La Brexit fa ballare 41 trilioni di sterline di derivati


Poiché il 29 marzo ormai è domani, e ancora non è chiaro cosa decideranno i politici inglesi della proposta di accordo con la Ue, è saggio interrogarsi sui rischi per la stabilità finanziaria che un’uscita disordinata dell’UK dall’UE potrebbe determinare, atteso che  “la piazza di Londra è di gran lunga la più importante in Europa
per il clearing dei contratti derivati (prevalentemente over-the-counter, OTC)”, come riporta Bankitalia nel suo ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria. E non parliamo di bruscolini. La Bce ha stimato che il 90% dei contratti swap sui tassi di interesse è compensato nel Regno Unito e la Banca d’Inghilterra ha calcolato che il valore nozionale di questi contratti, ancora in essere presso le banche britanniche, ammonti a circa 69.000 miliardi di sterline, la gran parte dei quali, circa 41 trilioni, con scadenze successive al 29 marzo.

Da qui il problema. Nel caso in cui il Parlamento decidesse di non approvare l’accordo proposto e approvato dal governo May “non vi sarebbe il periodo transitorio e il 30 marzo 2019 si verificherebbe una discontinuità (cliff edge) nei rapporti bilaterali tra il Regno Unito e l’Unione europea (UE)”. L’effetto principale è che cesserebbe il regime di mutuo riconoscimento delle autorizzazioni e del sistema di vigilanza, il cosiddetto passaporto unico. Ciò avrebbe un impatto su diversi contratti finanziari, fra i quali appunto i numerosissimi contratti derivati compensati a Londra. Il tema è talmente sensibile che lo scorso 13 novembre la Commissione Ue ha fatto sapere che qualora fosse necessario – quindi in caso non si raggiunga l’accordo – “adotterà una decisione temporanea e condizionata di equivalenza per le norme del Regno Unito sul central clearing che permetterebbe il riconoscimento delle CCP britanniche da parte dell’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (European Securities and Markets Authority, ESMA) e, quindi, il proseguimento della loro attività nella UE”.

Non finisce qui. “Ulteriori rischi riguardano i contratti derivati OTC stipulati tra controparti europee e operatori
britannici, ma non compensati presso una CCP (central counterparties)”. La perdita del passaporto europeo potrebbe pregiudicare la capacità degli operatori di gestire i contratti. E anche qui, i numeri sono importanti. Nel caso di cliff edge “quasi 2.700 intermediari aventi sede nel Regno Unito che oggi operano in Italia in virtù del passaporto unico (banche, società di investimento, società di gestione del risparmio, istituti di pagamento e di moneta elettronica, società di assicurazioni), di cui 117 attraverso succursali, potranno continuare la loro attività soltanto sulla base di una nuova autorizzazione, rilasciata dalle autorità di vigilanza italiane”. In caso contrario i contratti di imprese britanniche che operino in Italia pur mantenendo la loro validità dal punto di vista civilistico non saranno più sottoposti alla vigilanza europea.

Molte autorità di regolazione o di controllo sono al lavoro sulla pratica Brexit, evidentemente. E’ chiaro a tutti che un accordo servirebbe a risolvere alla radice moltissimi problemi. Ma questo non vuol dire che prevalga il buonsenso. Questo almeno l’esperienza dovrebbe avercelo insegnato.

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