La rivoluzione di cui non si parla mai: quella statistica


Ci voleva un bel paper pubblicato da Bankitalia dal titolo molto esplicativo per ricordarci una delle circostanza meno ricordate del nostro tempo. Ossia che esistono rivoluzioni molto silenziose che, a differenza di quelle urlate nelle piazze, hanno effetti assai più profondi, e soprattutto duraturi. Quelle statistiche, per esempio.

Il fatto che questi eventi eventi si consumino negli uffici delle banche centrali e abbiano a che fare con le grandezze quantitative convincerà molti che è esagerato scomodare la categoria delle rivoluzioni per cose così noiose. Ma costoro sono in errore. In società complesse come le nostre, produttrici di metadati, ogni cosa è un alveare statistico, e quindi si realizza nelle definizioni che rendono concreti tali dati. Nel senso che tali definizioni trasformano le osservazioni in qualcosa di reale perché misurabile.

Fatte le premesse, che comunque è sempre utile ricordare per apprezzare il seguito, veniamo al nostro paper, che racconta come nell’ultimo quarto di secolo le banche centrali abbiano mutato il loro arsenale statistico e – di conseguenza – come sia cambiata la percezione della realtà di queste entità che, come riporta lo studio in apertura, “raccolgono statistiche per svolgere le loro funzioni istituzionali”, oltre a pubblicarle “per rispondere alla domanda di trasparenza e responsabilità del pubblico”. Il pubblico – che saremmo noi – usa queste informazioni per farsi delle idee sulla realtà. E così la percezione delle statistiche diventa la nostra. E questo dovrebbe bastare a capire perché questo discorso sia tanto astruso quanto rilevante.

Cominciamo da un po’ di storia di casa nostra. In seguito alla Grande Depressione degli anni ’30, la Banca d’Italia iniziò a raccogliere dati dalle sue osservazioni, dando il via a un’attività che diventerà sistematica a partire dagli anni ’60, grazie al direttore generale dell’Istituto Paolo Baffi, allievo dello statistico Giorgio Mortara. Nel 1963 fu creato il Registro centrale del credito. L’anno successivo si iniziarono a collazionare i Conti finanziari e nel 1965 fu inaugurata la Survey sui redditi e la ricchezza delle famiglie (Survey on Household Income and Wealth, SHIW).

Nei decenni successivi la produzione si arricchì e si intensificò. Ma la cosa interessante da sapere è che nell’ultimo quarto di secolo sono aumentati i punti in comune fra le statistiche delle diverse banche centrali. La globalizzazione passa anche dalla statistica, come abbiamo osservato più volte. E ovviamente, essendo la Banca d’Italia inserita nell’eurosistema, l’evoluzione statistica bancaria e finanziaria non poteva che procedere parallelamente con quella monetaria.

Il culmine di questa integrazione “sistemica” si ebbe nel 2010, quando nella revisione dei conti nazionali ESA 2010 furono inseriti nei sottosettori finanziari dati armonizzati sottoposti alla regolazione della Bce. La banca centrale, in sostanza, concorse alla definizione dei conti nazionali di Eurostat.

Un altro evento che concorse alla trasformazione statistica – dopo l’euro – fu la grande crisi iniziata nel 2007, che rese necessario raccogliere dati diversi e più approfonditi. Il caos di quegli anni rese manifesta l’esigenza di colmare alcune lacune. E tale esigenza fu declinata nel contesto del G20, durante la Data gaps iniziative.

Infine, e arriviamo praticamente ai giorni nostri, un altro driver per l’integrazione statistica fu il cambiamento istituzionale, a livello micro e macro, avvenuto nel campo sulla supervisione. L’avvento dell’Unione bancaria, e in particolare la creazione del Single Supervision Mechanism, ha fornito l’impulso per l’armonizzazione delle statistiche specifiche.

“Nel complesso – scrivono gli studiosi-, l’ultimo quarto di secolo racconta senza dubbio una storia di successo per le statistiche di banca centrale in Europa, ma non bisogna lasciarsi cullare dall’autocompiacimento mentre si profilano nuove sfide generate dalla digitalizzazione e dalla globalizzazione”. Ciò per dire che la rivoluzione non è certo terminata. E faremmo bene a ricordarlo.

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