Il secolo asiatico. La dominanza cinese del carbone

Un altro modo per raccontare l’epopea del secolo asiatico potrebbe essere notare l’incredibile paradosso di una Cina che sfida l’egemonia tecnologica statunitense proponendo al mondo il suo 5G e che al tempo stesso continua ad alimentare in larga parte la sua fame energetica col carbone, in perfetto stile XIX secolo.

Pure se il cielo sopra Pechino non sembra più grigio come in passato, più che altro perché i politici hanno promesso di schiarirlo con le loro buone intenzioni, ancora oggi la Cina è la prima consumatrice e produttrice di carbone.

Nel decennio fra il 2008 e il 2018, infatti, la produzione è cresciuta annualmente del 2%, e un anno dopo, nel 2019, era arrivata al 4%. Perché le buone intenzioni sono una bella cosa, ma le necessità dell’industria alla fine vincono, specie se per un’economia emergente che deve sfamare un miliardo e più di persone.

Così, sempre nel 2019, la Cina la prodotto quasi la metà del carbone mondiale e ne ha consumato praticamente altrettanto. Fino a un decennio fa le sue riserve le consentivano di essere una esportatrice netta, ma ormai non più. Circa l’8% del suo consumo viene importato. Un terzo di queste importazioni arriva dall’Indonesia, un altro terzo dall’Australia e il resto dalla Mongolia e dalla Russia. Col che risulta chiaro quali siano le relazioni economiche che la Cina deve coltivare per tenere accesa la sua gigantesca macchina produttiva.

Le riserve cinesi, peraltro, rimangono fra le più ampie al mondo. Pesano circa il 13% del totale, l’equivalente di quelle europee e australiane. D’altronde dal carbone dipende ancora il 60% dell’energia cinese, in calo rispetto al 70% di dieci anni, ma ancora largamente prevalente. Basti considerare che oltre il 66% della produzione di elettricità dipende dal carbone, così come l’83% dei riscaldamenti.

Questa gigantesca caldaia, costruita negli anni a suon di sussidi e burocrazia, è probabilmente il fardello più pesante per l’economia cinese e la questione climatica globale per la semplice ragione che il sistema è costruito per andare a carbone e servirà moltissimo tempo per de-strutturarlo.

Un esempio: i gestori delle rete elettriche sono obbligati a comprare quote prestabilite di energia prodotta a carbone e ogni impianto di produzione a carbone ha un certo numero di ore di produzione obbligate per legge. Tutto ciò ha consentito la sopravvivenza di impianti obsoleti e antieconomici, rallentando il passaggio verso le energie rinnovabili.

Nulla più del carbone svela il paradosso cinese di un’economia che cerca di modernizzarsi – si pensi al Made in China 2025 – e poi si alimenta come si usava fare due secoli fa. Pechino oggi, come la Londra di ieri. Il Secolo Asiatico è figlio di una antica nostalgia.

(4/segue)

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Collegato a questo. L’ipoteca cinese sul mercato dell’energia

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