Le banche cinesi diventano più sistemiche di quelle europee


Fra le tante eredità della Grande Crisi Finanziaria con le quale dovremo fare i conti, a parte l’incredibile crescita del debito globale e i bilanci gonfiati delle banche centrali, c’è quella altrettanto difficile da gestire che deriva da una notevolissima penetrazione delle economie emergenti nella ragnatela del sistema finanziario. Gli operatori di questi paesi, bancari e non, hanno infittito le loro relazioni finanziarie con i paesi avanzati. Un elemento che svolge egregiamente il ruolo di cartina tornasole è l’ammontare di debito denominato in dollari emesso da non residenti negli Usa, che ormai ha superato gli 11 trilioni di dollari, almeno tre dei quali sono stati emessi da paesi emergenti. Si tratta di un debito che, di conseguenza, è particolarmente esposto ai capricci del dollaro. La crisi valutaria vissuta di recente dalla Turchia, che cumula disavanzi correnti da anni e molto debito estero in moneta Usa, annovera fra le sue ragioni anche la forza del dollaro.

L’approfondirsi delle relazioni finanziarie fra paesi emergenti e paesi avanzati diventa oggetto di particolare interesse nel momento in cui arriva a un livello tale poter generare minacce alla stabilità finanziaria globale. Per questo di recente la Bce di recente ha giudicato opportuno dedicare un approfondimento alla questione nel suo ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria, concentrando però l’attenzione sul campione di queste economie emergenti, ossia la Cina, che per dimensioni e capacità di influenza è assurta a un ruolo di potenza finanziaria sistemica. Ossia pericolosa.

Il sistema bancario cinese (e il sistema bancario cosiddetto “ombra” non fa eccezione) “ha accresciuto il suo peso e la sua rilevanza sistemica fin dal 2008”. Le ragioni sono note. Il governo ha voluto imprimere all’economia, sotto shock dopo il crollo degli scambi internazionali provocato alla crisi, uno stimolo fiscale le cui conseguenze sono ancora visibili sulle contabilità pubbliche e private cinesi. Le banche, ad esempio, hanno visto crescere i propri asset (ai quali è bene ricordare corrispondono debiti dall’altra parte del bilancio) dal 205 al 305% del pil cinese nello spazio scarso di un decennio. A ciò ha corrisposto un aumento della capitalizzazione delle banche sui mercati finanziari cinesi, arrivata nello stesso arco di tempo dal 13 al 20%.

Questa corsa alla crescita, chiamiamola così, ha provocato un aumento di stazza di molte banche cinesi che sono divenute sempre più numerose nella classifica delle 100 banche più grandi al mondo, nonché sempre più presente nei board delle banche sistematicamente più rilevanti.

Il grafico sulla sinistra mostra che fra le prime 100 banche per capitalizzazione, 17 sono cinesi e altre quattro hanno influenze in banche sistemiche. Ma soprattutto rileva, sulla destra, che il rischio sistemico di queste banche è cresciuto al punto da superare quelle europee. L’indicatore SRISK per le banche cinesi, infatti, che misura il contributo di una banca alla sottocapitalizzazione del sistema bancario complessivo in caso di stress, è cresciuto senza sosta proprio a partire dal 2008, indicando un ruolo crescente del sistema bancario cinese in quello globale. “Le banche cinesi sono diventate più interconnesse con il resto del mondo, direttamente o indirettamente, tramite il canale commerciale e quello finanziario”. Se ancora la chiusura del conto capitale cinese rende alla banche di questo paese difficoltoso effettuare transazioni di portafoglio a livello internazionale (azioni e obbligazioni), è stato loro reso più agevole fare prestiti e investimenti, i cui effetti ormai sono molto visibili, specie nella regione asiatica.

Se guardiamo nell’eurozona, l’esposizione diretta delle banche europee verso le colleghe cinesi rimane ancora contenuta, all’incirca all’1% del totale degli asset, “nonostante sia aumentata considerevolmente negli ultimi anni sia in termini assoluti sia rispetto al totale attivo”. Questa esposizione è concentrata in Francia e Germania. Preoccupa di più la Bce la cosiddetta esposizione indiretta. Quando nel 2015 le borse cinesi entrarono in fibrillazione, anche i mercati europei ne subirono le conseguenze. I danni cinesi si trasmisero indirettamente all’Europa. L’influenza cinese, insomma, “potrebbe aver aumentato le implicazioni di stabilità finanziaria per le banche dell’area dell’euro”. E questa infuenza sembra destinata ad approfondirsi mano a mano che la Cina entrerà con sempre maggiore decisione nel sistema finanziario globale. L’elefante cinese nella delicata cristalleria della finanza europea e made in Usa non passerà certo inosservato.

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