I consigli del Maître: La guerra commerciale Usa-Cina fra dazi e riserve valutarie


Anche questa settimana siamo stati ospiti in radio degli amici di Spazio Economia. Ecco di cosa abbiamo parlato.

Si stava meglio quando si stava peggio? Viviamo un tempo denso di nostalgie per un passato che abbiamo evidentemente dimenticato al punto da rimpiangerlo. Per fortuna che c’è sempre qualcuno che ci rinfresca la memoria, come ha fatto di recente Bankitalia in uno studio nel quale ha confrontato l’Italia del 1968 con quella del 2016. Senza entrare nel dettaglio, è interessare osservare uno dei tanti elementi che meritano una riflessione, ossia l’andamento della povertà.

Come si vede non è così sicuro che si stava meglio quando stavamo peggio. I poveri italiani erano di più nel 1992 rispetto ad oggi, anche se i poveri complessivamente sono aumentati a causa dell’arrivo degli immigrati. Ma se guardiamo ai residente, i poveri di oggi sono meno di quelli dell’epoca della lira e della Cina fuori dai mercati. Forse è il caso di pensarci sopra.

Denatalità, quanto mi costi. Sempre Bankitalia ha prodotto un altro studio molto interessante, stavolta però sui costi indiretti della denatalità che affligge il nostro paese misurata in termini di prodotto interno lordo. Due cose bisogna ricordare. La prima che c’è uno spread crescente fra i nati vivi e i morti nel nostro paese che si allargherà al punto che avremo circa sette milioni di residenti in meno da qui a 50 anni, pure considerando i flussi migratori, secondo le stime Istat. Poi che ciò provocherà un aumento notevole del già elevato tasso di dipendenza degli anziani, ossia del rapporto fra ultra65enni e persone in età da lavoro.

Poi che senza immigrati la situazione è destinata a peggiorare. Le stime calcolano in oltre il 3% il contributo degli immigrati al pil negli ultimi anni.

Infine che pure considerando gli immigrati, l’economia italiana sembra destinata a dimagrire parecchio.

Ce n’è abbastanza per richiedere un reddito di figliolanza? Pare proprio di no.

Quanto rischia l’Europa con una guerra commerciale? La lite ormai conclamata fra Usa e Cina sui dazi, che si arricchisce di dettagli ogni giorno, minaccia di far davvero male alla crescita e già si vedono le prime avvisaglie guardando gli andamenti del prezzo del petrolio, che si stanno raffreddando a causa dell’indebolirsi della domanda della imprese, preoccupate che il litigio degeneri in guerra. Peraltro passa sotto traccia il fatto che alla fine i dazi si scaricheranno sui consumatori. Dove non è riuscita la politica monetaria – far rialzare l’inflazione – potrebbe riuscire la politica protezionistica di Trump. Il problema è che fra i due litiganti sta l’Europa, che dopo la Cina è il maggiore esportatore netto negli Usa.

Che ne sarà degli attivi commerciali Europei – e noi italiani siamo nella parte alta della classifica – verso gli Usa se la guerra dei dazi dovesse continuare. Al momento l’Ue è stata esentata dai dazi su acciaio e alluminio, ma solo fino al primo maggio. Dopo si vedrà.

Intanto grazie a Bruegel sappiamo quali sono i settori più sensibili a una possibile stretta commerciale Usa.

L’altra faccia della trade war: le riserve cinesi. Le riserve cinesi in valuta estera sono aumentate a marzo 2018, superando i 3.140 miliardi di dollari, a fronte di un calo di 27 miliardi a febbraio, malgrado la continua debolezza del dollaro e l’intensificarsi delle tensioni commerciali tra il mondo le due maggiori economie abbiano rafforzato le aspettative di un apprezzamento della valuta cinese.

Paradossalmente (ma forse neanche tanto) le tensioni fra i due paesi hanno fatto salire il valore delle riserve cinesi. Nel frattempo, il valore delle riserve auree è salito a 78,419 miliardi di dollari alla fine di marzo, da 78,064 miliardi di dollari a fine febbraio. Le riserve in valuta estera in Cina sono state in media 958,506 miliardi di dollari dal 1980 al 2018, e hanno raggiunto il massimo storico di 3.993 miliardi nel giugno 2014 e il minimo storico di 2,262 miliardi di dollari nel dicembre del 1980.

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