Serve puntare sui servizi per rilanciare la crescita italiana


Un semplice sguardo alla tabella della nostra bilancia dei pagamenti, estratta dall’ultima relazione annuale di Bankitalia, ci comunica un’informazione tanto importante quanto poco ponderata: l’economia dei servizi nel nostro paese ha enormi spazi di crescita che però rimangono largamente inespressi. Tanto da generare un deficit in questa voce del conto corrente, nonostante un notevole miglioramento della bilancia del turismo.

Notate, ad esempio, lo squisito paradosso in virtù del quale abbiamo un deficit di quasi nove miliardi sulla voce dei trasporti e al contempo un attivo di oltre 16 miliardi sui viaggi. In sostanza, siamo un paese esportatore che vive di turismo, che esprime un attivo sul conto delle merci di 44 miliardi (nel 2018) ma non disponiamo di una rete logistica capace di trasportare merci e persone dentro e fuori il nostro paese in maniera efficiente e competitiva.

Questi semplici numeri mostrano uno dei tanti limiti del nostro modello di sviluppo, nel quale l’economia dei servizi, in controtendenza rispetto alla modernità, ha sempre svolto il ruolo di cenerentola e continua in larga parte a farlo. L’attivo sulla bilancia turistica, infatti, viene cumulato per lo più grazie a servizi a basso valore aggiunto, tipicamente quelli dell’accoglienza o della ristorazione. Mentre continuiamo ad essere carenti sui servizi ad alto valore aggiunto, come ad esempio i servizi professionali o, appunto, i trasporti.

Questa discrasia viene compiutamente analizzata sempre da Bankitalia, che mostra la notevole differenza di andamenti fra la nostra economia dei servizi e quella dei nostri principali partner europei, che si può osservare dal grafico sotto, a sinistra.

“Tra il 1999 e il 2018 – scrive la Banca – le esportazioni italiane di servizi sono cresciute, a prezzi correnti, meno di un terzo di quelle tedesche (complessivamente 81 punti percentuali contro 283); il divario è stato ampio, sebbene inferiore, anche rispetto alla Francia e alla Spagna, che hanno entrambe registrato un incremento di oltre una volta e mezzo”. Di conseguenza l’anno scorso abbiamo venduto servizi per il 6% del pil a fronte dell’8-11% degli altri paesi. Detto altrimenti, se avessimo un’economia dei servizi paragonabile ai nostri partner, avremmo un pil di sicuro assai più elevato di quello attuale e una situazione ancora migliore dei nostri conti esteri.

Tale evidenza diventa ancora più chiara se si osserva l’ampio divario (figura sopra a destra) fra le nostra esportazioni di servizi, nelle tre principali tipologie osservate, e la domanda potenziale. Uno spread che è andato aumentando nel tempo e che mostra come il problema della nostra economia dei servizi non risieda nella mancanza di domanda, ma nel non riuscire ad esprimere un’offerta soddisfacente. Il che da un punto di vista paradigmatico è (o dovrebbe essere) estremamente istruttivo.

Il grosso di questo divario, il 45%, è dovuto agli altri servizi, come i servizi informatici, di telecomunicazione e finanziari, In pratica il presente e, soprattutto il futuro. “Nel 2018 gli “altri servizi” rappresentavano il 47 per cento delle esportazioni di servizi dell’Italia e poco meno del 9 per cento di quelle di beni e servizi, a fronte di quote significativamente più elevate per Francia e Germania”, sottolinea.

La domanda “che fare”, relativamente alla nostra economia dei servizi dovrebbe essere in cima all’agenda della politica, stando così le cose. Purtroppo così non è. Le riflessioni su questo piccolo Eldorado potenziale rimangono confinate nelle analisi econometriche, come quella svolta da Via Nazionale, dove si osserva, ad esempio, una “relazione diretta tra le vendite estere e alcune caratteristiche di impresa, come la dimensione, la produttività e l’appartenenza a un gruppo multinazionale”.

Nella diagnosi di Bankitalia, “la debolezza dell’Italia in quest’ampia classe di servizi è almeno in parte riconducibile alla scarsa presenza di aziende medio-grandi, alla bassa produttività delle imprese di servizi e alla limitata internazionalizzazione del settore”, tanto è vero che l’analisi dei dati mostra come, nell’ultimo triennio, “la ripresa delle esportazioni è stata trainata dalle società di grande dimensione e appartenenti a un gruppo con casa madre estera”. Insomma: per migliorare l’economia dei servizi serve ripensare la nostra struttura produttiva, partendo ovviamente dall’economia della conoscenza. L’ideale per un paese che parla solo di pensioni.

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