Il boom degli aiuti di stato nell’Ue

Non è solo un costume italiano il sostegno dei governi alle imprese nazionali. Il “vizietto”, chiamiamolo così, si è diffuso in tutta l’Ue, incoraggiato dalle sempiterne emergenze – con quella del Covid a primeggiare – che non mancano mai in una società complessa. Si potrebbe persino dire che la complessità genera di per sé il bisogno che il governo a un certo punto intervenga. Ci metta lo zampino. O almeno un aiutino.

Si capisce perciò perché la Bce abbia ritenuto necessario dedicare al tema un breve approfondimento nel suo ultimo bollettino economico. Il boom di aiuti di stato ha di fatto rinverdito il dibattito, accademico ma non solo, circa l’utilità o la perniciosità di questi aiutini che secondo i teorici dei fallimenti di mercato sono benefici, mentre sono veleno per chi crede che i fallimenti di mercato siano un’invenzione giornalistica.

Nulla di nuovo sotto il sole: se ne parla da un paio di secoli. Il fatto però, come si può osservare dal grafico che apre questo post, lo è. Nel senso che mentre fra il 2000 e il 2013 la spesa per aiuti di stato vivacchiava fra lo 0,5 e lo 0,8 per cento del pil, a partire dal 2014 in poi l’allentamento delle regole europee ha visto crescere senza sosta il ricorso a queste sovvenzioni, fino al boom osservato in occasione del Covid, quando sono arrivate a sfiorare il 2,5 per cento del pil. A dimostrazione del fatto che i governi, qualunque sia il luogo dove operano e il loro orientamento politico, se possono spendono e spandono a mani basse.

Sicché siamo arrivati a uno stock di aiuti che ha raggiunto i 330 miliardi di euro in epoca Covid con aiuti prorogati perché poi c’è stata la guerra Ucraina e poi il conflitto mediorientale eccetera. Una volta che si è creato il meccanismo è sempre difficile tornare indietro.

Nel frattempo, per giunta, sono anche cambiati gli orientamenti circa le priorità da sostenere. Di solito gli aiuti si concentravano sull’innovazione, la coesione territoriale e sui vincoli finanziari. Adesso è cresciuto il supporto collegato alla tutela ambientale, compresa la decarbonizzazione, la competitività industriale e la resilienza strategica. In sostanza, l’Ue rivede i suoi obiettivi fondamentali e accetta di dedicarvi un robusto sostegno pubblico.

Un esempio chiarificatore è la crescita della spesa per i progetti di comune interesse europeo (Important Projects of Common European Interest, IPCEI), strumento messo in piedi dalla Ue nel 2018 per orientare in maniera strategica gli aiuti di stato. A fine 2024 gli IPCEI, mettendo insieme capitali privati e pubblici, hanno mobilitato investimenti per 90 miliardi di euro (0.45% del pil) e si connotano per essere uno dei pilastri della politica industriale comune europea.

Si osserva che “gli aiuti di Stato sono distribuiti in modo disomogeneo tra paesi e settori, di riflesso alle differenti capacità di bilancio, caratteristiche strutturali e priorità politiche” e anche i settori “aiutati” sono molto mutati nel tempo.

E’ interessante osservare (grafico di destra) che gli aiuti statali si concentrano sui settori a tecnologia medio-bassa, mentre quelli Ue su quella medio-alta. Sembra insomma che ci sia una sorta di sussidiarietà fra il mondo nazionale di concepire gli aiuti e quello sovranazionale. Sembra persino funzionale.

Questo non convincerà chi non ama gli aiuti di stato, ma dovrebbe far riflettere chi ancora non ha capito che l’Europa non è l’Ue e neanche gli stati nazionali. L’Europa è le due cose insieme che camminano seguendo ognuna passi ed esigenze diverse. Come un’auto con due motori. Nulla di strano che sembri imballata. Eppur si muove.

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