Come è cambiata la ricchezza finanziaria degli italiani negli ultimi 15 anni

Non sono stati anni facili, quelli fra il 2010 e il 2024 per l’economia italiana, che ha dovuto affrontare la crisi del debito europeo dei primi anni Dieci, e poi la pandemia della fine del decennio, mentre gli anni Venti ci hanno portato in dote un grave conflitto alle porte di casa. E tuttavia la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane, pur mutando drasticamente pelle, è aumentata in valore di quasi il 57%, ci racconta Bankitalia nella sua relazione annuale, con il rapporto fra valore della ricchezza e reddito disponibile passato da 3,4 a 4,3.

A livello di distribuzione fra gli asset, l’età del tassi bassi durata per tutto il primo decennio del XXI secolo ha convinto le famiglie a spostarsi sempre più verso il risparmio gestito per spuntare qualche rendimento in più. La quota di asset affidati in gestione è passata dal 24 al 33% del totale, mentre si è praticamente prosciugata la quota di ricchezza investita in obbligazioni, scesa dal 19,3 al 4,3%. Ricerca di rendimento, politiche fiscali, “spinta” delle banche a recuperare i margini erosi dai tassi bassi con le commissioni bancarie: queste le cause che hanno concorso a questa ricomposizione storica dei portafogli finanziari.

Ma questa storia non ha riguardato tutti, ovviamente. Solo le famiglie con maggiore capienza finanziaria hanno potuto concedersi il lusso di scegliersi una asset allocation su misura. Nel 2022, riporta la Banca, fondi comuni e gestioni patrimoniali pesavano il 36,3% degli attivi di queste famiglie, 17 punti in più rispetto al 2010. Al contrario, le famiglie che abitano nei tre quartili inferiori della distribuzione del reddito continuano a concentrare i propri attivi nei depositi bancari.

La storia cambia dopo il 2022. Nell’ultimo triennio, infatti, le famiglie hanno ricominciato a comprare obbligazioni pubbliche e private: 262 miliardi complessivamente dei quali 196 investiti in debito pubblico italiano. La salita dei tassi di interesse ha fatto tornare rapidamente molte persone alle vecchie abitudini, confermando che per molti il risparmio gestito non è una soluzione soddisfacente. Anche qui, circa il tre quarti delle obbligazioni detenute dalle famiglie si concentra nelle mani felle famiglie più abbienti.

La conseguenza di questo ritrovato amore per il Btp è stata una erosione della quota di asset investita nel risparmio gestito, che nel 2024 era di tre punti inferiore rispetto al 201, ma sempre 7,6 punti sopra il 2010. Questa modalità di investimento ha favorito anche l’espansione della presenza nei portafogli delle famiglie di attivi esteri, magari detenuti per il tramite degli organismi di investimento collettivo. Nel 2023 tale quota è arrivata al 60% degli strumenti di mercato, a fronte del 45% circa del 2014. Questo significa che arrivano rendite dall’estero e questo in qualche modo genera effetti positivi sul saldo corrente dei redditi, contribuendo a tenere in equilibrio la nostra bilancia dei pagamenti. Rimane il fatto che, nonostante i piagnistei che non mancano mai, le famiglie italiane sono diventate più ricche. Ma pare non sia una notizia.

Un’altra sfida in arrivo per gli esportatori italiani

Il passato recente, ci dice Bankitalia nella sua ultima relazione annuale, ha premiato il settore esportatore italiano. Negli ultimi cinque anni (2019-24), malgrado le diverse e gravi complicazioni che hanno afflitto l’economia internazionale, le imprese in Italia sono riuscite a far crescere l’export in volume del 7,3%. In gran parte questa crescita ha avuto come destinazione i paesi dell’area euro, che si conferma il primo mercato di sbocco dell’industria italiana, ma anche le vendite extra-Ue sono migliorate, tranne che verso il Regno Unito, dove ancor si paga il costo della Brexit, la Russia, sotto sanzioni, e la Svizzera.

Il grosso del contributo alla crescita è arrivato dall’agroalimentare, dagli “altri manufatti”, in gran parte gioielli, dall’elettronica e dalla farmaceutica. Calano invece le esportazioni di metallurgia, che ha pagato il prezzo dei pesanti rincari energetici seguiti alla guerra, e moda.

Un altro dato molto rilevante, che lascia ben sperare per il futuro, è che nello stesso periodo le esportazioni dei servizi sono cresciute a un tasso doppio di quello dei beni (il 15,8%), trainati dai servizi forniti digitalmente alle imprese (professionali, finanziari e di ricerca e sviluppo), con il turismo a contribuire per quasi il 2%.

Come dato generale, è utile ricordare che il buon andamento dell’export si è associato a un aumento della quota di beni esportati da aziende con più di 250 addetti. Inoltre, l’export originato da imprese che fanno parte di multinazionali, italiane o estere, ha raggiunto la quota del 57% nel settore dei beni e dell’84% in quello dei servizi. La dimensione, insomma, conta. E la proiezione internazionale altrettanto.

Prima di proseguire nell’analisi, vale la pena proporre un piccolo pro-memoria per sottolineare l’importanza che l’export ha nel nostro paese.

I dati del saldo corrente mostrano con chiarezza che ormai i nostri attivi dipendono esclusivamente dal conto delle merci, che quindi è necessario mantenere per conservare l’equilibrio dei nostri conti esteri. Finora ci siamo riusciti, anche se con qualche difficoltà e al prezzo di cambiamenti sostanziali dei nostri sistemi produttivi. Ma il futuro è denso di incognite. Non ci sono solo i dazi americani che preoccupano gli osservatori, ma anche la crescente insidiosità della concorrenza, specie quella cinese, che sta aumentando il suo potere i penetrazione anche nei settori a maggiore qualità.

Il rischio dazi che arriva dagli Usa riguarda il 10,4% delle esportazioni di beni che vengono indirizzate in quel paese, ma è chiaro che in un contesto di catene di fornitura integrate e complesse quantificare con precisione le conseguenze di questo aggravio tariffario è molto difficile. Quanto alla concorrenza, stiamo già subendo una erosione di quote nei settori dove la Cina si è sta mostrando molto capace di penetrare, come gli autoveicoli, i metalli e la plastica.

Tutto sembra congiurare, insomma, perché il settore esportatore si trovi di fronte a un’altra sfida esistenziale, come quella vissuta dopo la crisi del 2008 e poi quella dei debiti sovrani. E forse una direzione le imprese potranno trovarla osservando i grandi cambiamenti che si preannunciano davanti a noi. “La convergenza dei redditi delle economie emergenti verso quelli delle economie avanzate, la ricomposizione della domanda verso i servizi in seguito all’aumento del reddito mondiale e al progressivo invecchiamento della popolazione, nonché il maggiore peso della digitalizzazione nei processi produttivi si rifletteranno in una crescita pronunciata dei servizi, in particolare quelli alle imprese,
e dei beni rivolti a consumatori a più alto reddito o di età più avanzata”, scrive Bankitalia, e il messaggio non potrebbe essere più chiaro.

Rimane da capire se abbiamo delle prospettive concrete di miglioramento nel settore dei servizi, che come si osserva dal nostro conto corrente è ancora deficitario, malgrado sia cresciuto il doppio rispetto a quello dei beni. Una situazione di luci e ombre. Da un lato abbiamo una elevata qualità delle esportazioni di merci, ma sul fronte dei servizi più remunerativi, come quelli digitali, siamo ancora a livelli molto bassi rispetto ai nostri concorrenti nonostante il dinamismo mostrato negli ultimi anni. Se fosse facile, d’altronde, non sarebbe una sfida. Rimane da capire se saremo in grado di coglierla e, soprattutto, di vincerla.

L’età del ferro riporta le banche centrali nell’età dell’oro

Poiché il nostro tempo ricorda sempre più quell’età del ferro celebrata da Esiodo, dove il clangore delle armi celebra una crescente inimicizia fra gli uomini, non stupisce più di tanto che il mondo riscopra la nostalgia per l’età dell’oro. Però stavolta non è quella rimpianta sempre da Esiodo, ma quella del gold standard, quando le banche centrali cumulavano oro perché il metallo giallo fungeva da base monetaria.

Fatte le dovute differenze, di quell’epoca finita definitivamente con il crollo del sistema di Bretton Woods oggi rimane solo l’eco, una sorta di riflesso pavloviano, che spinge le banche centrali ad accumulare di nuovo oro come ai vecchi tempi, come se il metallo giallo fosse davvero la panacea finanziaria di un mondo che si scopre vieppiù instabile, specie da quando l’emittente della moneta internazionale, di fatto se non di diritto, appare sempre più riluttante nella difficile opera di costruire fiducia attorno alla sua valuta.

Gli Usa anzi, da qualche tempo, sembrano cospirare per demolirla questa fiducia. Vuoi per la leggerezza fiscale, sempre più esibita dal governo, vuoi per le litigiosità commerciale, che minaccia di segare l’albero sul quale è cresciuto il successo americano, sopravvissuto con successo a decenni di squilibri commerciali che adesso sembrano divenuti intollerabili all’élite al potere.

Sia come sia, la domanda di oro è cresciuta significativamente negli ultimi anni, e i prezzi, ovviamente si sono adeguati. Ciò malgrado l’oro non generi rendimenti diversi da quelli della sua quotazione – non paga interessi come un titolo – è difficile da muovere e ha un costo di gestione elevato.

E’ quasi incredibile osservare che le quotazioni dell’oro sono triplicate in un quindicennio, ma ancora più strano vedere (grafico che apre questo post) che il grosso di questa domanda, oltre il 20%, l’hanno espressa già dal 2022 le banche centrali e non da oggi.

La domanda di oro infatti ha iniziato a crescere già all’indomani della grande crisi finanziaria del 2008 e adesso ha preso tono. Certo, siamo ancora lontani dai livelli degli anni ’50, quando l’oro esprimeva oltre la metà delle riserve ufficiali, ma comunque il trend che vedeva declinare l’oro nelle riserve ufficiali si può dire definitivamente finito.

D’altronde bisogna pure capirli, gli istituti di emissione. Che possono comprare? Del dollaro abbiamo detto; l’euro, malgrado la promozione che ne fa la Bce, rimane una moneta che avrebbe i numeri per generare una massa critica, ma manca dei collaterali. Nel senso che non ci sono abbastanza titoli pubblici in euro per avere un mercato profondo e liquido come quello americano, e figuriamoci quindi le altre valute. Per riuscire ad essere credibile come autentica alternativa al dollaro, l’euro dovrebbe come minimo unificare il mercato dei capitali e avere un tesoro capace di generare una massa critica di emissioni. Ma di questa possibilità non si intravede neanche l’ombra. L’EZ non riesce neanche a concludere l’Unione bancaria, figuriamoci quella finanziaria o fiscale.

Sterlina o yen non bastano certo a saziare la fame del sistema finanziario. E lo yuan è inconvertibile, il che lo rende uno strumento funzionale per alcuni tipi di pagamenti – tipicamente gli scambi commerciali – ma non ideale per le attività di riserva o di investimento.

Sicché rimane l’oro, il “barbaric relic” di keynesiana memoria. D’altronde viviamo tempi barbari. E tutto si tiene.

Cartolina. Vicini lontani

Chissà se Trump è consapevole che rischia di danneggiare il Messico, col suo 25 per cento di export negli Usa che pesa altrettanto sul pil del paese confinante, più della Cina, il cui export verso gli Usa pesa solo il 5% dell’export totale e solo pochi punti percentuali sul suo pil. Chissà se il governo Usa, che sicuramente conosce questo dato, realizza che mettere in difficoltà il Messico è il modo più semplice per far aumentare la pressione alle sue frontiere, che rischiano di diventare una infinita terra di nessuno militarizzata. Forse in questa follia, che sembra miri a tenere lontano i vicini – il secondo paese più esposto ai dazi Usa è il Canada – c’è un metodo. Sicuramente c’è, anzi, visto il gran consumo di cervelli di questi mesi. Solo che non funziona.

Le famiglie sono ancora sotto shock per l’inflazione

Il problema degli shock inflazionistici, sembra di capire leggendo un interessante studio della Bis, è che se pure l’economia formalmente li riassorbe, nella percezione comune rimangono persistenti, fino al punto da generare la più classica delle profezie che si autoavverano: i prezzi salgono perché credo che saliranno.

Questa credulità si confronta con quella che le banche centrali sappiano quello che fanno, che richiede, oltre a un generoso atto di fiducia, la conoscenza minima indispensabile per capire in cosa consista questa azione. E infatti nelle rilevazioni svolte dagli economisti della banca di Basilea emerge che quanto più si è consapevoli dell’azione della banca centrale di riferimento, tanto più si “crede” che i dati, che misurano l’inflazione in calo, raccontino la realtà. La percezione dell’inflazione, insomma, si sfuma.

Purtroppo questa conoscenza non appare molto diffusa. Lo shock inflazionistico post Covid, potremmo dire, ha lasciato sotto shock le famiglie. Al punto che una survey sul sentiment delle famiglie in 29 paesi, condotto fra il 24 marzo e il 28 aprile di quest’anno conferma che le aspettative di inflazione, malgrado i dati comunichino una crescente convergenza verso i target, sono ancora assai elevate.

In media, in questi paesi si prevede un’inflazione all’8%, ben sopra il livello attuale del 2,4%. E alla domanda su quale sia il picco massimo possibile di inflazione che ci si aspetta, si arriva addirittura all’11%, mentre il minimo non scende sotto il 4%. Come dire: i dati possono dire quello che vogliono, io la vedo diversamente. E poiché la vedo diversamente, adeguo le mie scelte di consumo alle mie percezioni. Chi ricorda lo shock seguito all’introduzione dell’euro nei primi anni Duemila comprenderà benissimo questa psicologia.

Si tratta di una reazione comprensibile, tutto sommato. Tanto è vero che la percezione che ci sia una inflazione più alta di quella effettiva cresce in ragione della forza dello shock che l’ha originata. Negli anni prima della pandemia i cittadini hanno percepito prezzi assai meno veloci – il 9% fra il 2015 e il 2019 – rispetto a quanto accaduto fra il 2020 e il 2024, quando si è percepita una crescita dei prezzi del 18% in media, sostanzialmente con i dati ufficiali, con punte del 30% per il 20% degli intervistati.

Certo, questi sono dati che vanno presi con le pinze. Quando si vive uno shock è normale che le risposte siano “drogate” dall’effetto psicologico generato dall’evento, specie quando impatta sugli equilibri finanziari ed economici di una famiglia. Per giunta la crisi inflazionistica del 2022 ha colpito beni primari, come cibo ed energia, che fanno sentire molto il loro peso all’interno di un bilancio familiare, aggravando perciò l’effetto dello shock.

Ad aggravare l’equazione, il fatto che è molto difficile far arrivare alle famiglie spiegazioni accessibili di fenomeni complessi come quello inflazionistico nel panorama attuale dei mezzi di comunicazione. Le famiglie si informano in larga parte con radio e tv, con una quota crescente che usa i social media. Nulla di strano che, usando questi strumenti, emerga che solo il 60% delle famiglie sa identificare correttamente la banca centrale del proprio paese e che ancora meno (49%) sono consapevoli che uno dei principali obiettivi della banca centrale è la stabilità dei prezzi.

Questo significa, in pratica, che anche il più raffinato strumento istituzionale deve fare i conti con ciò che pensa la popolazione. E se non riesce a cambiare la sua percezione, che come abbiamo visto può essere molto divergente dai dati, rischia di non riuscire a fare la cosa giusta anche se magari l’ha fatta.

La banca centrale ha sempre creduto di doversela vedere con la grandezze economiche, ma adesso scopre che deve vedersela col pubblico, che in fondo queste grandezze le esprime in un modo o in un altro. E’ un notevole passo avanti di queste entità verso la consapevolezza della democrazia. Che poi piaccia loro, o che siano capaci di farne altri, lo scopriremo solo vivendo.

L’innovazione in Italia cammina ma non corre ed è incerta sulla direzione

Un interessante approfondimento contenuto nell’ultima relazione annuale di Bankitalia consente di sfatare alcuni luoghi comuni sulla qualità della ricerca e dell’innovazione nel nostro paese, ma ne conferma purtroppo altri. Uno per tutti: la quantità di risorse che destiniamo alla ricerca e all’innovazione è molto ridotta, rispetto ai nostri analoghi europei, e abbiamo anche una certa carenza di strategia nel loro utilizzo.

Queste lacune storiche si affiancano ad alcuni punti di forza, che però scontano un certo ritardo nel nostro cammino verso l’innovazione. A fianco di un numero crescente di pubblicazioni STEM, quindi di materie scientifiche e matematiche, che testimoniano della qualità e quantità della nostra ricerca universitaria, si osserva (grafico di apertura del post) che i nostri brevetti, che non sono numerosissimi, si concentrano su settori molto tradizionali, in particolare tecnologie logistiche e mezzi di trasporto. Siamo ancora molto concentrati sull’automotive, insomma, nelle sue diverse sfumature, quando il resto del mondo brevetta sempre più soluzioni innovative nei settori della tecnologia informatica, medica o i sistemi di comunicazione digitale.

Sulle pubblicazioni STEM, il grafico sotto ci comunica che siamo cresciuti molto e abbiamo superato i nostri principali paesi europei assimilabili.

Ormai siamo vicini alla Germania e abbiamo superato di gran lunga la Francia. Questo buon risultato è stato ottenuto in un contesto di risorse pubbliche dedicate alle università (lo 0,6% del pil) che è la metà di quello che spendono la Francia e la Germania. Solo che facciamo fatica a trasformare le ricerche in brevetti. Siamo bravi nella teoria, ma meno nella pratica: il numero dei brevetti presentati da Francia e Germania era rispettivamente il doppio e il quintuplo di quelli italiani. Quindi abbiamo meno brevetti e più concentrati sui settori tradizionali.

Se ci spostiamo nel settore privato, anche qui si registra un certo ritardo, figlio della scarsa spesa in ricerca e sviluppo che pesa appena lo 0,76% del pil, la metà della media Ue. SE ci confrontiamo con i giganti fuori dall’UE il dato è ancora più sconfortante: il settore privato della Corea del Sud investe in ricerca e sviluppo il 3,9% del pil. Giappone e Usa il 2,7%. Ne risulta una scarsa presenza di aziende italiane fra le aziende leader nell’innovazione: nel 2023, nota Bankitalia, la prima impresa italiana per spesa di ricerca era al 46esimo posto nell’Unione europea.

Nel settore pubblico il divario nella spesa per la ricerca è meno pronunciato ma è comunque rilevante. A livello europeo, fra il 2000 e il 2020più della metà delle domande di brevetto a livello universitario è stata presentata da atenei che hanno registrato complessivamente 250 brevetti. Queste università sono il 4,5% delle università europee e solo una università italiana si trova fra queste, mentre in Germania, Francia e Regno Unito sono 12, 15 e 4.

Per giunta le università italiane faticano a trasferire i frutti delle loro innovazioni alle imprese. Negli istituti sono presenti gli Uffici di trasferimento tecnologico (UTT) ma sono di dimensioni ridotte, sottofinanziate e con poco personale, il 20% in meno della media Ue. Anche qui, insomma, si sconta una certa fragilità sistemica. che dipende dal fatto che “la strategia di sostegno pubblico all’innovazione soffre di un’elevata frammentazione, sia a livello centrale tra i diversi dicasteri sia a livello di governo. E poi ci sono le regioni, destinatarie di fondi europei anche rilevanti che spesso duplicano con le loro iniziative quelle di carattere nazionale ed europeo. Insomma: andiamo lenti, nell’innovazione, e siamo anche un po’ confusi sulla direzione e su come arrivarci. Welcome to Italy.

I poveri di cui nessuno parla sempre più schiacciati dai debiti

Dovremmo essere grati a Bankitalia che nel suo ultimo rapporto annuale ci ricorda un dettaglio che le nostre società, ricche e lamentose, tendono costantemente a obliterare, prese come sono dalla defatigante attività di compiangersi. Là fuori, dove nessuno guarda, ci sono alcune decine di economie, dove incidentalmente abita il 20 per cento della popolazione mondiale, che esprimono i più bassi redditi del mondo. Del tutto insufficienti, quindi, anche solo per sopravvivere.

In dettaglio le economie censite sono 73 e tutte hanno in comune il trend cui nessuno oggi sembra poter sfuggire: quello dell’aumento del debito. Negli ultimo dodici anni, fra il 2012 e il 2024 il volume aggregato dei debiti pubblici di queste economie è cresciuto dal 30 al 50% del pil, poca cosa rispetto a quello che si è osservato nelle economie avanzate, ma comunque rilevante. Specie se si ricorda che quando si arrivò all’80%, negli anni Novanta, il mondo dovette sviluppare una serie di iniziative per cancellare questi debiti, evidentemente non rimborsabili.

Oggi non siamo ancora arrivati a questo punto, ma stiamo andando verso questa direzione. “Molti di questi paesi – scrive Bankitalia – si trovano a fronteggiare elevati rimborsi di passività in scadenza, costi di rifinanziamento più onerosi e flussi di investimento dall’estero in calo. Secondo le analisi dell’FMI e della Banca Mondiale, circa la metà ha una posizione debitoria ad alto rischio o ha già sperimentato difficoltà di rimborso”.

Questa situazione, già degradata, si alimenta nella crescita esuberante del costo del servizio del debito, un problema che anche le ricche economie avanzate iniziano a patire, che negli ultimi 15 anni ha raggiunto in media, in rapporto alle entrate pubbliche, il 9%. Per un quarto dei paesi considerati, supera addirittura il 18 per cento. Chiaro che in queste condizioni fiscali diventa difficile sostenere qualunque tipo di sviluppo.

L’aumento del costo del servizio del debito porta con sé anche quello dovuto ai paesi esteri, che è cresciuto altresì. Si parla di 54 miliardi di dollari, in meda, ogni anno, nel periodo 2021-23, rispetto ai 27 miliardi del decennio precedente e la Banca Mondiale stima arriveranno a 75 miliardi entro il 2026: il 13% delle entrate pubbliche che equivale a triplo di quello che era agli inizi degli anni Duemila.

L’aumento del debito estero si è associato con una diminuzione dei flussi di finanziamenti dall’estero. Addirittura fra il 2022 e il 2023 i flussi netti sono diventati negativi, e solo in parte sono stati compensati da quelli arrivati dalle istituzioni multilaterali.

Il combinato disposto rende particolarmente fragile la situazione di questi paesi, che pure in presenza di un debito sostenibile rischiano costantemente una crisi finanziaria. Il Fmi ha messo in piedi una serie di iniziativa per offrire misure di sostegno, ma è chiaro che in un contesto di economia complicata come quello in cui stiamo vivendo gli spazi di support per i più bisognosi di restringono.

Finora solo quattro paesi hanno chiesto la ristrutturazione del debito attraverso il G20 Common Framework, un meccanismo istituito in seno al G20 per aiutare i paesi con difficoltà finanziarie. Si tratta di Ciad, Zambia, Etiopia e Ghana. Ma la situazione rimane complicata per molti altri, anche in considerazione del mutato contesto nel quale questi paesi si trovano oggi a vivere. Negli anni, infatti, ci sono stati due cambiamenti rilevanti: da un lato l’emersione della Cina, come principale creditore bilaterale. Poi l’aumento dei creditori privati. Il vecchio mondo, quello del Club di Parigi, per intenderci, è sempre meno rilevante. E quello nuovo, che stenta a sorgere, non è detto che sarà migliore.

Cartolina. Al servizio dell’inflazione

E’ doppiamente interessante osservare gli andamenti dell’inflazione nell’eurozona, che ormai si avvia felicemente verso i target dopo aver stressato significativamente i nostri redditi reali. La prima cosa utile da sapere è che ormai il grosso dell’indice viene gonfiato dai servizi. L’inflazione dei beni è quasi ferma e quella energetica è persino in territorio negativo. La seconda cosa utile, che dice molto del nostro stile di vita, è osservare le componenti che alimentano l’inflazione dei servizi. Circa la metà di questo incremento si concentra nei servizi di alloggio e trasporto, nonché nella ristorazione. Andare in vacanza e prendere i nostri pasti fuori è sempre più caro, quindi. I nostri piaceri sono al servizio dell’inflazione.

Cartolina. Il tornante della storia

Quando, ormai più di dodici anni fa cominciò l’avventura di questo blog scrissi da qualche parte che uno dei motivi per i quali mi ero impegnato in questa lunga ricerca era la sensazione che ci fossimo infilati in un tornante della Storia. Nel tempo i richiami di un passato lontano, peraltro non piacevolissimo, si sono moltiplicati e oggi, nell’anno del Signore 2025, possiamo osservare il tornante della Storia che ci fa ritornare alla fine degli anni Trenta, quando le tariffe Usa erano al livello di adesso, punto più, punto meno dove si trovavano per giunta alla fine degli anni Dieci del secolo scorso, punto più, punto meno. Sono tariffe da guerra, insomma. Dal che deduco che il tornante della Storia ci ha fatto ritornare dove nessuno avrebbe voluto. O forse sì.

L’AI in Italia: se ne parla tanto si usa poco

Se si usasse l’AI quanto se ne parla, saremmo degli avanguardisti nell’uso di queste tecnologie. E invece l’ultima relazione di Bankitalia ci restituisce un’immagine molto differente da quella che si percepisce orecchiando il dibattito pubblico: le famiglie italiane usano poco o nulla i vari bot di AI generativa e potendo scegliere preferiscono di gran lunga avere a che fare con gli esseri umani che con macchine beneducate ma spesso poco utili.

Sarà una conseguenza del fatto che siamo un paese che invecchia, o forse delle vecchie abitudini dure a morire, però rimane il dato: dalla rilevazione effettuata dalla Banca, contenuta all’interno dell’Indagine congiunturale sulle famiglie italiane (ICF) è emerso che solo un quarto degli intervistati aveva usato un assistente digitale negli ultimi dodici mesi e solo il 10% ha detto di usarlo almeno una volta a settimana.

I numero salgono di quale unità se ci si rivolge solo agli occupati. Fra questi il 37% dice di aver usato un bot nell’ultimo anno, e il 13% lo usa almeno una volta a settimana. A parità di condizioni, l’uso è più comune fra gli uomini, i giovani e gli occupati nel settore dell’informazione e della comunicazione, delle attività professionali, scientifiche e tecniche, ma anche del settore dell’istruzione. Tutti segmenti dove fa evidentemente comodo usare uno strumento che sembra – e sottolineo sembra – sappia tutto e abbia per tutto una risposta.

Un terzo delle persone intervistate ritiene che ci sia una probabilità di almeno il 50% che l’AI generativa aumenti la loro produttività – ma sarebbe interessante capire se a livello quantitativo o anche qualitativo – e un terzo circa crede che questa tecnologia possa aiutare le ricerche di nuove opportunità di lavoro. Tra gli occupati, il 13% teme che l’AI possa avere impatti negativi sul loro posto e addirittura il 23% teme che possa provocare una diminuzione della retribuzione.

Se dai lavoratori che hanno a che fare con questi strumenti, passiamo ai fruitori che se li trovano davanti come interlocutori lo scenario cambia drasticamente. La gran parte preferisce senza dubbio parlare con una persona piuttosto che con una macchina. Ma difficilmente il sistema rinuncerà ai risparmi che porta questa tecnologia per far felici le persone.

Un dato interessante, che si può osservare nel grafico di sinistra, riguarda l’informazione e la formazione. Mentre per i servizi bancari la fiducia verso le persone è drasticamente superiore rispetto a quella verso la macchina, quando si tratta di informarsi o formarsi, le cose praticamente si equivalgono. Questo significa che, nella percezione delle persone, il lavoro di un giornalista o di un educatore umano vale quanto quello di una macchina. E poiché quello della macchina vale poco, se ne deduce che vale poco anche quello delle persone che lavorano in questi campi. Faremmo bene a tenerlo a mente.