Cartolina. Vicini lontani

Chissà se Trump è consapevole che rischia di danneggiare il Messico, col suo 25 per cento di export negli Usa che pesa altrettanto sul pil del paese confinante, più della Cina, il cui export verso gli Usa pesa solo il 5% dell’export totale e solo pochi punti percentuali sul suo pil. Chissà se il governo Usa, che sicuramente conosce questo dato, realizza che mettere in difficoltà il Messico è il modo più semplice per far aumentare la pressione alle sue frontiere, che rischiano di diventare una infinita terra di nessuno militarizzata. Forse in questa follia, che sembra miri a tenere lontano i vicini – il secondo paese più esposto ai dazi Usa è il Canada – c’è un metodo. Sicuramente c’è, anzi, visto il gran consumo di cervelli di questi mesi. Solo che non funziona.

Le famiglie sono ancora sotto shock per l’inflazione

Il problema degli shock inflazionistici, sembra di capire leggendo un interessante studio della Bis, è che se pure l’economia formalmente li riassorbe, nella percezione comune rimangono persistenti, fino al punto da generare la più classica delle profezie che si autoavverano: i prezzi salgono perché credo che saliranno.

Questa credulità si confronta con quella che le banche centrali sappiano quello che fanno, che richiede, oltre a un generoso atto di fiducia, la conoscenza minima indispensabile per capire in cosa consista questa azione. E infatti nelle rilevazioni svolte dagli economisti della banca di Basilea emerge che quanto più si è consapevoli dell’azione della banca centrale di riferimento, tanto più si “crede” che i dati, che misurano l’inflazione in calo, raccontino la realtà. La percezione dell’inflazione, insomma, si sfuma.

Purtroppo questa conoscenza non appare molto diffusa. Lo shock inflazionistico post Covid, potremmo dire, ha lasciato sotto shock le famiglie. Al punto che una survey sul sentiment delle famiglie in 29 paesi, condotto fra il 24 marzo e il 28 aprile di quest’anno conferma che le aspettative di inflazione, malgrado i dati comunichino una crescente convergenza verso i target, sono ancora assai elevate.

In media, in questi paesi si prevede un’inflazione all’8%, ben sopra il livello attuale del 2,4%. E alla domanda su quale sia il picco massimo possibile di inflazione che ci si aspetta, si arriva addirittura all’11%, mentre il minimo non scende sotto il 4%. Come dire: i dati possono dire quello che vogliono, io la vedo diversamente. E poiché la vedo diversamente, adeguo le mie scelte di consumo alle mie percezioni. Chi ricorda lo shock seguito all’introduzione dell’euro nei primi anni Duemila comprenderà benissimo questa psicologia.

Si tratta di una reazione comprensibile, tutto sommato. Tanto è vero che la percezione che ci sia una inflazione più alta di quella effettiva cresce in ragione della forza dello shock che l’ha originata. Negli anni prima della pandemia i cittadini hanno percepito prezzi assai meno veloci – il 9% fra il 2015 e il 2019 – rispetto a quanto accaduto fra il 2020 e il 2024, quando si è percepita una crescita dei prezzi del 18% in media, sostanzialmente con i dati ufficiali, con punte del 30% per il 20% degli intervistati.

Certo, questi sono dati che vanno presi con le pinze. Quando si vive uno shock è normale che le risposte siano “drogate” dall’effetto psicologico generato dall’evento, specie quando impatta sugli equilibri finanziari ed economici di una famiglia. Per giunta la crisi inflazionistica del 2022 ha colpito beni primari, come cibo ed energia, che fanno sentire molto il loro peso all’interno di un bilancio familiare, aggravando perciò l’effetto dello shock.

Ad aggravare l’equazione, il fatto che è molto difficile far arrivare alle famiglie spiegazioni accessibili di fenomeni complessi come quello inflazionistico nel panorama attuale dei mezzi di comunicazione. Le famiglie si informano in larga parte con radio e tv, con una quota crescente che usa i social media. Nulla di strano che, usando questi strumenti, emerga che solo il 60% delle famiglie sa identificare correttamente la banca centrale del proprio paese e che ancora meno (49%) sono consapevoli che uno dei principali obiettivi della banca centrale è la stabilità dei prezzi.

Questo significa, in pratica, che anche il più raffinato strumento istituzionale deve fare i conti con ciò che pensa la popolazione. E se non riesce a cambiare la sua percezione, che come abbiamo visto può essere molto divergente dai dati, rischia di non riuscire a fare la cosa giusta anche se magari l’ha fatta.

La banca centrale ha sempre creduto di doversela vedere con la grandezze economiche, ma adesso scopre che deve vedersela col pubblico, che in fondo queste grandezze le esprime in un modo o in un altro. E’ un notevole passo avanti di queste entità verso la consapevolezza della democrazia. Che poi piaccia loro, o che siano capaci di farne altri, lo scopriremo solo vivendo.

L’innovazione in Italia cammina ma non corre ed è incerta sulla direzione

Un interessante approfondimento contenuto nell’ultima relazione annuale di Bankitalia consente di sfatare alcuni luoghi comuni sulla qualità della ricerca e dell’innovazione nel nostro paese, ma ne conferma purtroppo altri. Uno per tutti: la quantità di risorse che destiniamo alla ricerca e all’innovazione è molto ridotta, rispetto ai nostri analoghi europei, e abbiamo anche una certa carenza di strategia nel loro utilizzo.

Queste lacune storiche si affiancano ad alcuni punti di forza, che però scontano un certo ritardo nel nostro cammino verso l’innovazione. A fianco di un numero crescente di pubblicazioni STEM, quindi di materie scientifiche e matematiche, che testimoniano della qualità e quantità della nostra ricerca universitaria, si osserva (grafico di apertura del post) che i nostri brevetti, che non sono numerosissimi, si concentrano su settori molto tradizionali, in particolare tecnologie logistiche e mezzi di trasporto. Siamo ancora molto concentrati sull’automotive, insomma, nelle sue diverse sfumature, quando il resto del mondo brevetta sempre più soluzioni innovative nei settori della tecnologia informatica, medica o i sistemi di comunicazione digitale.

Sulle pubblicazioni STEM, il grafico sotto ci comunica che siamo cresciuti molto e abbiamo superato i nostri principali paesi europei assimilabili.

Ormai siamo vicini alla Germania e abbiamo superato di gran lunga la Francia. Questo buon risultato è stato ottenuto in un contesto di risorse pubbliche dedicate alle università (lo 0,6% del pil) che è la metà di quello che spendono la Francia e la Germania. Solo che facciamo fatica a trasformare le ricerche in brevetti. Siamo bravi nella teoria, ma meno nella pratica: il numero dei brevetti presentati da Francia e Germania era rispettivamente il doppio e il quintuplo di quelli italiani. Quindi abbiamo meno brevetti e più concentrati sui settori tradizionali.

Se ci spostiamo nel settore privato, anche qui si registra un certo ritardo, figlio della scarsa spesa in ricerca e sviluppo che pesa appena lo 0,76% del pil, la metà della media Ue. SE ci confrontiamo con i giganti fuori dall’UE il dato è ancora più sconfortante: il settore privato della Corea del Sud investe in ricerca e sviluppo il 3,9% del pil. Giappone e Usa il 2,7%. Ne risulta una scarsa presenza di aziende italiane fra le aziende leader nell’innovazione: nel 2023, nota Bankitalia, la prima impresa italiana per spesa di ricerca era al 46esimo posto nell’Unione europea.

Nel settore pubblico il divario nella spesa per la ricerca è meno pronunciato ma è comunque rilevante. A livello europeo, fra il 2000 e il 2020più della metà delle domande di brevetto a livello universitario è stata presentata da atenei che hanno registrato complessivamente 250 brevetti. Queste università sono il 4,5% delle università europee e solo una università italiana si trova fra queste, mentre in Germania, Francia e Regno Unito sono 12, 15 e 4.

Per giunta le università italiane faticano a trasferire i frutti delle loro innovazioni alle imprese. Negli istituti sono presenti gli Uffici di trasferimento tecnologico (UTT) ma sono di dimensioni ridotte, sottofinanziate e con poco personale, il 20% in meno della media Ue. Anche qui, insomma, si sconta una certa fragilità sistemica. che dipende dal fatto che “la strategia di sostegno pubblico all’innovazione soffre di un’elevata frammentazione, sia a livello centrale tra i diversi dicasteri sia a livello di governo. E poi ci sono le regioni, destinatarie di fondi europei anche rilevanti che spesso duplicano con le loro iniziative quelle di carattere nazionale ed europeo. Insomma: andiamo lenti, nell’innovazione, e siamo anche un po’ confusi sulla direzione e su come arrivarci. Welcome to Italy.

I poveri di cui nessuno parla sempre più schiacciati dai debiti

Dovremmo essere grati a Bankitalia che nel suo ultimo rapporto annuale ci ricorda un dettaglio che le nostre società, ricche e lamentose, tendono costantemente a obliterare, prese come sono dalla defatigante attività di compiangersi. Là fuori, dove nessuno guarda, ci sono alcune decine di economie, dove incidentalmente abita il 20 per cento della popolazione mondiale, che esprimono i più bassi redditi del mondo. Del tutto insufficienti, quindi, anche solo per sopravvivere.

In dettaglio le economie censite sono 73 e tutte hanno in comune il trend cui nessuno oggi sembra poter sfuggire: quello dell’aumento del debito. Negli ultimo dodici anni, fra il 2012 e il 2024 il volume aggregato dei debiti pubblici di queste economie è cresciuto dal 30 al 50% del pil, poca cosa rispetto a quello che si è osservato nelle economie avanzate, ma comunque rilevante. Specie se si ricorda che quando si arrivò all’80%, negli anni Novanta, il mondo dovette sviluppare una serie di iniziative per cancellare questi debiti, evidentemente non rimborsabili.

Oggi non siamo ancora arrivati a questo punto, ma stiamo andando verso questa direzione. “Molti di questi paesi – scrive Bankitalia – si trovano a fronteggiare elevati rimborsi di passività in scadenza, costi di rifinanziamento più onerosi e flussi di investimento dall’estero in calo. Secondo le analisi dell’FMI e della Banca Mondiale, circa la metà ha una posizione debitoria ad alto rischio o ha già sperimentato difficoltà di rimborso”.

Questa situazione, già degradata, si alimenta nella crescita esuberante del costo del servizio del debito, un problema che anche le ricche economie avanzate iniziano a patire, che negli ultimi 15 anni ha raggiunto in media, in rapporto alle entrate pubbliche, il 9%. Per un quarto dei paesi considerati, supera addirittura il 18 per cento. Chiaro che in queste condizioni fiscali diventa difficile sostenere qualunque tipo di sviluppo.

L’aumento del costo del servizio del debito porta con sé anche quello dovuto ai paesi esteri, che è cresciuto altresì. Si parla di 54 miliardi di dollari, in meda, ogni anno, nel periodo 2021-23, rispetto ai 27 miliardi del decennio precedente e la Banca Mondiale stima arriveranno a 75 miliardi entro il 2026: il 13% delle entrate pubbliche che equivale a triplo di quello che era agli inizi degli anni Duemila.

L’aumento del debito estero si è associato con una diminuzione dei flussi di finanziamenti dall’estero. Addirittura fra il 2022 e il 2023 i flussi netti sono diventati negativi, e solo in parte sono stati compensati da quelli arrivati dalle istituzioni multilaterali.

Il combinato disposto rende particolarmente fragile la situazione di questi paesi, che pure in presenza di un debito sostenibile rischiano costantemente una crisi finanziaria. Il Fmi ha messo in piedi una serie di iniziativa per offrire misure di sostegno, ma è chiaro che in un contesto di economia complicata come quello in cui stiamo vivendo gli spazi di support per i più bisognosi di restringono.

Finora solo quattro paesi hanno chiesto la ristrutturazione del debito attraverso il G20 Common Framework, un meccanismo istituito in seno al G20 per aiutare i paesi con difficoltà finanziarie. Si tratta di Ciad, Zambia, Etiopia e Ghana. Ma la situazione rimane complicata per molti altri, anche in considerazione del mutato contesto nel quale questi paesi si trovano oggi a vivere. Negli anni, infatti, ci sono stati due cambiamenti rilevanti: da un lato l’emersione della Cina, come principale creditore bilaterale. Poi l’aumento dei creditori privati. Il vecchio mondo, quello del Club di Parigi, per intenderci, è sempre meno rilevante. E quello nuovo, che stenta a sorgere, non è detto che sarà migliore.

Cartolina. Al servizio dell’inflazione

E’ doppiamente interessante osservare gli andamenti dell’inflazione nell’eurozona, che ormai si avvia felicemente verso i target dopo aver stressato significativamente i nostri redditi reali. La prima cosa utile da sapere è che ormai il grosso dell’indice viene gonfiato dai servizi. L’inflazione dei beni è quasi ferma e quella energetica è persino in territorio negativo. La seconda cosa utile, che dice molto del nostro stile di vita, è osservare le componenti che alimentano l’inflazione dei servizi. Circa la metà di questo incremento si concentra nei servizi di alloggio e trasporto, nonché nella ristorazione. Andare in vacanza e prendere i nostri pasti fuori è sempre più caro, quindi. I nostri piaceri sono al servizio dell’inflazione.

Cartolina. Il tornante della storia

Quando, ormai più di dodici anni fa cominciò l’avventura di questo blog scrissi da qualche parte che uno dei motivi per i quali mi ero impegnato in questa lunga ricerca era la sensazione che ci fossimo infilati in un tornante della Storia. Nel tempo i richiami di un passato lontano, peraltro non piacevolissimo, si sono moltiplicati e oggi, nell’anno del Signore 2025, possiamo osservare il tornante della Storia che ci fa ritornare alla fine degli anni Trenta, quando le tariffe Usa erano al livello di adesso, punto più, punto meno dove si trovavano per giunta alla fine degli anni Dieci del secolo scorso, punto più, punto meno. Sono tariffe da guerra, insomma. Dal che deduco che il tornante della Storia ci ha fatto ritornare dove nessuno avrebbe voluto. O forse sì.

L’AI in Italia: se ne parla tanto si usa poco

Se si usasse l’AI quanto se ne parla, saremmo degli avanguardisti nell’uso di queste tecnologie. E invece l’ultima relazione di Bankitalia ci restituisce un’immagine molto differente da quella che si percepisce orecchiando il dibattito pubblico: le famiglie italiane usano poco o nulla i vari bot di AI generativa e potendo scegliere preferiscono di gran lunga avere a che fare con gli esseri umani che con macchine beneducate ma spesso poco utili.

Sarà una conseguenza del fatto che siamo un paese che invecchia, o forse delle vecchie abitudini dure a morire, però rimane il dato: dalla rilevazione effettuata dalla Banca, contenuta all’interno dell’Indagine congiunturale sulle famiglie italiane (ICF) è emerso che solo un quarto degli intervistati aveva usato un assistente digitale negli ultimi dodici mesi e solo il 10% ha detto di usarlo almeno una volta a settimana.

I numero salgono di quale unità se ci si rivolge solo agli occupati. Fra questi il 37% dice di aver usato un bot nell’ultimo anno, e il 13% lo usa almeno una volta a settimana. A parità di condizioni, l’uso è più comune fra gli uomini, i giovani e gli occupati nel settore dell’informazione e della comunicazione, delle attività professionali, scientifiche e tecniche, ma anche del settore dell’istruzione. Tutti segmenti dove fa evidentemente comodo usare uno strumento che sembra – e sottolineo sembra – sappia tutto e abbia per tutto una risposta.

Un terzo delle persone intervistate ritiene che ci sia una probabilità di almeno il 50% che l’AI generativa aumenti la loro produttività – ma sarebbe interessante capire se a livello quantitativo o anche qualitativo – e un terzo circa crede che questa tecnologia possa aiutare le ricerche di nuove opportunità di lavoro. Tra gli occupati, il 13% teme che l’AI possa avere impatti negativi sul loro posto e addirittura il 23% teme che possa provocare una diminuzione della retribuzione.

Se dai lavoratori che hanno a che fare con questi strumenti, passiamo ai fruitori che se li trovano davanti come interlocutori lo scenario cambia drasticamente. La gran parte preferisce senza dubbio parlare con una persona piuttosto che con una macchina. Ma difficilmente il sistema rinuncerà ai risparmi che porta questa tecnologia per far felici le persone.

Un dato interessante, che si può osservare nel grafico di sinistra, riguarda l’informazione e la formazione. Mentre per i servizi bancari la fiducia verso le persone è drasticamente superiore rispetto a quella verso la macchina, quando si tratta di informarsi o formarsi, le cose praticamente si equivalgono. Questo significa che, nella percezione delle persone, il lavoro di un giornalista o di un educatore umano vale quanto quello di una macchina. E poiché quello della macchina vale poco, se ne deduce che vale poco anche quello delle persone che lavorano in questi campi. Faremmo bene a tenerlo a mente.

La fragilità finanziaria di un mondo che invecchia

Nel 2100, secondo le previsioni Onu riportate nell’ultima Financial stability review della Bce, un po’ meno del 40% degli abitati del mondo, che dovrebbero essere poco più di 10 miliardi saranno africani. L’Asia ne esprimerà qualcosa in più. L’UE meno del 5%. E questa piccola quota di popolazione sarà molto anziana, e quindi fragile. Non c’è da stupirsi che questa fragilità si trasmetterà anche ai sistemi finanziari. Una società che invecchia, fa invecchiare ogni cosa.

Chiaro che la Bce, peraltro in buona compagnia, lanci l’ennesimo allarme sui rischi che si intravedono davanti a noi. Difficili, peraltro, da comprendere quanto alle loro implicazioni per la semplice ragione che non è mai successo nella storia di avere una piramide demografica come quella che vede sulla destra del grafico che apre questo post: una base risicata di giovani e un vertice pletorico di anziani. Insomma: il mondo non è mai stato così vecchio.

In mancanza di confronti possibili col passato, possiamo solo provare a immaginare il futuro partendo da alcune ipotesi, come fa la Bce. La prima: “Le persone anziane si impegnano meno nell’intraprendere o nell’innovazione”. E tuttavia alcuni studi mostrano che i cali di produttività, che questa ipotesi incorpora, si possono mitigare favorendo il prolungarsi dell’apprendimento anche in età avanzata. Peraltro altri studi hanno evidenziato che la produttività di squadre miste giovani/anziani è più alta oggi di quanto non fosse in passato.

Rimane il rischio. Produttività più bassa significa crescita più bassa, a meno che, certo, non si trovi il modo di far lavorare sempre più le macchine al nostro posto. Anche se questo rimedio apre l’interrogativo circa il modo attraverso il quale le persone potranno guadagnarsi da vivere.

Lasciamolo in sospeso un attimo e guardiamo gli aspetti squisitamente finanziari. Una popolazione più anziana, secondo i più comuni modelli economici, tende a fare aumentare la quota di risparmio, e questo tende a deprimere i tassi di interesse reali, già depressi dal calo della produttività e dalla diminuzione dell’offerta di lavoro. Quando però queste persone usciranno dal lavoro, solitamente i risparmi iniziano ad essere consumati e questo provoca l’effetto opposto sui tassi e, di conseguenza, sulla domanda di investimenti. Risultano finale: crescita difficile, se non stagnante.

Il grafico sopra riepiloga alcune delle conseguenze ipotizzabili dell’invecchiamento sia sul sistema finanziario che non finanziario. Come si può facilmente comprendere, ognuna di queste ipotesi ne incorpora inevitabilmente altre. La caduta dei prezzi immobiliari, ad esempio, si associa alla caduta della domanda per mutui, che a sua volta si associa a una minore profittabilità degli istituti di credito che provoca indirettamente una calo dei prestiti, eccetera.

Anche sul versante fiscale, le prospettive non sono rassicuranti. Una popolazione sempre più anziana richiede maggiori spese per il welfare a fronte di una base di tassazione che si restringe e che dovrebbe sostenerla. Un bel dilemma per governi già alle prese con la sofferenza fiscale.

Il quadro che emerge è quello di un’economia rigida, fragile, poco dinamica e vagamente ansiosa. Perché non invecchiano solo le persone, ovviamente. Invecchia anche l’economia.

Salute e stabilità economica contano più della felicità

Cosa vogliono davvero le persone, si domanda uno studio molto interessante pubblicato dal NBER che promette di offrire un contributo originale a quella che potremmo definire la madre di ogni domanda e che, inevitabilmente, ha a che fare con l’economia, se intendiamo l’economia nel senso che gli antichi davano a questa parola.

Va premesso che la risposta alla domanda che anima la ricerca arriva da un sondaggio svolto attraverso la piattaforma Amazon MTurk, uno dei tanti modi che abbiano trovato per far lavorare quanta più gente possibile pagandola il meno possibile (alcune stime parlano di meno di tre dollari l’ora), e questa è già una notizia che dovrebbe farci riflettere, specie quando leggiamo che una delle cose che le persone desiderano più di ogni altra è la stabilità economica.

Ma neanche la più importante, a dire il vero. Di gran lunga più importante, per chi li ha, è la salute dei figli e poi la propria, e questo ci dice molto più di quello che sembra sulle priorità medie delle persone e sul perché i figli in circolazione siano sempre meno. Un’importanza così elevata implica un investimento emotivo altrettanto considerevole, ancora prima che economico. E sempre meno hanno intenzione di spendere tempo ed energia per un figlio quando potrebbero più facilmente godersi la vita.

A proposito. La vera sorpresa è osservare quanto sia basso, nel ranking delle priorità degli intervistati, il desiderio della felicità, che pure ha animato persino carte costituzionali. Le persone la scambiano tranquillamente con salute e stabilità economica, che forse, stando così le cose, sono l’autentica base della felicità. E questa è una interessante indicazione per governi e produttori delle infinite sciocchezze delle quali ci circondiamo. Siamo esseri assai più semplici di come la politica e la pubblicità amano raffigurarci. E magari siamo persino più felici se dobbiamo sudarci un po’ quello che ci serve davvero.

La felicità insomma, a quanto pare, ha un basso rendimento marginale. Quando si tratta di rinunciare a qualcosa per ottenere qualcos’altro, il benessere soggettivo, quello che viene registrato nei sondaggi come “soddisfazione di vita”, vale poco. Al contrario, la salute dei figli, la stabilità economica, l’autonomia personale e le relazioni familiari si impongono come i veri beni rifugio del desiderio umano. Soprattutto quando si misura non il benessere dichiarato, ma quello scambiato: quanta felicità saresti disposto a sacrificare per migliorare la tua salute mentale? O per garantire una pensione dignitosa a tua madre?

Il lavoro si muove lungo questa linea: smontare la felicità come unità di misura e mettere al suo posto qualcosa di più solido, osservando le rinunce che siamo disposti a fare. E quando la posta in gioco è scegliere fra aspetti della propria vita – salute, relazioni, lavoro, denaro – allora si scopre che l’utilità, quel concetto un po’ sbiadito dell’economia classica, può tornare utile. Anzi, necessario.

La scala dei desideri che ne risulta è sorprendente e insieme ovvia. In cima, ci sono gli altri: i figli, i genitori, le persone care. Subito dopo, la salute, mentale e fisica. Più in basso, l’autorealizzazione, il successo, il tempo libero. E in fondo, la felicità, o meglio: l’idea generica di essere soddisfatti della propria vita. È come se le persone dicessero: “Sì, mi piace essere felice, ma se devo scegliere, preferisco stare bene davvero, garantire stabilità a chi amo, non dovermi preoccupare per il futuro”. L’economia della cura, più che quella dell’intrattenimento, succedaneo del piacere.

C’è poi un altro dato interessante. Le differenze tra individui sono molto più grandi di quelle tra gruppi. A contare non è tanto se sei uomo o donna, giovane o anziano, ricco o povero. Ma chi sei tu, con le tue esperienze, le tue mancanze, i tuoi bisogni. E ancora: i desideri più forti si concentrano sugli aspetti dove le persone si sentono più deprivate. Se hai poca salute mentale, la vuoi di più. Se ti senti isolato, dai più valore alle relazioni. Non è solo teoria economica: è teoria della domanda applicata alla vita. Il desiderio nasce dalla distanza tra dove sei e dove vorresti essere. L’utilità marginale, in fondo, è una misura della mancanza.

Perché tutto questo conta? Perché indica una direzione diversa per le politiche pubbliche. Se vogliamo davvero migliorare il benessere delle persone, forse non dobbiamo chiedere loro quanto sono felici, ma cosa sarebbero disposti a sacrificare per cambiare la propria vita. E poi agire su quei fronti: salute, sicurezza economica, supporto alle famiglie. Non serve un nuovo indicatore, serve un nuovo ascolto.

Questo studio non ci dice solo cosa desideriamo. Ci dice anche quanto poco ascoltiamo le persone e sappiamo delle loro priorità. L’economia, quando torna a parlare di desideri invece che di curve, torna anche a parlare di persone. Ma se nessuno ascolta le persone, l’economia è solo un arido gioco di numeri. Buono per i governi, appunto, e le loro politiche deficit-spending, e la pubblicità. Buoni per quelli che credono che basti riempirci di roba per essere felici e neanche pensano per un attimo al fatto che la felicità è un attimo, come diceva una vecchia pubblicità. E forse neanche così interessante.

Cartolina. Il debito al centro

Si dice, e con ragione, che è il debito è al centro delle nostre preoccupazioni, perché cresce da anni e diventa sempre più costoso. Dal che si deduce, e con ottime ragioni, che il debito è al centro del nostro modello economico, perché ormai gran parte dei nostri processi vi si alimentano. Si dimentica, ma per fortuna qualcuno ce lo ricorda, che il debito è diventato il centro del mondo perché il mondo che sta al centro, ossia quello che conta, di questo debito è il centro propulsore, oltre che geografico. La crescita dei debiti non è un accidente della storia. E’ l’esito di una scelta adottata coscientemente dai paesi che contano. Che lanciano il sasso. E poi nascondono la mano. Ma rimangono al centro del debito.