L’Ue è servita al commercio italiano quanto a quello tedesco


Seducente come può esserlo solo una congettura controfattuale, un paper della Banca di Francia prova a stimare il costo della non Europa, ossia la perdita per il commercio e il benessere che i paesi europei avrebbero subito qualora non si fosse sviluppata la cornice istituzionale che conosciamo oggi come Unione europea. Come tutte le simulazioni, va presa col dovuto beneficio d’inventario. Ma al netto di ciò, le conclusioni a cui arrivano gli economisti francesi meritano di essere illustrate e discusse perché fanno mostrano una disarmante evidenza: l’Ue è convenuta ai commerci italiani almeno quanto a quelli tedeschi, mentre ha influito meno per il nostro livello di benessere rispetto alla Germania.

Al tempo stesso di osserva che i benefici commerciali sono stati minori per la Francia, che quindi avrebbe diritto a lamentarsi un po’ di più, e ancora meno per il Regno Unito. Risultato interessante in tempi di Brexit.

Per apprezzare queste conclusioni, tuttavia, tocca inerpicarsi lungo le colline dell’analisi sviluppata dalla Banca, se non altro per comprenderne la robustezza. Si parte ricordando che sono passati quasi venticinque anni da quando è stato realizzato il mercato unico (single market program, SPM) al quale si decise di dare il via nel 1987 per arrivare nel 1993 alla sua costruzione istituzionale. “Viviamo in un’era – scrivono gli autori – dove un possibile scenario futuro è quello della frammentazione del mercato unico, azzerando uno dei più profondi e prolungati processo di liberalizzazione commerciale della storia”. In tal senso la Brexit e i ripensamenti su Schengen vengono interpretati come segnali che validano questo scenario. Perciò “può essere un buon momento per rivisitare i guadagni che l’Ue ha raggiunto grazie all’integrazione commerciale iniziata nel 1957 e quale sarebbe il costo del tornare indietro”. Le stime sono state in qualche modo favorite dall’evoluzione delle tecniche econometriche che nel 1988, quando il costo della non Europa fu stimato per la prima volta, non erano ancora disponibili. Ciò ha consentito di elaborare diversi scenari di “disintegrazione” della Ue ancorati ai diversi regimi commerciali che si andrebbero a delineare, oltre che gli effetti che la Brexit avrà sugli altri paesi in termini di guadagni commerciali.

La prima conclusione è che l’Ue non fornisce solo una profonda integrazione commerciale. Aldilà e oltre le tariffe il mercato unico ha favorito gli scambi commerciali fra gli stati membri accrescendoli del 109% in media per i beni e del 58% per i servizi. “I benefici per il benessere associati derivanti dall’integrazione commerciale dell’UE sono stimati a 4,4% per il paese europeo medio”.

Come abbiamo visto però entrambi i guadagni si son distribuiti in maniera diseguale. Per stimare in numeri i guadagni per il commercio derivanti dall’Ue viene sviluppato un modello che contempla diversi scenari. Nel primo si ipotizza che l’Unione venga rimpiazzata da accordi regionali (Regional trade agreement, RTA). Nel secondo, peggiore, che gli accordi fra i paesi europei vengano disciplinati dalla regola della nazione maggiormente favorita in uso nel WTO. Questa tabella riepiloga alcuni esiti.

Notate che una percentuale superiore al 100% nella prima riga dei totali, implica che l’Ue ha stimolato le importazioni dal paese di origine. Se prediamo i casi Germania e Italia,  osserviamo che la prima arriva a 146% totale, mentre l’Italia a 145%, con l’import dall’interno al 226% per la Germania e addirittura al 239% per l’Italia e l’extra Ue rispettivamente al 93 e al 95%. Italia e Germania, fra le grandi economie europee, sono quelle che guadagno di più in questo scenario.

Se guardiamo adesso al livello generale del benessere, vengono elaborati due scenari che però conducono a una conclusione simile: “Tutti i paesi membri hanno ottenuto inequivocabilmente considerevoli guadagni di benessere dall’UE così com’è. Il guadagno medio varia dal 2,3% all’8,2%”. Noi italiani stiamo nella parte bassa della forchetta.

Tralasciamo gli scenari ulteriori mentre è utile osservare quest’altro, ossia quello derivante dall’uscita unilaterale in un contesto in cui l’Ue ancora esiste, in uno scenario di RTA. “Nel complesso, le perdite derivanti dalle uscite unilaterali sembrano marginalmente più grandi delle perdite derivanti dall’eliminazione completa dell’UE, specialmente per i piccoli paesi”.

 

Vale la pena anche dedicare un po’ di attenzione alla stime del costo della Brexit, sia per il Regno Unito che per gli altri ex partner. “I risultati – scrivono – mostrano sostanziali perdite di benessere per il Regno Unito da -0,8% a -2,9% del Pil a seconda dello scenario e delle ipotesi di modellizzazione. Le perdite sono maggiori in uno scenario post-Brexit governato dalle regole del WTO. E’ interessante notare che circa l’80% delle perdite proviene dall’uscita dal mercato unico. Quindi non sono correlate alla re-installazione di dazi o tariffe, che rimangono a zero nello scenario di un accordo RTA standard. Brexit impone anche perdite ad altri membri dell’Unione europea, ma questi sono generalmente un ordine di grandezza inferiore a quello del Regno Unito. Il Pil diminuisce dallo 0,2% allo 0,6% per il paese medio dell’UE. L’Irlanda, a causa dei suoi stretti legami geografici e storici con il Regno Unito rappresenta un’eccezione con perdite paragonabili a quelle del Regno Unito”. Per l’Italia la perdita oscilla fra lo 0,1 e lo 0,2%, per la Germania fra lo 0,1 e lo 0,3.

In conclusione, il costo della non Europa è alquanto elevato per i singoli paesi dell’Ue. “Smantellare l’Ue, in parte o completamente, avrebbe notevole effetti negativi sul benessere”, sottolineano gli economisti francesi che sottolineano di aver lavorato su conseguenze di lungo periodo e non di breve. Purtroppo come diceva qualcuno, nel lungo periodo saremo tutti morti. E nel breve non è detto che prevalga il buon senso.

 

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