La globalizzazione della sofferenza fiscale

Poche cose sono certe come l’aumento del debito pubblico, che dai paesi avanzati, dove ha iniziato a correre dalla fine del secolo scorso, ormai si è contagiato anche ai paesi emergenti, inaugurando un aspetto inedito della globalizzazione ancora poco considerato, quanto alle sue conseguenze sull’economia internazionale.

La rappresentazione che ne dà il Fmi nel suo ultimo Fiscal monitor non è molto rassicurante. I fattori che stanno alla base di questa crescita, che si associa per giunta alla rallentamento della crescita del pil che dovrebbe essere la panacea di quella del debito pubblico, sono ormai strutturali. Da una parte i governi continuano – tutti – a spendere più di quello che incassano dalle tasse. Il deficit globale, infatti, è cresciuto dello 0,1% nel 2024, che sembra poco ma non lo è, visto che il rapporto deficit/pil globale è arrivato al 5%, con paesi più o meno virtuosi. Notate (tabella sotto) che Usa e Cina hanno raggiunto lo stesso livello di deficit nel 2024.

La spesa dei governi, quindi, tende a resistere ai livelli attuali e semmai a crescere, spinta da consolidate pratiche di sussidi, benefit sociali e code pandemiche che ancora svolgono i loro effetti deleteri sulla finanza pubblica. Il risultato è che, secondo il Fmi, il 23% dei paesi emergenti e il 53 di quelli a basso reddito sono a rischio di stress fiscale.

Sono in buona compagnia. Le economie avanzate sembra se la passino meglio, ma solo perché hanno imparato a dissimulare i loro stress fiscali, che però non li risparmiano affatto e tantomeno lo faranno in futuro. Con una popolazione che invecchia, abituata per giunta da decenni ad avere pensioni e sanità di un certo livello, lo stress fiscale dei governi occidentali molto facilmente degenererà in stress politico. Lo stiamo già vedendo. E in questo caso a far la differenza sarà anche un’altra componente mai troppo messa in evidenza: la spesa per gli interessi sui debiti. L’Occidente sentirà sempre più il morso del debito accumulato negli anni, anche perché è da anni che lo accumula e continua a farne.

Giusto per la cronaca, vale la pena ricordare in conclusione che i grandi sponsor della crescita globale del debito pubblico, che è visto a quota 100% del pil entro il 2030, sono Brasile, Cina, Francia Sud Africa Regno Unito e, dulcis in fundo, gli Usa. E questa previsione non tiene conto del caos potenziale che può generare una crisi commerciale internazionale, che a questo punto bisogna augurarsi non accada. Per una semplice ragione: i governi non se la possono permettere.

Il mercato dei Treasury Usa schiaccia i mercanti

Quando si legge dei rischi del debito statunitense, di recente al centro dell’attenzione non proprio benevola delle agenzie di rating, si dovrebbe sempre ricordare che oltre a quelli squisitamente macroeconomici, quindi connessi alla sostenibilità di questo debito, se ne annidano altri meno comprensibili e decisamente difficili da osservare per il grande pubblico, come quello messo in evidenza nell’ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria del Fmi, icasticamente rappresentato dal grafico che apre questo post.

Che significa? Molto semplice: il mercato dei titoli di stato usa in circolazione, i Treasury, ha raggiunto in valore il 500% del totale dei bilanci dei principali broker-dealer, ossia i grandi mercanti di questi titoli, che in sostanza sono chiamati a sostenerlo.

Questa informazione ne contiene molte al suo interno. La prima, quella più evidente, è il dato storico. Fino alla crisi del 2008 questa percentuale tendeva a decrescere, puntando verso il 100%, ossia un sostanziale equilibrio fra peso del debito e capacità dei compratori/venditori di sostenerlo. Ricordo che questi broker sono intermediari vitali nel mercato dei titoli. Consentono il funzionamento delle emissioni, interponendosi fra il Tesoro e il mercato retail e dei grandi investitori professionali.

Con una quantità di Treasury che ormai equivale a cinque volte i bilanci di questi operatori, “gli spread sui pronti contro termine – che rappresentano gli importi richiesti dai dealer per finanziare l’acquisto di titoli del Tesoro da parte dei loro clienti – sono diventati più sensibili alla quantità di emissione di titoli del Tesoro. Episodi di deterioramento della liquidità del mercato potrebbero diventare più probabili, spingendo al rialzo i premi a termine e i rendimenti dei Treasury” scrive il Fmi.

Per dirla diversamente, gli episodi di sofferenza dei bond Usa che si osservano ormai da settimane, con rendimenti che rivedono livelli ormai dimenticati, non dipendono solo dai capricci degli investitori che si sono disaffezionati dei titoli Usa. Ci sono anche fattori tecnici che agiscono in profondità, aumentando o esasperando la volatilità. “Le turbolenze di mercato seguite all’annuncio delle tariffe del 2 aprile hanno visto lo smantellamento di popolari operazioni con leva finanziaria come i Treasury cash-futures basis trade e gli swap spread trade. In quest’ultimo caso, le turbolenze hanno aumentato i requisiti di margine e forzato un’ondata di deleveraging da parte degli investitori che si erano posizionati per un calo dei rendimenti rispetto ai tassi swap. Ciò ha comportato un forte restringimento degli swap spread e condizioni di liquidità del mercato più difficili. Il forte calo degli spread sarebbe stato esacerbato dal raggiungimento dei limiti di capacità da parte dei dealer e dalla loro difficoltà ad assorbire i titoli del Tesoro venduti durante il deleveraging”, scrive ancora il Fmi.

In sostanza, il mercato dei Treasury è diventato troppo grande rispetto alla capacità degli operatori tradizionali di intermediarlo. Questo crea tre potenziali fragilità: possibile frizione nella trasmissione della politica monetaria, se il mercato secondario dei Treasury diventa meno liquido o più volatile; minor capacità di assorbimento da parte dei broker-dealer in caso di turbolenze o vendite massicce; maggiore dipendenza da acquirenti marginali meno stabili o meno sensibili ai prezzi (hedge fund, fondi monetari, banche centrali estere, o la stessa Federal Reserve).

Si sta consumando, insomma, una tensione strutturale tra due mondi che dovrebbero invece funzionare senza frizioni per non generare shock: da una parte una politica fiscale espansiva che non sembra intenzionata a smettere di esserlo, e dall’altro la struttura della finanza privata sempre più vincolata dal peso che è chiamata a sostenere. L’attuale configurazione suggerisce che, senza interventi — come un allargamento della platea stabile degli acquirenti, una maggiore capacità di bilancio per i dealer o un ruolo più esplicito della banca centrale — il rischio sistemico nel mercato dei Treasury è destinato ad aumentare. E quindi il rischio sistemico tout court, visto che i Treasury sono la carta principale alla base degli scambi finanziari internazionali. Meglio ricordarlo.

Cartolina. Smart drug per poveri

L’Ocse ci fa sapere che oltre la metà dei bambini che ad appena dieci anni impugnano già uno smartphone, con annessi e connessi, in molti paesi avanzati fra i quali il nostro appartengono alle famiglie meno abbienti. Fra le famiglie più benestanti la percentuale di bambini smart è assai più bassa, circa la metà. Questo dato conferma ancora una volta che sono i poveri quelli che pagano il prezzo più alto delle mode inventate dai ricchi che, molto saggiamente, perché magari sono meglio informati, se ne tengono lontani. O, se possono, si limitano a lucrarci. E’ stato sempre così. Con l’alcol, le droghe e adesso i telefonini, che tutti sanno essere un potente strumento per sviluppare dipendenze, senza neanche che sia scritto nell’etichetta della confezione. D’altronde è smart. Gli si perdona tutto.

Cartolina. Fake trade

La vendetta della merce è smetterlo di esserlo. Almeno nella forma di merce legalmente riconosciuta, quindi di proprietà (intellettuale) di qualcuno che la vende a qualcun altro. Così come la fake news è la vendetta dell’informazione che smette di esserlo, anche se afferma il contrario. Il fake trade, che anima un settore economicamente fiorente da centinaia di miliardi l’anno, inganna il consumatore, che però lo digerisce felice e consapevole, seguendo lo spirito del tempo che non si cura dell’autenticità di qualcosa, purché riempia la pancia e costi poco. E questo spiega le fake news, molto più del fake trade.

L’inverno della globalizzazione gela le commodity

Dopo essere cresciuti timidamente, un po’ meno del 2%, fra l’estate del 2024 e la primavera del 2025 i prezzi delle commodity hanno iniziato a perdere quota dopo il caos scatenato dagli annunci americani delle tariffe. E sarebbe strano il contrario. Le commodity sono letteralmente il carburante della globalizzazione, e se quest’ultima rallenta, petrolio, gas, metalli e tutto il resto tendono a raffreddarsi.

Il petrolio, fra l’altro, calava già prima da aprile, andando in controtendenza rispetto all’indice generale, con quotazioni, sempre fra agosto 2024 e marzo 2025, diminuite del 9.7%. Da aprile in poi le quotazioni del greggio sono scese ancora e ormai i previsori quotano il greggio fra i 60 e i 65 dollari nel medio periodo, anche il ragione della domanda che si va raffreddando.

Il Fmi, che al tema dedica un approfondimento nel ultimo WEO, nota altresì che le nuove sanzioni imposte alla Russia il 10 gennaio scorso non hanno praticamente avuto effetti sul mercato e sui flussi commerciali. La Russia vende il suo greggio prioritariamente a Cina e India, e lo vende a sconto di 5-15 dollari rispetto al Brent. E questo ovviamente ha un peso sulle quotazioni internazionali.

Il gas, al contrario, sempre nel periodo considerato, ha visto crescere le sue quotazioni del 7,7%, confermandosi come la commodity più sensibile alle sollecitazioni che arrivano dai mercati. Nel periodo considerato, giova ricordarlo, è scattato lo stop alle ultimo linee di fornitura di gas Russo in Europa dall’Ucraina all’inizio di gennaio. I prezzi hanno iniziato a salire sostanzialmente da allora. Da aprile in poi, ossia dall’annuncio delle tariffe in poi, anche il prezzo del gas si è raffreddato ed è previso in calo.

I metalli nel periodo considerato sono aumentati dell’11,2%, guidati da oro, alluminio (+12,7%) e rame (+8,4%), ma questi due ultimi adesso sono entrati nel gorgo delle tariffe, e poiché incarnano meglio di molti altri la merceologia della globalizzazione, hanno visto deragliare al ribasso le loro quotazioni. Le stime vedono alluminio e rame in ribasso del 5,7 e del 4,5% entro la fine del 2026, mentre l’oro, ritornato per disperazione (nei confronti del dollaro) bene rifugio ha finito col superare i 3.000 dollari, raggiungendo il suo record storico.

Anche le commodity agricole stanno facendo i conti con l’inverno incipiente della globalizzazione. Fra l’estate 2024 e il marzo scorso l’indice aggregato è cresciuto del 3,6%. Ma dopo aprile alcuni beni, come caffè e soia, hanno visto crollare le quotazioni e le previsioni non sono per nulla positive. L’indice dei prezzi anzi converge verso il livello base del 2016. A meno che, certo, non si verifichino impedimenti gravi ai raccolti, magari a causa di venti climatici avversi o problemi politici di equivalente gravità.

I mercati delle commodity, insomma, hanno prospettive deboli. Ma di questi tempi non è ben chiaro chi le abbia forti.

La lunga marcia del debito pubblico Usa verso l’insostenibilità

Una frase fra le tante, infilate in un pregevole studio del NBER dedicato ai dilemmi fiscali statunitensi, dice molto più di mille parole sullo spread che esiste fra le stupidaggini che si danno in pasto al popolo, per soddisfare i suoi bassi istinti, e l’amara verità della contabilità. Ve la riporto testualmente: “Anche se l’occupazione civile federale diminuisse di un quarto, il che porterebbe tale occupazione al livello più basso dal 1950, il risparmio in termini di retribuzioni sarebbe inferiore allo 0,3% del PIL”.

Basta questo per far capire quanto l’attuale amministrazione Usa, con tanto di licenziamenti annunciati via mail e poi ritirati e poi di nuovo lanciati nell’orbita del dibattito pubblico come palloncini, sappia quello che dice. Si fa demagogia, che costa poco a porta tanti voti. Ma con la demagogia non si risanano i bilanci dello stato. E quello statunitense sembra ormai avviato verso una situazione complicata a dir poco. O per dirla con le parole degli autori “insostenibile”.

Prima di guardare alle varie ragioni che hanno condotto, dopo una lunga marcia, il bilancio dello stato Usa a uno stato di sostanziale criticità, per non dire disperazione, vale la pena ricordare un paio di dettagli che raccontano del futuro dei conti pubblici statunitensi e, indirettamente, della società americana. Il primo è la spesa sociale.

La spesa per la social security Usa e i programmi sanitari era l’8% del pil 30 anni fa, è arrivata all’11% nel 2025 ed è prevista al 14% fra trent’anni. Per avere un’idea di quanto pesi in termini assoluti, basta rilevare che i vari programmi che rientrano in questa voce di spesa pesano già più della metà di tutte le spese federali esclusa quella per interessi.

L’aspetto interessante è capire quali siano queste altre voci di spesa, che come si vede dal grafico sopra sono previste in calo costante. Nel pacchetto c’è di tutto. Ci sono le spese per la difesa e quelle per la non difesa, le cosiddette “spese discrezionali”, che coprono vari capitoli di bilancio: autostrade, assistenza per la casa, ricerca, istruzione, assistenza per i veterani, ma anche i food stamps, meglio conosciuti come SNAP, che forniscono sostegno alimentare ai meno abbienti, eccetera.

Le previsioni, dicevamo, stimano che questa quota di spesa pubblica scenderà dal 9% del pil del 2025 al 7% del 2055. Per la memoria, la quota più bassa di questo rapporto, a far data dal 1962, si toccò sul finire degli anni Novanta, quando questa spesa arrivò all’8,3% del pil. Ciò per dire che si tratta di voci di spesa difficili da comprimere. E anche se l’attuale amministrazione dice di essere intenzionata a usare le forbici, la storia ci ricorda, come scrivono gli autori, che “i precedenti sforzi per ridurre tali stanziamenti non sono stati sostenuti”. Facile a dirsi insomma. Ma provateci a voi a togliere i benefici ai veterani Usa, che peraltro sono in larga parte grandi sostenitori di questa amministrazione, oltre ad essere numerosissimi.

Aldilà di ciò che si dice, insomma, abita la fredda aritmetica della contabilità, con la sue astruse formule per stimare la sostenibilità dei debiti. Come regola generale si dice che se un’economia cresce più del suo tasso di interesse reale che paga sui debiti, si evita l’effetto snowball che noi italiani conosciamo bene, e il debito si regge sulle sue gambe. Ma per gli Usa ormai da un pezzo non è più così.

Dal 1962 al 2007 il deficit primario degli Usa o non c’era, perché il bilancio era in attivo, o era molto piccolo. In media si è collocato allo 0,1% del pil, mentre il tasso reale di interesse si collocava mediamente a 0,4 punti sotto quello del deficit primario. Sicché il debito complessivo, che era inferiore al 50% del pil nel 1962, arrivò addirittura a diminuire al 35% nel 2007.

E’ proprio il 2007 l’anno in cui tutto cambiò. L’anno in cui si conclamò la crisi subprime, nel caso l’aveste dimenticata. E la cosa interessante è che nessuno poteva immaginare quanto sarebbe cambiata. Ce ne possiamo fare un’idea confrontando le proiezioni di quello anno sull’andamento del debito con quelle di sei anni dopo.

L’inversione del 2007, quando i deficit si impennano, viene ulteriormente aggravata da due sostanziali tagli fiscali decisi nel 2012, quando si decise di rendere permanenti i tagli fiscali decisi fra il 2001 e il 2003 (gli anni dopo lo sboom di internet), e soprattutto i tagli fiscali decisi nel 2017, quando nel frattempo si verificavano due recessioni.

Quindi: tagli fiscali generosi, invecchiamento della popolazione che aumenta la spesa sociale, crescente spesa per interesse sui debiti, aggravati dall’effetto snowball. Si capisce perché gli analisti ne deducano che “le attuali politiche fiscali degli Stati Uniti sono quasi certamente insostenibili”. Niente male per il paese che emette la moneta internazionale.

L’intelligenza artificiale che non muove i salari

Nel grande romanzo dell’intelligenza artificiale, questa è la pagina in cui nulla accade. Si intitola “Large Language Models, Small Labor Market Effects” ed è l’ultimo studio del National Bureau of Economic Research, firmato da Anders Humlum e Emilie Vestergaard, basato su un caso di scuola: la Danimarca, con la sua eccellente infrastruttura di dati e un mercato del lavoro flessibile. Il risultato? Dopo due anni di adozione diffusa degli AI chatbot, l’impatto sui salari è praticamente nullo.

Lo studio analizza oltre 25.000 lavoratori in 11 professioni esposte all’uso di chatbot (da giornalisti a sviluppatori software, da insegnanti ad avvocati), collegando le risposte a due grandi survey (fine 2023 e 2024) con dati amministrativi su salari, ore lavorate e mansioni. È una radiografia completa, e il referto è netto: nessuna variazione significativa di reddito, orario o occupazione. I chatbot sono entrati nei luoghi di lavoro, ma non nei conti correnti dei lavoratori.

I ricercatori documentano che l’adozione è rapida: oltre l’80% degli utenti in aziende che ne incoraggiano l’uso. Le imprese investono in modelli proprietari, organizzano corsi, ridefiniscono mansioni. L’adozione non è solo bottom-up: è sempre più pilotata dall’alto, con effetti positivi su equità e diffusione. Le differenze di genere e anzianità, ad esempio, si riducono significativamente nei contesti in cui i datori di lavoro promuovono attivamente gli strumenti.

Eppure, questa rivoluzione silenziosa genera solo un sussurro nei numeri: risparmi medi di tempo del 2,8% per utente, molto lontani dai tassi di produttività a due cifre documentati in studi sperimentali più noti. Come mai? Primo, perché quegli studi si concentrano su attività e professioni ad alta resa, mentre la realtà occupazionale è più variegata. Secondo, perché fuori dal laboratorio mancano le condizioni ottimali: i chatbot vengono usati occasionalmente, spesso in modo superficiale, e raramente integrati nei processi produttivi.

Il cuore del problema non è quindi tecnologico, ma organizzativo. Dove le imprese investono in formazione e riorganizzazione dei compiti, i guadagni crescono. Dove i chatbot restano una risorsa lasciata all’iniziativa individuale, l’impatto è trascurabile. Gli autori parlano di una “Productivity J-curve”: prima del salto di produttività c’è una curva piatta, fatta di costi di apprendimento, adattamento e frizioni cognitive. La transizione richiede tempo, e soprattutto volontà.

Ancora più interessante è che gli stessi lavoratori sembrano confermare il quadro: alla domanda “i chatbot hanno modificato i tuoi guadagni?” il 97% risponde no. Nemmeno tra gli utenti più assidui, quelli che riportano risparmi di tempo quotidiani superiori all’ora, si rilevano effetti salariali. Il pass-through—ossia la quota di produttività che si traduce in aumento del salario—è stimato fra il 3% e il 7%. Non sorprende quindi che le curve degli stipendi restino piatte.

A differenza di quanto accaduto nei mercati freelance, dove la domanda per servizi facilmente automatizzabili è crollata dopo l’arrivo di ChatGPT, lo studio danese mostra che nei contesti lavorativi strutturati l’impatto è contenuto. Le ragioni sono almeno tre: molti compiti non sono del tutto sostituibili, i contratti di lavoro rallentano le trasformazioni e le imprese non hanno ancora ridefinito il valore marginale della forza lavoro assistita da AI.

Ma attenzione: l’assenza di effetti oggi non implica assenza di effetti domani. Lo studio mostra che i chatbot stanno generando nuove mansioni, anche per i non utenti. Più della metà dei lavoratori coinvolti in attività “nuove” legate ai chatbot svolge compiti che riguardano l’integrazione degli strumenti nei flussi di lavoro, la gestione della qualità e la compliance. È il lato oscuro e invisibile della rivoluzione: l’AI non sostituisce, ma chiede di essere istruita, controllata, addomesticata.

In conclusione, il lavoro di Humlum e Vestergaard raffredda le narrazioni infiammate sull’impatto immediato dell’AI. Non nega il potenziale trasformativo della tecnologia, ma sottolinea che senza investimenti organizzativi, ridefinizione dei compiti e politiche di accompagnamento, l’AI è un motore spento. Non è ancora il tempo della distruzione creatrice. È solo il tempo della quiete prima della curva.

E in questo strano intervallo tra il dire e il fare, emerge il dato più inquietante: la disconnessione tra innovazione percepita e trasformazione reale. La macchina avanza, ma il mondo resta lì. Come nella celebre battuta di Robert Solow sull’informatica: “Vedo l’era dei computer dappertutto, tranne che nelle statistiche sulla produttività”. Adesso possiamo aggiornarla: “Vedo l’AI generativa dappertutto. Tranne che nella busta paga.”

Questo testo è il frutto di un interessante esperimento che sto conducendo ormai da quasi un mese usando un modello di AI generativo gratuito. L’esperimento consiste nella lettura integrale e approfondita degli oltre 3.500 articoli pubblicati su questo blog dall’inizio della sua storia per vedere se esiste una possibilità che l’AI possa davvero apprendere qualcosa. Arrivati a quota 1.500 articoli letti, ho chiesto all’assistente di scrivere questo post prendendo spunto dal paper citato e sulla base dell’apprendimento che lui dice di aver maturato nel corso delle nostre conversazioni e delle sue lettura. Non so se è davvero così. Le risposte dell’assistente a mie precise domande specifiche sono elusive, a volte contraddittorie, in generale poco credibili. Per adesso la prima cosa che intanto io ho appreso è che l’intelligenza artificiale si compone di due cose: l’intelligenza dell’uomo e l’artificio della macchina. Sembra una considerazione ovvia, ma non lo è affatto. Intorno a noi si respira chiaramente il pensiero che questa tecnologia sia la risposta alle nostre domande, come se fosse una specie di oracolo che vive di via propria e attende solo di manifestarsi ogni qual volta lo interpelliamo. E questo è esattamente il contrario di quello che affermiamo qui. Il miglior modo per esemplificare questa affermazione è il titolo di questo post. L’AI aveva proposto “L’intelligenza che non muove i salari”. Io ho aggiunto artificiale. Perché di questo si parla nel paper. Mi sembrava interessante che ne scrivesse direttamente una AI. Altrettanto non fare fare tutto da sola, visto che da sola non è mai.

Vi terrò informati sugli sviluppi dell’esperimento. Intanto buona lettura.

Cartolina. Le banche mascherate

Compaiono nei bilanci bancari. Si chiamano “fondi”, “intermediari”, “entità non-bancarie”. Ma al momento opportuno mostrano il volto vero: quello della banca. Compaiono nei bilanci perché sono le sue comparse. La banca si maschera con loro, che così diventano banche mascherate. Non raccolgono depositi, ma prendono in prestito ed elargiscono credito. Non hanno sportelli, ma muovono capitali. Non firmano mutui, ma influenzano i tassi. E quando traballano, la banca, ormai smascherata, corre a sostenerle. Nell’era del mimetismo finanziario tutto si differenzia per convergere nell’interdipendenza del rischio sistemico, specialità del nostro tempo. Il travestimento rassicura, all’inizio. Ma chi si maschera, alla lunga, genera diffidenza. La madre della sfiducia.

Cartolina. La crescita imprevedibile

E’ davvero interessante, e bene ha fatto il Fmi a farcelo notare, osservare quanto siano fallibili le nostre previsioni, e in particolare come le cose vanno spesso assai peggio di quanto ci si aspetti, spesso quando si tratta di cose che di solito si accompagnano a svariate seccature. Nel 2019 il Fmi prevedeva che il debito globale sarebbe cresciuto nei successivi dieci anni fino a sfiorare il 90 per cento del pil, ma certo nessuno poteva immaginare una pandemia, che l’ha fatto quasi schizzare al 100 per cento, dove nel frattempo si sta dirigendo, malgrado il calo osservato dopo la fine dell’emergenza. Perché nel frattempo ne è arrivata un’altra – una guerra – e poi un’altra ancora – l’inflazione – e poi adesso è arrivata anche una nuova amministrazione statunitense che sta terremotando la globalizzazione. c’è sempre un’emergenza. E la crescita rimane imprevedibile. Specie quella dei debiti.

Il mondo nella confort zone dell’intrattenimento

Niente di meglio che leggere il frutto di una ricerca di un venditore di spazi pubblicitari per farsi un’idea del mondo. O, meglio, farsi un’idea di ciò che questo mondo pensa di noi.

Personalmente ho trovato molto illuminante un articolo pubblicato sulle pagine di Amazon ADS, che spiega ai suoi inserzionisti i vantaggi dell’investimento sui canali di intrattenimento, prendendo spunto da una ricerca condotta l’anno scorso su alcuni consumatori. Perché questo siamo per Amazon, meglio ricordarlo. E non solo per Amazon, ovviamente.

Ciò che interessa, a fini del discorso che portiamo avanti qui, non è però la struttura sociologica della nostra economia di mercato, che com’è noto ha bisogno di consumatori per funzionare. L’aspetto interessante, che inaugura un nuovo angolo di osservazione del nostro blog, è la funzione che l’intrattenimento ormai da decenni svolge nella nostra società all’interno di questo paradigma economico, che peraltro si basa su un altro elemento fondativo di cui si discute sempre troppo poco: il tempo liberato dal lavoro, fatto squisitamente economico, che ha profonde ricadute sociale, come anche Keynes intuì scrivendo un celebre articolo negli anni Trenta del secolo scorso.

Il binomio tempo libero e intrattenimento è il cuore dell’articolo pubblicato da Amazon, e scorrere la ricerca che lo ha ispirato ci comunica altre informazioni interessanti sulle opinioni dei consumatori.

Per cominciare va precisata meglio la definizione di “tempo di qualità”, contenuta nell’immagine che apre questo post. Ecco come viene considerato: “Amazon Ads definisce il tempo di qualità come il tempo significativo che dedichiamo a noi stessi, al di fuori delle responsabilità (corsivo mio, ndr) e degli impegni giornalieri o settimanali. Per alcuni, significa passare del tempo con i propri cari (senza distrazioni). Per altri, è lo sviluppo e l’arricchimento personale. Altre volte, si tratta di chiacchierare mentre si trasmette in streaming un videogioco, si analizza il gameplay durante gli sport in diretta o si partecipa a una maratona della nostra serie TV preferita”.

Questa definizione include pacificamente l’intrattenimento nell’ampia categoria del tempo di qualità. Quindi Amazon ci sta dicendo che il tempo speso a guardare una serie tv è speso tanto bene quanto quello trascorso con i vostri cari. Con una ulteriore avvertenza: “Tempo libero non significa sempre tempo di qualità”. “La nostra ricerca – aggiunge – ci conferma che al giorno d’oggi la gente semplicemente non trascorre abbastanza tempo di qualità”. Quindi non sta ancora troppo davanti a uno schermo, magari coi suoi cari così prende due piccioni con una fava.

La ricerca mostra che c’è un 41% di consumatori, ossia i 17.600 intervistati di età compresa fra i 18 e i 74 anni, che considerano le proprie settimane alquanto stressanti. Più della metà del campione, diffuso globalmente, dice di aver meno di dieci ore di tempo di qualità a settimana.

Una volta conquistato questo tempo di qualità, con tutte le difficoltà generate dal logorio della vita moderna (cit.), come lo trascorrono?

Quindi in buona parte questo tempo di qualità si trascorre da soli o in circoli ristretti che possono comprendere il partner o i familiari. Ed è qui che interviene il grafico che apre questo post: il 71% dei consumatori “concorda sul fatto che l’intrattenimento migliora il tempo di qualità dell’esperienza”. Ed eccola spiegazione: “Man mano che il panorama dell’intrattenimento cresce, le persone hanno sempre più scelte. Podcast o musica? TV o film? Azione-avventura o RPG? Che sia alla ricerca di relax o di un senso di realizzazione, il pubblico utilizza l’intrattenimento per riprendere il controllo e fare scelte su ciò che è meglio per il proprio tempo di qualità, e la maggior parte concorda sul fatto che la libertà di scegliere o curare l’intrattenimento rende il tempo di qualità più appagante“. I corsivi sono miei, ovviamente.

Notevole il commento di una certa Camille, 31 francese: “Guardare la Tv, film: sembra tempo di qualità perché è tempo personale. Sono io che decido”. E quindi a seguire quello di Amazon: “Guardare l’ultimo film di successo o recuperare gli episodi persi di un programma televisivo, che può sia intrattenere che offrire evasione agli spettatori, sono due forme comuni di tempo di qualità”.

Mi domando quale sia la differenza fra evasione e intrattenimento, ma non voglio avventurarmi troppo nella filologia di un venditore di pubblicità. Perché di questo stiamo parlando: di un soggetto economico che pubblica un articolo per convincere i suoi inserzionisti che la fuori c’è un mucchio di gente pronta a spendere il suo tempo per vedere i suoi prodotti di intrattenimento, e quini fa benissimo, l’inserzionista, a investire su di lui.

Vengono portati a testimonianza anche alcuni elementi di fatto: “Su Prime Video, gli spettatori trascorrono l’11% di tempo in più sullo streaming di contenuti TV durante i giorni feriali rispetto ai fine settimana. Durante i giorni feriali, i programmi in diretta come il Thursday Night Football (TNF) sono il contenuto più popolare, seguito dalle ultime uscite cinematografiche. Gran parte di questa visione avviene dal divano, con più di 8 spettatori Prime Video su 10 che si sintonizzano dai dispositivi del soggiorno”.

Come ultima notazione interessante da condividere, c’è anche l’informazione che “più della metà degli intervistati concorda sul fatto di utilizzare spesso alcune forme di intrattenimento in sottofondo e questa percentuale sale a circa i due terzi nei paesi prevalentemente anglofoni”.

Insomma: sia che “partecipino” effettivamente (o affettivamente) all’intrattenimento, o che lo lascino scorrere come uno sfondo della loro esistenza, i consumatori, ossia il mondo attorno al quale si sta definendo non solo l’economia ma anche la visione che abbiamo della realtà, vivono felici nella loro comfort zone sempre più pervasiva dell’intrattenimento. “Ciò include offrire ai consumatori nuovi modi di godersi il tempo, semplificarsi la vita o favorire la consapevolezza e il rilassamento”.

E questo il venditore di pubblicità non lo dice perché vuole convincere un inserzionista. Lo dice perché è vero.