L’odissea internazionale del capitale cinese


Il mondo ormai si è abituato al capitale cinese, che viene percepito come seducente e potenzialmente tirannico. Quindi desiderato e insieme temuto, come si addice a un monte di trilioni che avrebbe fatto la gioia del vecchio Paperone. Il mondo, perciò, si è abituato a dover conteggiare il capitale cinese nella complessa contabilità del dare e dell’avere che regola i rapporti di forza dell’economia internazionale, ben sapendo che oggi, assai più di ieri e sicuramente meno di domani, sarà questo capitale a orientare i timori e i desideri di popolazioni sempre più ampie – e lo stiamo vedendo in Africa come nel Sud Est asiatico – che pian piano si aggiungono come perle alla collana che la Cina sta dolcemente stringendo attorno al collo del mondo.

Essendo ormai abituati al capitale cinese, perciò, rischia di scolorire nel disinteresse l’informazione che nell’ultimo decennio gli asset esteri del gigante asiatico siano passati da tre a oltre sette trilioni di dollari, con la sottolineatura che prima questi denari venivano custoditi nei forzieri della banca centrale, come strumenti di riserva, mentre poi sono diventati la longa manus di svariati investitori istituzionali che hanno trasformato questi soldi in un puro strumento di conoscenza. Ossia in occhi e orecchie in luoghi prima inaccessibili.

Ma anche se siamo abituati, il capitale cinese è sempre capace di stupire gli osservatori curiosi. E per questo vale la pena scorrere una lunga pubblicazione del Nber dedicata all’impatto del capitale cinese sui mercati finanziari globali che ha il pregio di fornirci informazioni su una delle odissee finanziarie meno conosciute per quanto assai discusse.

La prima informazione che molto racconta di questa odissea e perciò risulta molto utile da conoscere è che ormai le riserve estere presso la banca centrale, che prima esaurivano il ruolo del capitale cinese, ormai pesano solo il 44% del totale degli asset esteri alla fine del 2018. Questo dimagrimento in buona parte è dovuto al fatto che la banca centrale ha dovuto utilizzare circa un trilione di dollari del suo stock di riserva per compensare le pressioni sul renminbi iniziate nel luglio 2014 e che hanno avuto un picco fra il 2015 e il 2016.

“Tuttavia – sottolineano gli economisti autori dello studio – il governo cinese ha anche istituito un certo numero di misure dell’ultimo decennio per liberare i flussi di capitali nell’ambito della sua più ampia strategia verso la liberalizzazione del conto capitale”. E’ proprio questa apertura a dare il via all’odissea internazionale del capitale cinese. Ed è da qui in poi che la storia diventa interessante.

(1/segue)

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