Mercati al bivio fra guerra sino-americana e pace monetaria


Del tanto che c’è da leggere nell’ultima quarterly review della Bis di Basilea, ciò che da subito la Banca illustra, e che dobbiamo tener presente per capire meglio lo spirito del tempo, è che i mercati pattinano su una superficie di ghiaccio, sottilissima e molto scivolosa, sempre più influenzata dai torbidi politici.

La guerra sino-americana sul commercio, ad esempio, è stata la grande protagonista del trimestre oggetto delle osservazioni delle Bis, insieme alla pace generata dalle banche centrali che hanno di uovo allentato le politiche monetarie. E poiché la tenzone fra Cina e Usa ancora non si è conclusa – come peraltro rimane largamente inevaso l’altro grande tema della Brexit – ecco che i mercati paiono come vele al vento della diatriba fra i governanti, con le banche centrali sempre più compenetrate nel ruolo di pompieri monetari.

Su questo scenario s’innesta come ospite indesiderata quella che una volta si chiamava congiuntura, ossia l’andamento del ciclo economico, stretta fra i tweet capricciosi dei politici e le (poco) rassicuranti forward guidance delle banche centrali, dovendo decidere come orientare cose assai concrete come consumi e investimenti. Domandarsi se l’andamento fiacco della congiuntura, con la sua inflazione rasoterra, dipenda dai disordini politici o sia il contrario è come l’annosa questione dell’uovo o la gallina. Conta il meccanismo di reazione – l’intervento della banche centrali – e la contropartita che ne segue: aumento dei rischi e rivalutazione degli asset.

Anche il trimestre che si avvia a conclusione non ha fatto eccezione. Le banche centrali hanno abbassato i tassi – Usa, Ue, Brasile, Cina, Indonesia e Messico – le borse hanno reagito. Quella Usa con nuovi record storici, imitata da altre borse internazionali, con la strana eccezione di quella cinese, dove i corsi hanno preso la direzione opposta.

Il respiro di sollievo regalato dalla politica monetaria ha fatto calare la domanda di safe asset – classicamente statunitensi – indebolendo il dollaro rispetto alle valute dei paesi emergenti, che peraltro hanno visto calare i loro spread sui titoli sovrani. Ma questo sollievo porta con sé anche l’ansia di chi osserva – classicamente i banchieri centrali che determinano il sollievo – come certe esuberanze tendano facilmente diventare irrazionali, come ebbe a dire un ex governatore della Fed.

E qui gli esempi abbondano. “Segni di assunzione di rischi erano evidenti nei segmenti di mercato finanziari più salienti”, commenta Claudio Borio, capo del dipartimento monetario della Banca. E la Bis, in apertura di Rassegna, ricorda i corporate bond che “sembrano relativamente costosi, alla luce dell’outlook economico poco brillante”. Come dire: il mercato prezza a un valore elevato uno strumento finanziario che si dovrebbe ripagare con gli utili fatti sul mercato, che però il mercato sa essere poco brillante. Un perfetto auto-inganno.

Sulla ragioni e la necessità di questo auto-inganno si sono spesi i classici fiumi di parole, ed è inutile aggiungerne altre. Quel che bisogna ricordare è che l’auto-inganno, bonariamente accomodato dalla politica monetaria e trasformato in propensione al rischio per bisogno di rendimento, funziona finché non si esagera col volume dei litigi, che fanno capire ai trader che il ghiaccio sul quale pattinano si avvia a diventare trasparente. E sotto s’intravede l’orrido.

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