Breve storia dei dazi negli Usa e dei loro effetti. Spoiler: sono recessivi

Se avete voglia di convincervi della dannosità dei dazi per un’economia avanzata, potete dedicare un po’ del vostro tempo alla lettura di un paper diffuso dal Nber che ci racconta quasi due secoli di effetti macroeconomici causati dai dazi statunitensi in patria e fuori.

Le conclusioni non sono sorprendenti: questi provvedimenti hanno conseguenze sistematicamente recessive. Non solo finiscono col far crescere i prezzi nel breve periodo, ma fanno crollare gli scambi, frenano la produzione e, di conseguenza, il Pil. A che servono quindi?

La risposta a questa domanda non bisogna cercarla nella logica economica, ma in quella che guida la logica politica del dominio. I dazi servono ad aumentare la presa che lo stato ha sull’economia, pure al prezzo di danneggiarla.

I dati raccolti dagli autori dello studio fanno riferimento a 35 grandi riforme tariffarie avvenute negli Usa nel corso di 180 anni, 21 delle quali definite “esogene”, ossia non motivate da quella che abbiamo chiamato logica economica, ma da una logica strettamente politica o ideologica. E già il fatto che queste ultime siano la maggioranza dice molto della natura dei dazi.

La distinzione fra cause esogene, ossia politiche, e cause endogene, ossia giustificate dalla necessità economica, è un punto saliente del paper. In alcuni casi, infatti, gli autori giudicano i dazi non necessariamente recessivi. Quando ad esempio la congiuntura è negativa e si applicano i dazi, questi ultimi non sono causa della recessione, ma semmai conseguenza.

Il paper è interessante anche perché tratteggia le diverse epoche della storia Usa in relazione all’utilizzo dei dazi. La fase iniziale, che inizia al termine della guerra civile, quindi nel 1861 e dura fino al 1933 racconta una storia di notevole protezione commerciale con i ricavi dei dazi utilizzati per finanziare lo Stato e per proteggere le industrie del Nord. Le tariffe raggiunsero livelli altissimi, fino al celebre Smoot-Hawley del 1930, simbolo del protezionismo più estremo.

La seconda fase, in cui prevale una certa apertura, inizia a partire dal 1934. Con il Reciprocal Trade Agreements Act e la nascita del GATT (poi WTO), gli USA entrarono nel sistema commerciale multilaterale. I dazi scesero gradualmente, round dopo round, fino agli anni ’90.

Il nuovo millennio, che si apre con gravi crisi finanziarie che scuotono l’intera struttura della globalizzazione commerciale, vede l’emersione di una terza fase, nel corso della quale riemergono con forza le tendenze protezioniste. Ma con una differenza. Nel XIX secolo gli Usa erano un’economia emergente, per usare un’espressione comune. Oggi sono una potenza mondiale che esprime la principale valuta di riserva. E questa è una differenza notevole.

L’analisi di questi tre periodi consente di stimare, attraverso un modello matematico, gli effetti macro dell’applicazione dei dazi. Il dato chiave ricavato dal modello dice che l’aumento di un punto percentuale dei dazi riduce il pil dello 0.9%. Parliamo di un aumento “esogeno”, ossia sganciato dalla necessità economica. Non solo. Si stima un calo della produzione manifatturiera dell’1,5%, delle importazioni del 4% e, dopo qualche anno, anche delle esportazioni, del 2%. Dal punto di vista finanziario si osserva un apprezzamento del dollaro e un aumento temporaneo dell’inflazione.

Contrariamente a quanto dice la narrativa comune, emerge con chiarezza che i dazi NON proteggono l’industria nazionale in un’economia avanzata. Questo risultato magari si può ottenere in un’economia emergente, ma non certo nell’economia più importante del pianeta.

Forse il problema degli Usa oggi è che hanno dimenticato chi sono e soprattutto in che epoca sono. Ragionano come se fossero ancora nel XIX secolo e dovessero proteggere l’economia nazionale. Ma siamo nel XXI e l’economia americana si protegge benissimo da sola. Il problema semmai è se il governo vuole impedirglielo. E così controllarla.

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