Il gas cinese vola con lo shale


Se la tecnologia del fracking ha fatto miracoli negli Usa, divenuti grandi produttori di shale oil&gas, esiste qualche possibilità che accada qualcosa di simile anche in Cina? La domanda parrà peregrina e tuttavia è giusto farsela, specie dopo aver letto l’ultimo rapporto di Wood Mackenzie, una società di consulenza energetica che dedica proprio allo shale gas cinese un corposo approfondimento, secondo il quale la produzione è destinata a raddoppiare nel prossimo triennio.

Certo, siamo ben lontani dal livello Usa. Ma rimane la previsione che si basa su un semplice dato: la Cina è riuscita a produrre 9 miliardi di metri cubi di gas l’anno scorso. Utilizzando i progressi nell’estrazione i miliardi di metri cubici potranno diventare 17, raddoppiando quasi, entro il 2020 mettendo a punto tecnologie ritagliate sulle caratteristiche del territorio cinese. Anche qui, il confronto con gli Usa serve a farsi un’idea di quanto siano lontani i due paesi quanto a potenzialità di produzione. Sempre nel 2017, gli Usa hanno prodotto 474,6 miliardi di metri cubici di gas dallo shale. Ma aldilà dei volumi molto diversi, per la Cina avrebbe molto senso investire su questa tecnologia – l’obiettivo è arrivare a 30 miliardi di metri cubi entro un decennio – per ridurre la dipendenza ancora molto forte nei confronti dei carbone. E si tratta di un obiettivo estremamente sfidante per le aziende energetiche cinesi, malgrado queste ultime abbiano sviluppato tecnologie che hanno consentito di tagliare i costi di esplorazione ed estrazione, addirittura del 40% rispetto al 2010, e sfruttare al meglio il bacino Sichuan, che si trova nella Cina sud-occidentale, dove lavorano la Sinopec e la PetroChina. E pare che ci sia spazio per ulteriori risparmi: si punta a tagliare di almeno il 20% i costi del 2017, che comunque sono elevati rispetto al livello Usa.

Rimangono aperte una serie di questioni legate alla peculiarità del territorio cinese. I bacini shale cinesi, innanzitutto, si trovano i regioni montagnose remote, totalmente prive di infrastrutture per il trasporto delle risorse, come i gasdotti. Ciò obbliga i produttori a sopportare costi gravosi di spedizione, oltre che di preparazione dei pozzi. Inoltre le formazioni shale cinesi sono più profonde di quelle Usa, il che richiede perforazioni più difficoltose, che sono più costose sia da realizzare che da gestire. Infine ci sono le differenze squisitamente istituzionali. I produttori Usa di shale hanno potuto godere di un ambiente favorevole al business e alla competizione, che ha finito col giovare alla produzione. Nel curioso capitalismo cinese, ancora basato sullo società possedute dallo stato (SOEs) tale dinamismo è difficilmente replicabile. Almeno finora.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.