Oro, grano e finanza straordinaria tengono a galla l’economia russa

Nell’anno peggiore della storia economica internazionale recente la Russia è riuscita a rimanere a galla con notevole fatica solo in ragione di alcune partite straordinarie di finanza pubblica e dell’andamento soddisfacente delle esportazioni di oro e grano, che hanno compensato, anche se solo parzialmente, il crollo di export di risorse energetiche.

Quest’ultimo è stato il principale fardello che ha affossato del 21% il valore delle esportazioni russe nel 2020, secondo una ricostruzione pubblicata da Bofit. E sempre qui leggiamo che l’export di greggio è diminuito del 13%, mentre il gas naturale “solo” dell’8%. Che sembra poca cosa a patto di trascurare l’enormità dell’export energetico russo in tempi normali.

Ma per sua fortuna la Russia ha tante risorse, che in qualche modo hanno funzionato da ammortizzatore. Nell’anno peggiore della storia economica recente, la Russia ha riscoperto il valore di esportazioni molto ottocentesche, e tuttavia tremendamente attuali, come oro e grano.

Il primo, ha visto raddoppiare il valore delle sue esportazioni, anche grazie al rialzo dei prezzi, portando a +10% l’export di metalli preziosi del paese. Quanto al grano, l’export di cibo è cresciuto del 20%, un progresso determinato proprio dal grano e poi dagli oli vegetali, che ha avuto come contropartita un aumento del costo del cibo all’interno del paese, costringendo il governo a imporre le quote sulle esportazioni e anche dei dazi su alcune esportazioni.

Curiosamente, il forte calo delle domanda interna provocato dalla pandemia e dalle svalutazione sofferta dal rublo ha ridotto le importazioni russe di beni solo del 5%, con la parte peggiore vissuta dai prodotti chimici (-12%) e da quelli farmaceutici (-30%).

Complessivamente, il saldo della bilancia delle merci esibisce un attivo di 90 miliardi, somma algebrica di 330 miliardi di beni esportati e di 240 di beni importati. E’ utile ricordare che l’Europa a 27 pesa circa un terzo sia dell’import che dell’export russo, la Cina pesa il 15% delle esportazioni e il 24% delle importazioni, mentre i paesi dell’Unione euro-asiatica pesano circa il 10% dell’import e dell’export. La Russia, almeno quanto al commercio, è assai più europea che asiatica.

Dal punto di vista fiscale Mosca è riuscita a cavarsela con una perdita di entrate fiscali di appena il 3% rispetto all’anno prima, ma solo in virtù di un’operazione straordinaria decisa la primavera scorsa, quando la proprietà della banca statale Sberbank fu trasferita dalla banca centrale (CBR) al governo, cui andarono anche i proventi dell’operazione che la Central bank of Russia realizzò con la vendita. Senza questa vendita, spiega Bofit, il calo di entrate fiscali sarebbe stato il doppio, quindi il 6%.

Ovviamente il calo delle entrate fiscali è stato determinato in larga parte dei minori introiti energetici. A ciò si aggiunga che la spesa pubblica, per fronteggiare l’epidemia, è cresciuta del 14%, portando il rapporto di quest’ultima sul pil al 40%, livello osservato solo durante la crisi del 1998 e del 2009.

La spesa sociale, escluse le pensioni, è aumentata del 40%, con quella per il supporto per le famiglie cresciuta di 2,5 volte. Le spese per la salute sono cresciute del 30%.

L’anno è stato chiuso con un deficit del 4%, che sembra poco solo perché ha preso il posto di un notevole surplus. Il debito totale del governo è arrivato al 18% del pil, mentre gli asset liquidi del National welfare fund sono arrivati all’8% del pil.

La situazione è migliorata gradualmente nella parte finale dell’anno. Le prospettive del 2021, tuttavia, sono ancora alquanto incerte. Non solo per la Russia, ovviamente.

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