L’eurotartaruga avanza decisa verso l’unione finanziaria


Poiché ho la massima considerazione per la sapienza contenuta nei proverbi, mi torna in mente il vecchio adagio che ricorda quanto vada lontano chi va piano, mentre leggo l’intervento di Yves Mersch, componente lussemburghese del board della Bce dall’esemplare titolo “Advancing monetary union” del 25 gennaio.

Provenendo dall’ex governatore della banca centrale del Lussemburgo, paese che sulla finanza e le agevolazioni fiscali ha costruito la sua fortuna, queste riflessioni mi risultano assai utili per apprezzare lo stato d’animo dei nostri banchieri centrali e segnatamente dei loro obiettivi per l’anno da poco iniziato. E scopro così che, con la lentezza implacabile della tartaruga, l’eurozona si sta muovendo decisamente lungo il percorso che già nei mesi scorsi è stato con chiarezza delineato da diverse autorità europee: l’unione del mercato dei capitali: il terzo passo dell’area euro.

Ai meno amanti della astruserie risulterà sofistica la distinzione fra mercato monetario e mercato finanziario, ma in realtà parliamo di due mondi che, pur appartendendo allo stesso universo, hanno logiche e dinamiche affatto differenti. La moneta nomina il prodotto finanziario, ma certo non lo esaurisce. E nell’eurozona abbiamo la moneta unica, mentre i mercati finanziari, a differenza di quelli delle merci, sono ancora tanti quanti sono gli stati dell’area.

Un esempio, preso a prestito dall’allocuzione di Mersch, aiuterà a capire. Mettiamo che un imprenditore tedesco voglia emettere un bond in Olanda. Nel suo prospetto deve specificare se il suo titolo di debito, comunque denominato in euro, sia emesso sotto la legislazione tedesca o quella olandese. Al contrario, in un mercato integrato dei capitali un imprenditore tedesco può emettere bond in Olanda senza specificare alcunché, visto che il diritto soggiacente all’obbligazione è comune in tutta l’eurozona. “Dopotutto i paesi dell’euro condividono la stessa moneta”, commenta Mersch. Unificare le regole finanziarie, quindi, rappresenterebbe una enorme semplificazione.

Ma non è solo la semplicità d’uso – ricorderete che si disse anche dell’euro – lo scopo di questa ennesima integrazione. A monte ci sta il fatto, e noi eurodotati dovremmo ormai averlo imparato, che le regole sussumono una politica economica.

Il nodo saliente del ragionamento di Mersh, infatti, è che un mercato finanziario integrato favorirebbe, nel tempo, un graduale spostamento dell’erogazione di credito dalle banche al mercato dei capitali, sul modello americano. Il che, oltre ad aumentare l’efficienza marginale del capitale e la sua allocazione, consentirebbe anche una migliore distribuzione del rischio.

Per dimensionare il problema, Mersch ricorda che l’economia europea è caratterizzata da piccole e medie imprese (SMEs) che generano il 60% del valore aggiunto dell’area. Queste aziende vivono in gran parte grazie al credito bancario delle loro banche domestiche. Con la conseguenza che in caso di stress bancario, come peraltro è accaduto di recente, anche le imprese ne risentiranno. Cosa che non accadrebbe se le imprese fossero in grado di procacciarsi il credito sul mercato dei capitali, oltre che dalle banche.

Il punto d’arrivo, o quantomeno di confronto, è quello degli Stati Uniti. Qui l’80% circa dei crediti concessi alle aziende arrivano dal mercato dei capitali, a fronte di un 20-50% nell’eurozona, Ciò rende le aziende Usa più resilienti alle crisi bancarie, che poi è quello che vorrebbero anche i nostri banchieri centrali, non paghi evidentemente di aver realizzato l’Unione bancaria.

Ora uno può pensare che questa esigenza sia figlia dell’esperienza fatta con la crisi, ma sbaglierebbe. La necessità di integrare l’infrastruttura e le regole della finanza viene da lontano. Ancor prima che entrasse in vigore l’euro, quindi nel 2001, un gruppo di lavoro, il Giovannini group, dal nome del leader degli studiosi, aveva elaborato un “Report on EU Clearing and Settlement Arrangements”, che vide una seconda stesura nel 2003.

Oggi Mersch ci fa sapere (ma in realtà ne avevamo già avuto avvisaglie) che la Commissione europea “presenterà a breve una prima proposta su come una unione del mercato dei capitali possa essere delineata in pratica”.

Il testo ancora non è noto, quindi per averne un’idea dobbiamo contentarci di leggere quelle di Mersch, per capire almeno come a lui piacerebbe che tale unione si realizzasse.

“Per me unione dei mercato dei capitali significa più che modificare la semplice regolazione. Implica ragionare sulle regole per le aziende, sulla supervisione dell’infrastruttura finanziaria, il diritto fallimentare e l’armonizzazione fiscale sui capital gain”. Un notevole passo in avanti, quindi, sul modello di quanto si è fatto con il SEPA, il single euro payment area, che adesso si vuol fare evolvere nel medio termine in modo, per esempio, che non si paghino più commissione per l’uso cross border delle carte di credito.

Anche qui, si parte dalle origini, ossia dal Trattato di Roma che piantò le radici dell’attuale Ue e che prevedeva, sia pure in forma basica, il libero movimento dei capitali nell’area europea, a testimonianza del fatto che la nostra tartaruga, oltre a muoversi con proverbiale lentezza, è dotata anche della memoria di un elefante.

Mi sorprendo a pensare che questa strana chimera, metà tartaruga e metà elefante, è la migliore rappresentazione dell’eurozona che ho immaginato sinora.

I vantaggi esemplificati da Marsch che deriverebbero da questa ennesima unificazione sono diversi e non voglio annoiarvi con i dettagli tecnici. Ciò che qui mi preme ancora sottolineare e che comunque, a integrazione effettuata, bisognerà anche pensare a un meccanismo armonizzato di gestione delle crisi dei mercati finanziari, sul modello insomma di quanto fatto per le banche.

“Un meccanismo singolo di risoluzione per le non-banche, come le controparti centrali o le central security depositories (CDS), è uno strumento fondamentale di un mercato unico dei capitali”, sottolinea, visto che queste entità sono ancora regolate dalle autorità nazionali. E l’esperienza del SRM della banking Union dovrebbe bastarci a capire dove si vuole andare a parare.

Provo comunque a farvela semplice. La nostra tartaruga-elefante ha unificato il mercato delle merci, poi la moneta, ora pensa a fare la stessa cosa con i suoi derivati, nel senso di strumenti finanziari. Al termine di questo processo avremo un significativo sviluppo delle entità sovranazionali, chiamate a supportare numerosi processi economici e, di conseguenza, politici.

Fatta l’Europa economica si faranno gli europei.

E anche questo mi pare si dicesse negli anni ’50.

 

 

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  1. Jean-Charles

    Concordo con Lei : l’integrazione dell’insieme prosegue.

    Spero a vantaggio degli interessi globali dell’insieme.

    Gli scambi su scala europea di DNA, creeranno di fatto i figli dell’Europa di domani.

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  2. Fla

    Se si continua così, secondo me sono tutte pie illusioni. Tommaso Padoa Schioppa illustrò nel 1982 i limiti dell’architettura UEM. Non possono coesistere infatti insieme (libero commercio estero) libera circolazione capitali, regime di cambi fissi, autonomia monetaria. E’ il cruccio che dai Trattati di Roma si portano dietro tutti gli architetti della zona Euro. Ciò che dice Mersch fa un po’ ridere, visto che la crisi che stiamo tutt’ora vivendo nasce proprio in America… copiare quel modello è a mio avviso un colossale buco nell’acqua.

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    • Maurizio Sgroi

      salve,
      è vero che l’america del nord è madre di tanti nostri problemi, ma se guarda a fondo, il problema vero sta nel modo in cui ognuno di noi si rapporta con l’economia. i modelli sono solo una conseguenza.
      quanto al cosiddetto quartetto inconciliabile: è una bellissima teoria. ma il fatto è che l’Ue, nelle sue varie versioni, va avanti da 60 anni, mutando costantemente forma.
      grazie per il commento

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      • Fla

        Salve,
        si, sono d’accordo. Ma a livello aggregato si lavora su modelli da quanto ne so (poco rispetto a chi è del mestiere). E la finanza creativa con cui si sono generati a cosiddetti sub prime nasce (ed esplode, ma non muore) nel Nuovo Mondo. Negli USA circa il 25% della popolazione ha merito di credito sotto quota 620. Cioè E’ subprime. Cosa ha spinto i lenders a dare “credito” a borrowes con trascorsi di protesti (questo vuol dire subprime) così palesi? Vorrei proprio vedere i bonus che i manager delle grandi banche USA (e non solo, vero UBS, Deutsche Bank, BNP Paribas) hanno staccato negli anni dell’euforia, e metterli a confronto con i redditi (che, chissà perchè, troverò declinanti) degli americani… Un po’ come il discorso di ieri, in cui si diceva che i tedeschi hanno finanziato l’acquisto dei loro stessi beni “concedendo credito” ai non residenti. In Usa le elìte americane hanno finanziato, fin quando hanno potuto, l’acquisto di auto e case a debito, anche a persone che non avevano una storia di credito adeguata. Non ci sono soluzioni facili. Ma se i redditi, invece di declinare, si rafforzassero, saremmo forse di fronte ad una altro finale o forse avremmo assistito ad un’altra crescita. E forse ad altri problemi. In merito al quartetto (o trio), è più di una teoria, è un modus operandi che si realizza nella realtà.

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