L’inflazione statunitense barcolla ma non molla

Un giorno forse si dirà che troppo presto si sono alzati i calici per brindare alla fine dell’emergenza inflazione. Negli Stati Uniti, intanto, e chissà se anche in Europa. La solerzia con la quale le banche centrali hanno iniziato a dare segnali di normalizzazione delle politiche monetarie, dopo il rapido innalzarsi dei tassi, rischiamo di pagarla oggi, e chissà quanto domani, visto che l’inflazione, per dirla con una vecchia battuta, barcolla ma non molla.
Ce lo ricorda la Fed di S. Louis, in un interessante post pubblicato qualche giorno fa, dove sottolinea che cinque anni dopo la pandemia i prezzi rimangono ancora di un buon 10% più in alto rispetto al trend di lungo periodo precedente al 2020. In sostanza i consumatori spendono il 10% in più di quello che spendevano prima della pandemia.
E le osservazioni più recenti alimentano il timore che il ribasso dell’inflazione, che è stato repentino dopo l’innalzamento dei tassi, possa aver toccato il suo plateau. Detto diversamente: i prezzi non hanno ancora recuperato la loro tendenza di lungo periodo. Quindi crescono più di quanto sia desiderabile. Da qui la domanda: stiamo andando nella direzione giusta?
Per provare a rispondere, gli economisti della Banca hanno osservato l’andamento annuale dell’indice dei prezzi, incrociandolo con l’andamento dei tassi federali. Il risultato si può osservare nel grafico sotto.

Dal grafico si nota che il ribasso dell’inflazione è stato molto pronunciato fino a quando i tassi federali sono cresciuti. in corrispondenza del ribasso dei tassi, si osserva invece una lieve ripresa della crescita dei prezzi, anche di quelli core, quindi al netto dell’energia.
Gli economisti della Fed hanno anche notato che l’inflazione non impatta allo stesso modo su tutte le categorie di beni. ” C’è ancora una quota significativa di categorie di prodotti che sperimentano alti tassi di inflazione e non abbastanza categorie che sperimentano tassi di inflazione bassi o negativi. Circa tre quarti delle spese per consumi nel 2024 sono state su categorie di prodotti che hanno sperimentato tassi di inflazione più elevati rispetto al periodo pre-pandemia. Pertanto, il raggiungimento dell’obiettivo di inflazione del 2% non comporterà semplicemente la normalizzazione di alcune categorie di prodotti, ma piuttosto un calo più generalizzato dei tassi di inflazione su tutta la linea”.
Quest’ultima osservazione è particolarmente istruttiva. Delle varie categorie dei beni prese in considerazione, solo l’energia ha manifestato un tasso di inflazione, nel 2024, inferiore rispetto a quello del 2016-19, utilizzato come riferimento. Al contrario, cibo, servizi di prima necessità e alloggi “hanno tutti registrato tassi di inflazione molto più elevati”.
Il risultato è stato che l’inflazione 2024 si è fermata al 2,6%, un punto in più rispetto al periodo pre pandemia e comunque sopra l’obiettivo Fed. Ma si tratta di un dato che nasconde molte differenze fra i beni del paniere.
Gli americani saranno sicuramente contenti che la benzina costi meno. Ma a meno di non vivere in macchina e alimentarsi di carburanti, si tratta di un felicità di corto respiro. Specie quando si annunciano dazi a spron battuto, che finiranno con l’essere pagati dai consumatori Usa, in un contesto, per giunta, dove le prospettive fiscali, come nota la stessa Fed, sono tutt’altro che rassicuranti, in un’ottica di contenimento dei prezzi. Magari il nuovo presidente farà uno dei suoi ordini esecutivi per dire all’inflazione di non aumentare più.

La visione del mondo di Trump, contrariamente a quanto molti sostengono, è dotata di una chiara coerenza interna ed è il portato di una specifica tradizione di politica estera americana che oggi sta tornando alla ribalta: quella jacksoniana. In questo senso, il futuro ha un cuore antico e quest’ultimo può essere compreso soltanto sulla base della conoscenza storica. Per la tradizione jacksoniana un valore centrale è l’autosufficienza: i veri americani contano solo su se stessi. Questo costituisce il motore dell’eccezionalismo americano ed è strettamente connesso al
protestantesimo e alla fusione weberiana tra quest’ultimo e il capitalismo. Un altro valore fondante della tradizione jacksoniana è il coraggio, scudo per la difesa della comunità, della famiglia e della proprietà all’interno del paese e per la difesa della patria all’estero. I jacksoniani sono fermamente convinti che la missione della politica estera americana sia quella di difendere il benessere politico, morale ed economico della popolazione. Si tratta di una sorta di dichiarazione di indipendenza politica, militare ed economica dal resto del mondo, poiché il jacksoniano critica pesantemente il dispiegamento delle truppe militari americane sul suolo europeo e asiatico. Una politica estera diretta al perseguimento della democrazia globale come quella di stampo wilsoniano è, da questo punto di vista, nel contempo utopica e arrogantemente assertiva. I jacksoniani, inoltre, rifiutano le alleanze permanenti: il multilateralismo deve essere accantonato in favore dell’unilateralismo, perché solo attraverso quest’ultimo è perseguibile l’interesse nazionale. Lo Stato-nazione riemerge con forza e la sovranità nazionale diventa il valore fondamentale. Non è possibile alcun dubbio: Donald Trump è un perfetto rappresentante della tradizione jacksoniana e di quel suo corollario che è la dottrina Monroe.
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