Nel mondo ideale che sembra ispiri le riflessioni del presidente Usa, il suo paese non dovrebbe avere squilibri esteri. Quindi l’America non dovrebbe avere deficit commerciali, che tanto stanno a cuore all’amministrazione (ma allora neanche attivi sui servizi), e non dovrebbe esibire passività sulla posizione netta degli investimenti internazionali, che misurano il saldo fra quanto gli Usa investono all’estero e quanto l’estero investe sugli Usa.
Si tratta, come si può immaginare osservando il grafico che apre questo post, di un obiettivo alquanto ambizioso, che peraltro, se perseguito veramente con continuità, cambierebbe radicalmente il volto dell’economia internazionale. E non è affatto detto che sia in meglio.
Da un punto di vista contabile, il deficit del conto corrente statunitense è ciò che alimenta i flussi dei paesi eccedentari, che evidentemente “riprestano” i loro attivi agli Usa nella forma di investimenti. Se non avessero attivi commerciali, come sogna Trump, non potrebbero investire sugli Usa. Ma se i paesi esteri esteri non investono sugli Usa, chi dovrebbe farlo? E soprattutto: cosa ne sarebbe del dollaro?
Un deflusso di investimenti dagli Usa, che porterebbe in equilibrio la posizione netta, avrebbe effetti sulla valutazione della moneta americana, come si è intuito in queste settimane in cui sono scattate le vendite di asset denominati in dollari.
Il Fmi, nel suo ultimo WEO stima che gli squilibri globali tenderanno a ridursi da qui al 2030, anche a causa della contrazione degli squilibri statunitensi. Ma certo è molto difficile fare previsioni quando ci si trova di fronte a comportamenti alquanto erratici da parte dei soggetti che prendono le decisioni. Per questo il Fondo sottolinea che l’outlook comunque punta al ribasso, sia nel breve che nel medio termine.
Non a caso. In uno degli scenari elaborato dal Fmi, la probabilità che nel 2025 ci sia una recessione negli Usa è aumentata, arrivando al 37% quest’anno, a cui si associa la probabilità del 30% che l’inflazione, sempre negli Usa, arrivi al 3,5%, quando nell’ottobre scorso tale probabilità era meno della metà, al 13%.
Ciò per dire che la “cura” Trump” sta funzionando benissimo. Persino troppo. Forse però nel suo desiderio di “Grande riequilibrio” il presidente Usa non aveva tenuto conto delle conseguenze non intenzionali. Che sono sempre le migliori. O le peggiori. Dipende da chi le osserva.
Si fa presto a dire riportare a casa la manifatture esportata all’estero. Ma poi si capisce che fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare della storia, che intanto è andata avanti e dovrebbe pure insegnarci qualcosa. Ossia che si può anche decidere di tornare a produrre scarpe da tennis e magliette in casa propria, trascurando il fatto che questo contraddice qualunque logica economica, solo per dar soddisfazione ai produttori locali marginali, quelli che nella vita sognano di far cucire magliette a qualcuno. Ma poi c’è un prezzo da pagare, letteralmente. Nel senso che i prezzi di quella maglietta non potranno mai essere gli stessi di quelli della maglietta prodotta nel Sud Est asiatico, che intanto continuerebbe a produrle, se non per noi per qualcun altro.
Sicché alla fine dei conti, questo sogno di riportare la manifattura nei paesi ad economia avanzata dove le industrie manifatturiere esibiscono livelli di produttività tutt’altro che soddisfacenti e produzioni industriali palesemente declinanti, somiglia alla nostalgia dei vecchi, che rimpiangono il passato perché non sanno immaginare il futuro. E se ne infischiano se, rievocandolo e persino tentando di reificarlo, mettono in crisi il mondo intero.
I dati contenuti nell’ultimo WEO del Fmi mostrano questa chiara evidenza, circa le possibilità concrete dei paesi ad economia avanzata di restaurare la propria manifattura, o almeno un certo tipo di manifattura: è un’impresa molto difficile, vista la struttura economica che questi paesi hanno maturato nel frattempo, e anche sostanzialmente inutile. Difficile perché cinesi e vietnamiti sono probabilmente assai più dotati di noi di operai capaci di cucire scarpe o una borsa di lusso, e poi perché hanno un accesso privilegiato alle catene di fornitura per questi prodotti ( non solo per questi) che spesso partono proprio dai paesi avanzati.
Si tende a trascurare, o addirittura a disconoscere, per dirne una, che la Cina non produce così tanto solo perché ha tanti operai che costano meno di quanto costino in Occidente, ma perché è riuscita a integrare nel suo territorio intere catene di fornitura che gestisce dall’inizio alla fine. Il caso delle auto elettriche è esemplare. Ma anche quello dei pannelli solari o degli impianti eolici. E questo vale anche per molta della nostra manifattura, che abbiamo delocalizzato.
Nei giorni caldi della crisi commerciale su Tik Tok giravano dei divertenti video di produttori cinesi che offrivano a basso costo i prodotti di lusso realizzati per le grandi case europee ed americane. Una provocazione interessante e lo svelamento di un segreto di Pulcinella: ossia che il costo di produzione di questi gadget per ricchi occidentali era infimo rispetto a quello di produzione. Ma non era questa la notizia. Era il fatto che questi soggetti rivendicavano con orgoglio di poter disporre di artigiani bravissimi e di tutti i materiali necessari senza limiti. Quante delle nostre fabbriche, oggi, potrebbero dire la stessa cosa?
A proposito di decoupling – leggi disarticolazione delle vecchie catene di fornitura per tenere conto delle nuove emergenze politiche – vale la pena osservare cosa è successo nell’ultimo decennio scarso, ossia più o meno da quando il Trump I ha iniziato a sollevare la questione che adesso il Trump II ha fatto definitivamente arrivare al redde rationem. Ve la faccio semplice: l’Europa adesso si trova a importare di più dalla Cina sui diversi settori dell’economia, e insieme a importare di più dagli Usa nel settore energetico, anche se esporta di più verso gli Usa negli altri settori, per la gioia di Trump II. Detto ancora più semplicemente: l’Europa è maggiormente dipendente, nel suo commercio estero, da Cina e Usa, ossia dai due litiganti destinati a scrivere il futuro del commercio internazionale. E’ proprio vero che fra i due litiganti il terzo gode. Almeno se è masochista.
Alla fine di questo secolo saremo un mondo meno popolato e più vecchio. Piacerebbe dire che saremo (saranno) anche più saggi, ma non possiamo saperlo. La leggenda che la saggezza arrivi con l’età appartiene a un tempo che non è più il nostro, quando invece in molti paesi governano vecchi che non sembrano per nulla saggi, e anzi sembrano agenti del caos.
Però magari alla fine del secolo sarà diverso. E dovremmo augurarcelo, se non per noi, che saremo altrove, per i nostri figli e i loro figli che rischiano di ereditare un pianeta esausto e un’umanità assai più dolente di quanto non appaia oggi.
Nel frattempo, e per fortuna c’è molto tempo, dobbiamo fare i conti con un passaggio storico. Tutto il mondo, e in particolare i paesi ad economia avanzata, sta attraversando una faticosa transizione demografica dove due fattori, uguali e contrari, contribuiscono al mutamento del volto ella nostra società: la minore natalità e l’allungamento della vita media.
Gli anziani saranno sempre di più, in sostanza. E questo segna un radicale mutamento anche dell’iconografia, come già si indovina guardano la foto che accompagna il capitolo dell’ultimo World Outlook report che il Fmi dedica alle prospettive e le difficoltà della Silver economy, che è un modo elegante per dire che stiamo diventando tutti vecchi.
Domani, ma anche già oggi è così, sarà sempre più frequente che i nostri luoghi di lavoro esibiscano assai più capelli bianchi che scuri, più rughe che pelli lisce. Questo nell’ipotesi che le società rinsaviscano e riescano ad accettare l’ovvio: ossia che in società dove la forza lavoro scarseggerà perché si fanno sempre meno figli, dovranno lavorare più persone – e le donne in molti paesi partecipano ancora meno degli uomini al lavoro – e più a lungo. L’alternativa è rinunciare al welfare: non ci sono molti altri modi per dirlo. Pagare pensioni e sanità a una popolazione anziana crescente è possibile solo a patto che la partecipazione al lavoro saturi il più possibile la forza lavoro.
Questo implica che ci sia lavoro, ovviamente. E per giunta in un mondo che sta addestrando con chissà quanta consapevolezza molte intelligenze artificiali che complicano i termini dell’equazione. Serve lavorare di più, ma le macchine potrebbero farci lavorare di meno. Un bel dilemma, che lasciamo in eredità ai nostri posteri, consolandoci solo col pensiero che è andata sempre così. La tecnologia ha sempre distrutto e creato posti di lavoro, di solito con saldi positivi. Rimane il fatto che una popolazione più anziana fa sicuramente più fatica rispetto a una giovane a digerire l’innovazione. E questa variabile nell’equazione prima non c’era.
Silver economy significa anche questo, e quindi implica un continuo upgrade delle proprie competenze e una costante sfida cognitiva per l’individuo. Si può anche invecchiare in salute ma diventa difficile mantenere un lavoro se le proprie competenze diventano obsolete, specie in un contesto che premia il capitale umano.
Da questo punto di vista l’analisi del Fmi, che si è svolta sulla base di una micro survey che ha coinvolto sia paesi emergenti che avanzati solleva qualche spiraglio di ottimismo. Secondo le analisi svolte in media è emerso che le persone di 70 anni nel 2022 avessero un livello cognitivo assimilabile a un 53enne del 2000. A questo progresso si è associato l’aumento della probabilità di circa il 20% che una persona rimanga più a lungo nel mondo del lavoro, con un aumento medio di circa sei ore del proprio tempo di lavoro a settimana.
Fuori dai numeri il discorso è chiaro. Il sistema economico, per reggersi, ha creato le condizioni per allungare la vita del proprio capitale umano, che però deve essere impiegato funzionalmente. Lo stress cognitivo a cui siamo sottoposti ogni giorno – vent’anni fa non esistevano gli smartphone di oggi e non eravamo devastati da mail, messaggi e notifiche – paga il suo premio regalandoci un vita professionale (potenzialmente) più lunga e (forse) anche una vita più sana. Ma questo premio non è gratis. Lo dobbiamo pagare col nostro lavoro.
Rimane il fatto che non basterà. L’invecchiamento della popolazione si rifletterà necessariamente sulla velocità di crescita dell’economia. Lo scenario disegna una crescita globale annua inferiore di circa un punto nel periodo 2025-50 rispetto al periodo 2016-18, con i trend demografici a pesare almeno un terzo di questo calo. Questo riporta la palla nel campo del governo, che dovrà fare i salti mortali per far quadrare i conti, avendo peraltro alle spalle contabilità complicate.
La Silver economy non sarà una passeggiata, insomma. Ma quando mai è stato facile? Rimane il fatto che non era mai accaduto di avere così tanti anziani. Chissà se questo non finirà col fare la differenza.
L’ultimo rapporto Ocse sull’economia cresciuta attorno agli oceani ci racconta del notevole incremento di ricchezza generato da questo particolare segmento dell’economia internazionale, che nell’ultimo quarto di secolo (1995-2020) ha raddoppiato il suo valore passando da 1,3 a 2,6 trilioni di dollari. Un risultato che gli scenari base prevedono si confermi anche per il prossimo quarto di secolo, a meno che, ovviamente, non cambino sostanzialmente le coordinate che finora hanno retto l’espansione di questa economia.
Quanto a queste ultime, lo sviluppo dei 25 anni trascorsi si deve in molta parte all’estrazione di petrolio e gas offshore, al turismo marino costiero, nonché alle attività ittiche e anche al trasporto marittimo e portuale, che di fatto è uno dei nodi nevralgici della globalizzazione. Gli economisti hanno calcolato che queste attività abbiano contribuito fra il 3 e il 4% al valore aggiunto globale.
Adesso però lo scenario è molto cambiato dal quello degli anni Novanta. La globalizzazione, che non ha più molti estimatori e ormai la disaffezione non si limita più alla cattiva stampa, ma alle élite politiche che dovrebbero promuoverla. In più il panico da cambiamento climatico fa guardare con crescente sospetto al movimento dei cargo, che adesso vengono anche minacciati da possibili ritorsioni commerciali.
Sicché, in un altro scenario non si esclude che l’economia degli oceani possa regredire del 20% nei prossimi 25 anni, mentre nello scenario mediano, grazie a politiche green e innovazione hi tech, la perdita si potrebbe contenere. Ma in ogni caso rimarrebbe una contrazione.
Non è certo un caso. Come sa chiunque osservi la globalizzazione, una parte notevole del suo successo è dipesa dalla facilità con la quale si scambiavano merci e ci si muoveva per il mondo, e gli oceani sono stati, anche per la semplice ragione che ricopre la gran parte del nostro pianeta, il luogo dove si è vissuta questa globalizzazione. Se quest’ultima viene messa in discussione è evidente che anche l’economia degli oceani ne subirà le conseguenze.
Dunque è questo il fine? Prima abbiamo imparato a diventare tutti sempre più vecchi, e ci abbiamo messo alcuni secoli. Adesso dobbiamo imparare ad invecchiare in salute, e chissà quanto ci metteremo. Ma il fine di invecchiare in salute non è autoevidente. Una persona superficiale potrebbe pure accontentarsi di invecchiare bene senza ulteriori necessità. Ma la realtà non è mai così semplice. Oggi ci dicono e ci ripetono continuamente che dobbiamo invecchiare bene perché non ci possiamo permettere di invecchiare male. Costa troppo. Quindi dobbiamo invecchiare bene, se vogliamo continuare a pagare i nostri debiti che ormai sono longevi e crescenti almeno quanto noi. Questo è il fine.
Si sfoglia con un certo rammarico, l’ultimo Outlook globale del Fmi, che registra con comprensibile preoccupazione gli ultimi avvenimenti dell’economia internazionale, non ancora guarita da un’inflazione strisciante, afflitta da contabilità pubbliche costipate e da un clima di relazioni internazionali non certo cooperativo, ora di fronte a uno shock inatteso e gratuito come quello della politica daziaria dell’amministrazione Usa. Piove sempre sul bagnato, d’altronde. E Trump e i suoi sostenitori sono peggio di un bomba d’acqua.
Capire quindi cosa ne sarà di noi, o almeno delle nostre economie, diventa un esercizio molto difficile. I modelli economici non incorporano gli shock autoindotti, proprio come non sono in grado di prevedere le pandemie. Nessuno può credere che queste cose succedano, e quindi non può stimarne la probabilità, finché non succedono.
Nel caso dei dazi americani, era stato detto e ripetuto che sarebbero arrivati, ma nessuno credeva che sarebbe successo davvero, e soprattutto nessuno si aspettava la furiosa reazione dei mercati, che adesso è arrivata a lambire Sua Maestà il dollaro, il convitato di pietra dell’economia internazionale, la cui importanza si fatica a capire, a quanto pare, visto che sembra sfugga pure ai governanti Usa.
Ma non sfugge certo ai consumatori, quei cittadini comuni che votano. E lo fanno non solo infilando ogni quattro anni una scheda nell’urna. Ma lo fanno ogni giorno, con le loro scelte di consumo e di investimento. Soprattutto di consumo, però. Perché gli investimenti hanno una temporalità che si può permette di essere dilatata, mentre i consumi no: sono la benzina che fa girare l’economia, mentre gli investimenti sono il motore.
Per capire come potrà girare il mondo, quindi, e ricordando il peso specifico che hanno i consumi statunitensi sull’economia americana e quindi internazionale, bisogna cominciare a guardare qui: ai quei consumi delle famiglie Usa che nel 2024 sono cresciuti persino a un ritmo superiore alla media storica 2000-19, quando il tasso reale di crescita era del 2,4%, arrivando addirittura al 2,8%.
Tuttavia, scrive il Fmi, “nel 2025 sono emersi i primi segni di una potenziale inversione di tendenza”. A gennaio, infatti, i consumi Usa sono diminuiti dello 0,6%, mentre a dicembre 2024 erano cresciuti altrettanto, e a febbraio sono rimasti stagnanti. Non è ancora chiaro se questi segnali raccontino di una normalizzazione degli schemi di consumo verso le medie di lungo periodo, o se siano l’inizio di qualcos’altro. Dovremo attendere i dati della seconda metà dell’anno per capire meglio, anche perché è probabile che in questi mesi i consumatori Usa anticipino molti acquisti per non rischiare di pagare dazio, letteralmente, una volta che, come è prevedibile se Trump e i suoi non cambieranno idea, aumenteranno i prezzi.
Nel frattempo, gli indicatori della fiducia stanno colando a picco, e soprattutto negli Usa. I consumatori non vedono con piacere le nubi che si addensano sul loro way of life, soprattutto quelli Usa e quelli cinesi, che sono al centro della guerra commerciale in corso. Quanto all’Europa, i suoi livelli di consumo sono sempre quelli: scarsi per la sua taglia e poco funzionali per la sua crescita. E in ogni caso tendono alla stagnazione. Non sarà dall’Ue che arriverà la scossa che dovrebbe dare un elettroshock salutare all’economia internazionale. Anzi, non si capisce da dove dovrebbe arrivare. E questo è il vero problema.
Da oltre dieci anni, molto prima quindi che il tema diventasse mainstream, questo blog racconta della difficile transizione demografica di fronte alla quale si trova il nostro paese e che ormai inizia a mostrare le sue prime risultanze comprensibili.
Nel 2050, ossia fra una generazione, se i trend attuali non muteranno – ed è molto difficile che accada – saremo un paese con molti meno abitanti e una quantità di popolazione in età da lavoro inferiore di circa un milione rispetto a quella che avevamo un secolo prima, nel 1950, quando però la popolazione era molto più bassa rispetto a quella che avremo nel 2050.
Che significa tutto questo? Che saremo un paese in larga parte abitato da anziani, e pochi under 15, con un tasso di dipendenza, ossia il rapporto fra la somma di bambini e anziani e la popolazione in età da lavoro quasi uno a uno: per ogni dieci persone in età da lavoro si stima vi saranno otto fra bambini e anziani. In pratica una catastrofe. Non solo fiscale – diventerà un grosso problema avere una previdenza sostenibile e una sanità accettabile – ma anche produttiva, e, dulcis in fundo sociale. Che futuro può immaginare una società abitata in parla parte da vecchi?
Secondo alcune stime presentate da Andrea Brandolini, vice capo del dipartimento economia e statistica di Bankitalia, audito dalla Commissione parlamentare di inchiesta che sta cercando di comprendere gli effetti economici e sociali derivanti dalla transizione demografica, in questa situazione di popolazione e popolazione in età lavorativa, il pil nel 2050, decrescerà notevolmente.
Vale la pena concedersi un breve excursus nella teoria della crescita e la sua contabilità. Il Pil di un paese cresce grazie al contributo di quattro fattori: 1) la quota di popolazione in età da lavoro; 2) la quota di popolazione occupata, misurata dal tasso di occupazione; 3) il numero di ore lavorate in media da ogni occupato; 4) la produttività oraria, quantità di beni o servizi prodotta con un’ora di lavoro.
Dal 1950 al 2024, dice Brandolini, il pil reale pro capite è aumentato di 6,7 volte, con un tasso medio annuo del 2,6%, in gran parte attribuibile al miglioramento della produttività del lavoro. Dividendo i vari periodi in sottoperiodi, si può osservare come il rallentamento della produttività sia stato il driver principale del rallentamento osservato dei tassi di crescita.
Quindi nei primi 25 anni di questa storia che si proietta per un secolo siamo stati meno numerosi, ma molto giovani e produttivi. Nei successivi 25 anni, quando già la transizione demografica iniziava ad innescarsi, la crescita della produttività si è più che dimezzata insieme al pil, che si è sostanzialmente azzerato nel terzo venticinquennio, che è quello che ci conduce alla nostra attualità. Per il futuro c’è poco da stare allegri: “Nei prossimi venticinque anni, se i tassi di occupazione, gli orari di lavoro e la produttività oraria rimanessero immutati sui livelli attuali, il calo della popolazione in età da lavoro implicherebbe una diminuzione dell’input di lavoro e quindi del PIL dello 0,9 per cento all’anno. La riduzione del PIL pro capite sarebbe più contenuta, lo 0,6 per cento annuo, per effetto della parallela flessione della popolazione complessiva”.
Poiché è certo che non saremo più giovani come negli anni Cinquanta, ciò che possiamo fare per contrastare gli effetti avversi di questa demografica vagamente mortifera è imparare a restare giovani a lungo. Non stirandosi le rughe: ma, ad esempio, aumentando i tempi di lavoro, quindi ritardando il pensionamento. Non solo. Sarebbe utile (tenete presente i quattro fattori che determinano la crescita) aumentare i tassi di occupazione.
Su questo fronte il nostro paese ha ampi spazi di miglioramento. Non solo perché la partecipazione delle donne al lavoro, rispetto alla media Ue, rimane bassa, specie al Sud dove pure sarebbe salutare, ma anche perché abbiamo un numero imbarazzante di giovani, oltre il 15%, che non studia ne lavora. E poi ci sono gli anziani: anche il loro tasso di partecipazione è ben al di sotto della zona euro. E’ vero altresì, e va ricordato, che abbiamo una notevole quota di lavori che è difficile fare superata una certa età.
In breve se vogliamo avere un futuro economico capace di sostenere la nostra popolazione anziana, per la quale la spesa pubblica diventerà largamente insufficiente, gli italiani devono partecipare al lavoro più numerosi e lavorare di più. Tutto il contrario della vulgata che è stata diffusa negli ultimi cinquant’anni, al suono di pensioni anticipate e sussidi di vario genere.
C’è anche la variabile immigrazione da considerare, che fino ad oggi è stata l’unica voce che ha tenuto in un minimo equilibrio la nostra situazione demografica.
Senza immigrati la nostra decrescita demografica, e tutto ciò che essa comporta, sarebbe stata assai più pronunciata. Basta solo un dato: nel 2024 gli stranieri rappresentavano il 10,4% dell’occupazione totale, con punte del 15,1% fra operai e artigiani e addirittura il 30,1% fra il personale non qualificato. In futuro si prevede che questi ingressi continueranno – si stima un flusso di cinque milioni di persone nel prossimo quarto di secolo – ed è ovvio che saremmo sempre più una società multiculturale. Quindi magari dovremmo attrezzarci per attrarre anche cervelli, non solo braccia. Vaste programme, considerando che non siamo neanche in grado di offrire ai cervelli italiani prospettive interessanti.
Ricordando come eravamo e non saremo più, possiamo iniziare a pensare a come potremmo essere domani e decidere di impugnare il nostro futuro anziché farcene divorare.
Proviamo a immaginarlo, regalandoci un esercizio di previsione possibile, che sarà tanto più probabile quanto più andremo in questa direzione, innanzitutto credendoci. Saremo un paese abitato in prevalenza da anziani che continuano a lavorare fino a tarda età senza più coltivare il miraggio di una vita inattiva da pensionati, che non ci possiamo più permettere. Il rapporto di questi anziani col lavoro sarà molto diverso da quello che avevano quando erano più giovani, ma ci sarà.
Questi anziani saranno in grado di aiutare i pochi giovani che ci sono rimasti a trovare la loro strada, grazie alla loro esperienza e i loro patrimoni, investendo sui ragazzi, anziché limitandosi a spesarli.
Le donne saranno sempre più in grado, grazie a politiche illuminate, di conciliare lavoro famiglia e anche se magari non potranno avere più di un figlio, perché sono avanti con gli anni, potranno adottarne altri con facilità, aiutando così persone che senza di loro non avrebbe avuto opportunità.
In questo paese, che finalmente ha ritrovato il gusto di progettare il futuro, la produttività crescente del lavoro consentirà di avere una crescita robusta capace di sostenere il welfare di cui così tanto ha bisogno una popolazione anziana, perché non tutti hanno la fortuna di invecchiare bene.
E alla fine dei conti, anche se saremo di meno non saremo meno di prima, perché avremo imparato che uno non vale necessariamente uno. Può valere anche di più.
E’ sempre faticoso salire, e lo sa bene chiunque conquisti una quota a piedi o in bicicletta. Nel caso dei salari poi, che si muovono a bordo delle contrattazioni sindacali, le salite sono ancora più faticose, specie quando un’inflazione mai davvero domata aumenta costantemente la pendenza. Quindi la buona notizia è che i salari crescono, con grandi differenze, e crescono realmente, ossia al netto dell’inflazione. Almeno fino al terzo quarto del 2024, dove arrivano i dati collazionati da Ocse. Rimane il problema che dal primo trimestre 2021 i salari reali, compresi quelli italiani, sono robustamente in calo. Perché salire davvero è faticoso, ma si scende rapidamente. Come i conti correnti.
Dovremmo sempre ricordare che non viviamo più nei vecchi tempi, e al tempo stesso ricordare, di questi vecchi tempi, i loro preziosi insegnamenti. I proverbi, ad esempio. Chi va piano va sano e va lontano, per dirne uno, che riaffiora alla memoria osservando il modo esponenziale in cui si esprimono la decrescita del costo del calcolo computazionale, diminuito del 99 per cento in meno di vent’anni, la crescita del calcolo computazionale, che in dieci anni si è moltiplicato per 350 mila, liberando le energie potenziai dell’AI che solo da poco abbiamo iniziato ad apprezzare. Sempre perché non viviamo più nei vecchi tempi, ma in quelli esponenziale. Non possiamo più andar piano. Diventa nientemeno che vitale rimanere sani, se vogliamo arrivare lontano.O almeno arrivare.