Ecco perché i dazi rischiano di peggiorare il deficit commerciale Usa


Di recente la Cina ha postato l’ennesimo record di attivi commerciali negli confronti degli Stati Uniti, superando i 323 miliardi. Questi attivi si sono cumulati nel corso del 2018, che complessivamente non è stato un buon anno per il surplus cinese, arrivato a 351 miliardi, il livello più basso da anni. In piena controtendenza, gli attivi verso gli Usa sono cresciuti del 17% rispetto al 2017. E questo è accaduto mentre infuriava la guerra dei dazi, che pure se ancora ha un peso specifico relativamente basso sul totale del commercio sino-americano, è di sicuro un elemento perturbatore.

Tale politica tuttavia sembra finora sia servita a poco. E questo probabilmente dipende dal fatto che lo squilibrio commerciale statunitense ha ragioni assai più profonde di quelle individuate con una certa faciloneria da certa propaganda Usa. Il pensiero che sia tutta colpa dei cinesi, insomma, rischia di essere tanto suggestivo quanto fallace. Ottimo per le campagne elettorali, inutile ai fini dell’analisi.

Già in passato ci siamo occupati di andare a sbirciare le radici di questo squilibrio. Vale la pena tornarci di nuovo perché la Fed di S.Louis ha pubblicato un post dedicato a un approfondimento assai utile che propone una spiegazione del deficit Usa che suona assai più convincente di quelle della vulgata. Per farla breve, se proprio si vuole trovare un colpevole, gli Usa dovrebbero guardare in casa propria. La Cina, tutt’al più, ha trovato il modo di approfittare di una condizione strutturalmente deficitaria dell’economia Usa, come d’altronde in passato avevano fatto altre economie. Il deficit Usa, infatti inizia assai da lontano.

Non è certo un caso che il deficit commerciale parta agli albori dei ’70. La fine del sistema di Bretton Woods ha trasformato il dollaro americano – di fatto – nella moneta internazionale senza porre più alcun limite alla emissione di valuta da parte degli Usa. Per dirla con le parole degli economisti della Fed, “da quando gli Stati Uniti possono acquistare beni dal mercato mondiale semplicemente stampando denaro o emettendo debiti, sono destinati a gestire deficit commerciali persistenti”. Come dire: è una tentazione troppo forte per chiunque non usare la cornucopia del denaro facile. Figuriamoci per un popolo come quello americano, cresciuto a pane e consumismo. E infatti i risparmi Usa sono diventati via via sempre più negativi.

“Pertanto, – concludono gli autori – l’attuale sistema monetario internazionale basato sul dollaro Usa come valuta di riserva mondiale dominante e titoli di stato Usa come la più ricercata riserva di valore è la causa principale dei persistenti deficit commerciali negli Stati Uniti”. Altro che Cina.

Altrettanto fallace risulta associare l’aumento del deficit verso la Cina con la perdita di posti di lavoro nella manifattura americana, altro argomento principe della vulgata elettorale. Il declino di posti nella manifattura, infatti, parte da lontano e ha a che fare con il progresso tecnologico che negli Usa ha fatto aumentare notevolmente la produttività spostando unità di lavoro dalla manifattura ai servizi. Uno schema all’opera in molte economie avanzate.

Addirittura è stato calcolato che la perdita di posti di lavoro nella manifattura fra il 1992 e il 2012 dipenda per l’85% dalla crescita della produttività e solo per il 15% dal persistente deficit commerciale, ossia dalla delocalizzazioni che gli Usa hanno iniziato a fare sin dagli anni ’60, come successivamente farà il Giappone negli anni ’80 e si sta apprestando a fare la Cina adesso. “L’occupazione manifatturiera negli Stati Uniti – scrivono – è diminuita di quasi il 20% dal 2000 al 2007, anche prima della Grande recessione. Questo forte calo si correla con un peggioramento della bilancia commerciale degli Stati Uniti e un crescente deficit commerciale con la Cina. Sulla base di questa coincidenza, è facile puntare il dito contro la Cina. Ma è la Cina la causa della diminuzione dei posti di lavoro negli Stati Uniti?”.

Per rispondere, i nostri economisti partono da un dato. Nel 1991 il deficit di merci degli Usa verso l’intera regione dell’Asia-Pacifico, inclusa la Cina, pesava l’80% dell’intero deficit commerciale Usa. Oggi, malgrado sia peggiorato il deficit nei confronti della Cina, divenuta il principale creditore degli Usa, complessivamente il deficit Usa nei confronti dell’area si attesta al 65%. “La Cina ha semplicemente sostituito le altre economie asiatiche assumendo le loro posizioni eccedentarie. Anche se la quota della Cina nel totale dei deficit commerciali degli Stati Uniti è aumentata rapidamente da circa il 15% nel 1991 al 45% nel 2016, questo non ha aumentato la quota totale della posizione commerciale dell’Asia con gli Stati Uniti”. La Cina, in sostanza, si è ingrassata a spese dei sui vicini. Ma per gli Usa è cambiato poco. Pure se smettessero di far deficit con la Cina, lo farebbero con un altro paese capace di produrre a basso costo come ha fatto la Cina finora. Continuerebbe a replicarsi insomma lo schema che vediamo all’opera dagli anni ’60.

Da qui le conclusioni. “Una guerra commerciale non risolve necessariamente i problemi degli squilibri commerciali”. Anzi, l’applicazione di una politica di dazi può persino peggiorare il deficit Usa, se si guarda alle ragioni profonde che lo hanno determinato e se, soprattutto, si ricorda la composizione dell’industria manifatturiera Usa, che si basa notevolmente sui beni intermedi. E soprattutto “una guerra commerciale con la Cina non può fermare il declino dell’occupazione nella manifattura americana”, che dipende sostanzialmente dall’innovazione tecnologica. “Al contrario può ridurre il benessere dei consumatori americani e provocare la perdita della leadership Usa nel libero commercio e la globalizzazione”. Musica per le orecchie di Trump.

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