L’economia è immaginaria: viaggio breve alle origini del pensare economico

Una bella iniziativa della casa editrice La Fabbrica delle Illusioni – redigere un commento al libro L’economia Immaginaria di Mario Fabbri, ha condotto al breve saggio che troverete pubblicato e scaricabile su Academia.
Il lavoro è fra quelli premiati, quindi forse vale qualcosa. Perciò mi è sembrato utile proporvelo come lettura per le feste, quando tutti noi – e mai come in queste feste – disponiamo di un po’ più di tempo per pensare.
A seguire troverete l’abstract del testo, così capirete subito se fa per voi o no.
In ogni caso, tanti auguri di buon Natale e come sempre grazie per la vostra attenzione.
L’economia è immaginaria
– Abstract –
 Il libro di Mario Fabbri oppone l’economia della produzione all’economia immaginaria. In sostanza l’economia dei servizi a quella dei beni, che nella classicità del pensiero economica veniva definita come l’unica produttiva. Una dicotomia che più tardi diventerà quella fra economia reale e finanziaria. In entrambi i casi si individuano professioni sostanzialmente parassitarie del sistema produttivo, con ciò però trascurando l’infrastruttura del discorso economico contemporaneo, basato sulla statistica – la contabilità nazionale – e la modellistica. 
L’idea dell’opposizione fra attività produttive e improduttive ha radici profonde che affondano nella pratica di rappresentare le quantità economiche col numerario. La scrittura stessa, inventata dai Sumeri per conteggiare i beni custoditi nei palazzi, è un fatto puramente economico. I ceti improduttivi evocati nel testo, che vivono delle eccedenze produttive, ricevettero già da quel tempo la loro sanzione. Fabbri, tuttavia, è più ambizioso di quel che sembra. Non vuole solo sottolineare una dicotomia che trova la sua ragione in un fatto storico, ma usarla come grimaldello per scardinare una rappresentazione fallace del processo economico – ossia l’economia convenzionale – che questa dicotomia cela, rivelandosi. Senonché, parafrasando il libro, potremmo dire che è l’economia stessa ad essere immaginaria. Declinazione tecnica di una filosofia sociale che corrisponde a un’organizzazione politica. L’economia nasce immaginaria e insieme politica. Gli economisti sono servitori dei principi o quantomeno ambiscono a diventarlo, anche solo per sperimentare la propria immaginazione al potere, come mostra anche l’autore nella favola di Ailati. 
Riconoscere la sostanza immaginaria dell’economia in tutte le sue manifestazioni (produzione, consumo, investimenti, risparmio, denaro), ci aiuta invece a mettere a fuoco la natura intrinseca del motivo economico – la gestione delle risorse scarse – e quindi a individuare il bene scarso per eccellenza che l’economia deve essere chiamata ad amministrare. Forse addirittura l’unico che abbia dignità economica: non più i beni, ormai abbondanti fino a sembrare infiniti, né i servizi, che si possono“inventare” a piacimento come mostra Fabbri, ma il Tempo.
Più che ripensare l’economia della produzione, serve immaginare un’economia del Tempo.
Se metamorfosi del pensiero economico deve essere, come pare auspicare il libro, bisogna partire da qui.

Un Commento

  1. Francesco Barone

    Sono arcicontento del suo commento conclusivo riguardo al “tempo” (dott. Sgroi), come anche dell’affermazione che gli “economisti siano i servitori dei prìncipi”, questi ultimi diventati nel frattempo affaristi, industriali, finanzieri e politici di varia specie e sostanza. Sì, così com’è intesa, almeno da tre secoli in qua , l’economia è stata solo un artificio illusionistico mirato a trasformare l’homo homini lupus in homo-oeconomicus, cercando così di farlo apparire meno abietto. Uno dei modi è stato ad esempio quello di separare il concetto morale ed unitario di tempo, quale espressione della vita e della dignità stessa della persona, in tempo lavorativo, scambiabile indipendentemente dal soggetto portatore, e tempo libero, concepito questo dapprincipio esclusivamente come tempo necessario per riprodurre energie lavorative e “riprodursi” (non sono un marxiano).
    Siamo evidentemente oltre quella fase iniziale e di tempo libero ne rimane sempre di più anzi troppo, solo che i mezzi disponibili per utilizzarlo convenientemente sono concentrati nelle mani di così poche persone che (poveri tapini) hanno perso evidentemente la percezione della durata massima della vita umana su questa terra. A causa di ciò i disastri prodotti nel frattempo (difficilmente rimarginabili) e la genìa umana che ne è stata la causa non lasciano sperare nulla di buono, visto che i princìpi che li hanno ispirati continuano ad esercitare il loro malefico influsso. Esiste tuttavia una corrente di pensiero (concreta ed attuabile) che parte dall’Economia della Salvezza per tradursi in una “dottrina sociale” e rappresenta ormai la sola strada per la salvezza dell’economia.

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