Il debito misterioso dei paesi a basso reddito

Peggio dei debiti noti, ci sono solo quelli sconosciuti. Una montagna nascosta della quale si ignorano quantità e qualità, con l’aggravante che questo debito misterioso giace laddove può far più male: nella pancia di paesi già alle prese con grandi problemi. Non è certo un caso. I paesi a basso reddito, una settantina quelli censiti dal rapporto, per evidenti ragioni, sono anche quelli meno attrezzati per avere sistemi efficienti di raccolta e classificazione dei dati.

Perciò riveste particolare interesse un recente rapporto pubblicato dalla Banca Mondiale, coordinato da Diego Rivetti, esperto di debito della Banca, che ha il merito di provare a fare luce su una materia estremamente complessa che molto ha a che fare con la capacità di questi paesi di attrarre investimenti e quindi provare a uscire dal cono d’ombra della povertà.

Vale la pena anticipare alcune conclusioni. “L’analisi mostra che lo stock di debito dei paesi a basso reddito (low-income countries) può variare fino al 30% del pil a causa di definizioni e standard divergenti fra i database locali e quelli internazionali”. E questo è un problema squisitamente tecnico. Questi paesi, di fatto, sono fuori dalla globalizzazione “statistica”. E questo aggiunge un ulteriore elemento di fragilità alle loro economia. Non avendo dati certificati, è difficile entrare nel “sistema” e interloquire con gli organismi internazionali. Se a questo si aggiunge che da più di due anni “il 40% dei paesi a basso reddito non ha pubblicato alcun dato sul debito sovrano”, il quadro diverrà ancora più chiaro: nessuno sa esattamente la quantità di polvere che questi paesi stanno nascondendo sotto il tappeto.

Queste difficoltà sono aumentate da quando è iniziata la pandemia, che ha generato in tutto il mondo maggiori deficit e debiti. La Banca calcola che “oggi il 44% dei paesi a basso reddito si trova di fronte al rischio di stress da debito, e il 12% lo sta già sperimentando”. E se questi paesi non sono in condizione di avere accesso al mercato internazionale del debito, perché i loro strumenti tecnici e statistici non sono adeguati, sono costretti a servirsi di pratiche opache per procurarsi il denaro.

Il rapporto evidenzia come fra il 2004 e il 2018 i prestiti collateralizzati – ossia prestiti concessi sulla base di ricavi futuri – hanno rappresentato circa il 10% del totale nell’Africa sub-sahariana. Fra le economie emergenti, la Banca ha censito quindici paesi che hanno contratto debiti di questo tipo, che però non hanno fornito informazioni di dettaglio.

Come se non bastasse, i paesi a basso reddito hanno iniziato a usa la banca centrale come proxy per sopportare l’indebitamento estero, tramite repo o swap in valuta estera. Operazioni che non figurano nelle statistiche ufficiali del debito pubblico, per la semplice ragione che queste passività sono in campo alla banca centrale. Dulcis in fundo, aumenta anche la quantità di debito contratto dalle aziende pubbliche (SOE, state-owned enterprises) tramite veicoli specializzati (SPV, special purpose vehicle), che spesso proliferano grazie al sostegno di garanzie pubbliche. Insomma: capire quale sia lo stato debitorio di questi paesi, sia nei confronti dell’estero che nel mercato domestico, è estremamente complesso. Lo studio propone diverse soluzioni e raccomandazioni per mitigare questa situazione, tutte sicuramente sensate. Ma il problema è sempre lo stesso: trasformare in pratiche virtuose le brutte abitudini. E fra il dire e il fare c’è in mezzo il proverbiale mare.

Nell’attesa che questi paesi lo attraversino, vale la pena servirsi dello studio per approfondire ancora un po’. Il motivo di questa ricerca lo abbiamo già illustrato: svelare il debito nascosto dei paesi fragili serve innanzitutto a loro. Come ricorda lo studio, quando nel 2016 il Mozambico svelò di aver debiti non comunicati in precedenza per 1,5 miliardi di dollari, che pesano circa il 9% del pil nazionale, le donazioni internazionali si bloccarono. L’economia ne subì il contraccolpo, dovendo il governo tagliare la spesa pubblica, e gli abitanti ne pagarono il conto.

Il grafico sopra mostra come fra il 2010 e il 2020 la mediana del debito pubblico fra i paesi censiti dalle agenzie della Banca Mondiale è cresciuta fra il 35 e il 50%. Nella metà di questi paesi, che hanno potuto godere di un certo alleggerimento dei debiti grazie alla Heavily Indebted Poor Countries initiative (HIPC), l’interest-to-revenue ratio sul debito estero, ossia il rapporto fra il costo del servizio del debito estero rispetto alle entrate, è peggiorato rispetto a quella precedente all’intervento. In parte a causa della caduta dei prezzi delle commodity, registrata fra il 2011 e il 2014, in parte per l’aumento dei tassi reali. Insomma: per i paesi poveri vale il contrario di quel che vale nei paesi ricchi, dove i tassi reali in molti casi negativi hanno alleggerito il peso del debito. Piove sempre sul bagnato, per ricordare un altro proverbio. E questo spiega perché siano raddoppiati i paesi giudicati a rischio. Il che ovviamente, peggiorando il loro merito di credito, attiva un terribile circolo vizioso che la pandemia ha semplicemente accelerato.

Nel grafico sopra l’acronimo LIC-DSA sta per Low-income Countries, giusto per essere chiari. E vale la pena ricordare che nel frattempo è anche cambiato lo scenario dei creditori. Fino agli anni ’90 i prestatori erano in gran parte quelli del club di Parigi e le istituzioni finanziarie internazionali. Da allora il loro ruolo è andato scemando. Oggi le entità fuori da questo club sono titolari del doppio dei crediti iscritti a carico di questi paesi e nell’ultimo decennio la quota di debito estero verso creditori privati è più che triplicata.

Il risultato, spiega il rapporto, è che ormai le banche commerciali non sono più da tempo le principali detentrici di questi debiti commerciali, ma adesso questa carta è finita in pancia a hedge fund, case di investimento e altre varie entità finanziarie. Ciò significa, a ben vedere, che questa polvere sotto il tappeto ha finito col raggiungere il sistema finanziario globale, sempre a rischio che un qualunque granello generi pericolose frenate.

Perché, ed è bene ricordare anche questo, i guai dei poveri finiscono sempre col diventare problemi dei ricchi. E questo non serve che ce lo ricordi l’economia. Basta la storia.

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