è che il bonus sembra abbia aiutato la nostra crescita, pure se non è facile capire quanto. Rimane il dubbio se spendere lo 0,4% del pil sia stato un buon affare.

Il supereuro e l’export tedesco. Molti analisti pensano che la fiammata che ha acceso il supereuro, che ha superato quota 1,2 sul dollaro nei giorni scorsi, sia un fenomeno transitorio, in parte legato alla forza dell’economia dell’eurozona, in parte dall’andamento di quella americana, che mostra qualche incertezza. Intanto però anche la Bce, di recente, ha fatto sapere di monitorare con una certa preoccupazione gli andamenti del cambio. I motivi sono diversi, ovviamente. Ma gran parte riguardano il settore esportatore. Un semplice esempio basterà ad intendersi. L’istituto tedesco di statistica ha rilasciato un dato molto interessante relativo ai pagamenti delle esportazioni tedesche verso i paesi terzi, ossia esterni all’Unione europea. Risulta infatti che il 59% dei pagamenti di queste esportazioni avvenga in euro a fronte del 27,7% delle transazioni che avvengono in dollari e le altre valute assorbono solo il 12,9%. L’andamento dell’euro, quindi, ha un peso relativo molto rilevante sulla domanda di esportazioni che arriva fuori dall’Ue. Vale per la Germania, ma molto anche per noi.

L’occupazione nell’Ue e le riforme. Eurostat di recente ha diffuso i dati sull’occupazione in Europa sottolineando come il numero delle persone che hanno un lavoro, sia a livello Ue che di EZ è ai massimi. In sostanza, abbiamo superato il livello del 2007, quando l’indice dell’occupazione era il 5% sopra la base 100 del 2005 e il trend sembra in crescita.

Le ragione di questa ripresa sono diverse ma in sostanza la ripresa dell’occupazione dipende dal fatto che l’economia europea sembra uscita dal cono d’ombra nel quale l’avevano gettata la doppia crisi del 2008 e del 2010. Peraltro molto mercati del lavoro sono stati interessati da profonde riforme, si pensi alla Spagna, alla Grecia, al Portogallo e anche all’Italia e perciò ha senso chiedersi quanto questi processi di riforma abbiano contributo al miglioramento del numero degli occupati. Se lo chiede anche la Bce che ha pubblicato uno studio sul tema secondo il quale i paesi che hanno intrapreso riforme hanno aggiustato con maggiore facilità il mercato del lavoro.

Forse era facile immaginarlo. Diverso sottolineare che questo aggiustamento è stato pagato con una minore sicurezza dei lavoratori. Ma qui si entra già nel novero delle opinioni.

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