La guerra commerciale accelera la deriva asiatica dell’Europa


La firma dell’accordo di libero scambio dell’Ue col Giappone segna un’altra tappa importante nel processo di spostamento degli equilibri globali verso l’Asia, ormai a torto o ragione identificata come l’ultima regione del mondo disposta a difendere la globalizzazione dopo la sostanziale abdicazione dell’Occidente che pure l’ha inventata e diffusa. Le ragioni sono evidente: Cina e Giappone, come d’altronde anche l’Europa e in particolare l’eurozona, sono creditori netti e devono molte delle loro fortune al commercio internazionale. Quindi non deve stupire che proprio mentre Trump annunciava dazi per ulteriori 200 miliardi a carico della Cina, il primo ministro Li Keqiang diceva da Sofia che il suo paese aveva le migliori intenzioni per rilanciare il commercio con i paesi centro orientali dell’Europa ripetendo sostanzialmente gli argomenti che poi sono stati illustrati anche al vertice del 16 luglio con l’Ue a Pechino. La Cina vuole stringere la sua relazione con i paesi europei e importa relativamente la circostanza che tale volontà sia stata rafforzata dall’atteggiamento ostile dell’amministrazione Usa nei confronti dei cinesi – ma anche dell’Ue, giudicata nemica commerciale degli Usa – o se questa riaffermata disponibilità sia l’evoluzione naturale di un’economia – quella cinese – che all’apice della rinascita nazionalista che sta travolgendo l’Occidente, si scopre invece convinta sostenitrice del multilateralismo e della globalizzazione, dai quali evidentemente la Cina finora ha molto guadagnato.

Questa interessante evoluzione del quadro politico – lo stesso giorno che il primo ministro cinese incontrava i rappresentanti europei, Trump stava incontrando Putin in Finlandia – arriva in un momento di grande tensione per l’economia internazionale che i sismografi sensibilissimi degli osservatori registrano continuamente. Le analisi – ultima in ordine di apparizione quella del Fmi che ha aggiornato il suo outlook sull’economia globale – sono concordi nel temere gli effetti nefasti sul commercio che potrebbe provocare una ulteriore escalation fra Usa e Cina che certo non risparmierebbe l’Europa che non è frapposta solo geograficamente fra i due paesi, ma è punto di snodo fondamentale delle relazioni economiche di cui il commercio è solo la rappresentazione più immediata. Quando due paesi commerciano, c’è sempre una contropartita finanziaria che chiude il ciclo dello scambio iniziato con la produzione. Ciò significa sistemi finanziari più o meno interconnessi – si pensi alla rilevante esposizione delle banche britanniche nei confronti della Cina – e catene di valore delle merci che si articolano in paesi differenti ognuno dei quali aggiunge gradi di produzione al prodotto finale. In tal senso, la rappresentazione che fanno le bilance dei pagamenti dei flussi commerciali risultano spesso troppo schematiche per dare l’idea corretta delle relazioni profonde che la globalizzazione ha tessuto fra i paesi del mondo, che hanno avuto come strumenti principali gli investimenti diretti che i paesi avanzati prima e quelli emergenti poi si sono scambiati.

Quando si fa un investimento diretto, secondo la classificazione che ne fa la Bce, un paese detiene una quota di almeno il 10% del capitale di un’azienda in un paese estero. Le ragioni sono le più svariate e l’internalizzazione del commercio è una di queste. Un’azienda trova più conveniente produrre all’estero per guadagnare competitività. Da questo punto di vista, pure se al costo di qualche semplificazione, si può dire che gli investimenti diretti sono una buona cartina tornasole della globalizzazione e, indirettamente, del commercio internazionale. In tal senso, imporre dazi, che di fatto limitano i vantaggi competitivi, può provocare impedimenti agli investimenti fra i paesi.

Le relazioni fra Ue e Usa sono molto profonde e hanno una storia ultradecennale alle spalle. Ciò non vuol dire che siano eterne. Come ha detto il segretario della Nato nei giorni del difficile vertice dei primi di luglio, con Trump che addirittura che minacciava di uscire dall’alleanza, le relazioni fra Usa e Ue non sono scritte sulla pietra. E se questo vale per le questioni della difesa, vale ancor più per quelle economiche, che hanno motivazioni meno cogenti, almeno all’apparenza. Peraltro la cronaca ci mostra che relazioni economiche fra Usa e Ue abbiano già subito profondi cambiamenti. I dati Eurostat relativi agli investimenti nell’Ue mostrano il sostanziale disimpegno del capitale americano dall’Europa avvenuto nel corso del 2017, quando oltre 270 miliardi di dollari sono usciti dall’Ue a fronte di afflussi per circa 56 l’anno precedente. Tale tendenza è stata condivisa anche dall’Ue, che ha fatto defluire dagli Usa circa 66 miliardi di propri investimenti diretti.

Un anno è un periodo di tempo limitato per trarne una tendenza, ma non si capisce per quale ragione un’azienda europea dovrebbe essere invogliata a investire in un paese il cui presidente – ossia il massimo rappresentante – dice pubblicamente che l’Ue è un nemico commerciale. I dazi, in tal senso, possono rappresentare un potente disincentivo all’ampliarsi degli investimenti europei negli Usa e non tanto (o non solo) per la diseconomia che provoca direttamente sui costi, ma per il nocumento che genera sulla fiducia, ossia il principale alimento degli animal spirit imprenditoriali. Gli ultimi dati sull’indice Zew tedesco, che misura proprio lo stato della fiducia nell’economia, mostrano cali che segnalano i timori crescenti che la guerra commerciale fra Usa e Cina possa colpire il cuore dell’economia della Germania, per la quale le esportazioni pesano una quota rilevante del prodotto. Ma questo non vale solo per la Germania. Anche l’Italia ha tutto da perdere dal deterioramento degli scambi internazionali, e i dati di maggio della bilancia commerciale, che registrano un calo di circa un miliardo del surplus italiano rispetto a maggio del 2017, mostrano che tale tendenza è in agguato e che sarebbe una iattura non tenerne conto. E’ l’intera l’Ue, d’altronde, ad essere fortemente dipendente dal commercio con gli Usa, che sono il suo primo importatore.

A sua volta per l’Ue la Cina è il principale esportatore, visto che il 20% delle importazioni europee arrivano da lì a fronte del 14% che arriva dagli Usa, che al contrario pesano il 20% delle esportazioni europee a fronte dell’11% cinese. Guardare a questi numeri schematicamente può essere fuorviante, come abbiamo detto, atteso che raggruppano relazioni molto complesse che sono insieme finanziarie e produttive, ma vale la pena rilevarli perché servono a comprendere il grado di questa interconnessione. Se guardiamo al dato del commercio con la Svizzera, ad esempio, divenuta dopo la fuga dei capitali Usa la prima investitrice diretta nell’Ue, si capisce perché la Confederazione abbia tutto l’interesse a infittire la collaborazione con l’Europa e insieme perché il primo ministro cinese Li abbia proposto aprire le porte della Cina al capitale europeo sul sul territorio in maniera paritaria. Pechino si offre ai capitali europei proprio nel momento di massima crisi con gli Usa e non solo: propone anche un percorso comune per riscrivere le regole del Wto, ossia l’organizzazione che presiede lo svolgimento del commercio internazionale. Lo stesso argomento, non a caso, è stato proposto anche sul tavolo dove Ue e Giappone firmavano l’accordo di libero scambio.

Emerge quindi uno scenario in cui Europa e Cina e ormai anche il Giappone sembrano interpretare la parte delle regioni disposte a spendersi (e a spendere) per difendere le ragioni del libero scambio, anche se regolato, e del multilateralismo, opponendosi al nascente spirito nazionalistico che vede nella vocazione bilateralista di Trump il suo massimo campione e nella Russia, ancora ai margini, un potenziale ago della bilancia. Se torniamo a guardare ai numeri del commercio con l’Ue, la Russia (ma anche il Giappone) è un partner quantitativamente degno di nota, ma non tale da cambiare le regole del gioco, come d’altronde il Giappone. La Cina forse sì. Insieme sicuramente.

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