Fra i due litiganti il Vietnam gode

Ora che l’esito delle elezioni negli Stati Uniti lascia supporre il ritorno in grande stile delle polemiche fra cinesi e americani per le più svariate ragioni, vale la pena osservare cosa sia successo nel frattempo che Trump è tornato alla Casa Bianca.

Uno dei tanti spunti di osservazione interessanti ce lo propone il NBER che ha pubblicato un paper che racconta come la (prima) guerra commerciale fra Usa e Cina abbia finito con l’accelerare la crescita economica in alcune città del nord del Vietnam, oltre a determinare un certo progresso nella dotazione energetica del paese asiatico, che si può osservare nel grafico che apre questo post. Insomma, vale quello che dicono i proverbi. Fra i due litiganti, un qualche terzo gode sempre. E in questo caso è toccato (intanto) al Vietnam.

Si tratta, com’è ovvio, di benefici assolutamente non intenzionali. Semplicemente, le tariffe Usa hanno reso conveniente produrre le merci cinesi in Vietnam. Un bel “Made in Vietnam” sui prodotti è il metodo più semplice e sperimentato – si è visto anche con lo spostamento di molte produzioni cinesi in Messico – per eludere le barriere tariffarie. E questo spiega perché il Vietnam abbia visto aumentare gli investimenti esteri diretti sul suo territorio, con l’aggiunta che questo stimolo economico ha incoraggiato i decisori a promuovere politiche energetiche basate su fonte rinnovabili.

“Il Vietnam, un paese a reddito medio-basso – scrivono gli autori dello studio – ha guadagnato più di altre nazioni dalla guerra commerciale”. Ciò è dipeso innanzitutto dal fatto che la prossimità geografica con la Cina ha ridotto i costi di trasporto. La provincia cinese del Guangdong, che genera il 26% dell’export cinese complessivo, dista solo sei ore in auto dal Vietnam, che costano ai produttori cinese assai meno del 25% di tariffe che gli americani hanno messo sui loro prodotti. E poi i produttori possono anche contare sul costo del lavoro vietnamita, più basso di quello cinese.

In più il paese può attivare una ampia disponibilità di fonti rinnovabili che ha consentito di coniugare lo sviluppo economico con un moderato impatto ambientale, evitando le esperienze poco piacevoli di inquinamento massiccio che si sono viste altrove.

Il risultato più evidente è che dopo la guerra commerciale molte città del nord, vicine alla Cina, hanno conosciuto un notevole sviluppo, contribuendo a cambiare le abitudini economiche del paese, che vedeva nella parte meridionale quella economicamente più dinamica. Non solo fra i due litiganti il terzo gode, ma neanche tutto il male viene per nuocere. La saggezza dell’economia non è così diversa da quella dei proverbi.

Cartolina. Scuola senz’obbligo

Non è tanto la scontata (e scontenta) primazia delle citta meridionali nelle carenze dell’istruzione nazionale a rattristare. Oltre un secolo di questione meridionale non passa senza conseguenze. Piuttosto il fallimento conclamato dell’istruzione pubblica che si legge fra le righe guardando i dati di queste città (ma non solo di queste). A Bari – pesco a caso – il 62 per cento dei 25-64enni sono almeno diplomati, ma poi leggo che il 46,7 per cento, sempre a Bari, degli studenti delle terze classi della scuola secondario di primo grado hanno competenze numeriche non adeguate e un altro 39,4 per cento competenze alfabetiche non adeguate. Dati che a livello nazionale arrivano, rispettivamente, al 44,2 e 38,5 per cento. Ciò vuol che al termine delle scuole dell’obbligo più di un ragazzo su tre ha difficoltà a far di conto o a leggere e scrivere, ossia ciò che dovrebbe fornire la scuola. Ma forse non è più un obbligo.

Cartolina. Invecchiati, non adulti

Voler ridurre a fatto puramente economico la tendenza crescente dei giovani dell’area Ocse a invecchiare in casa insieme coi propri genitori rischia di ridurre un fenomeno complesso a una barzelletta da cabarettisti. I famosi bamboccioni, insomma. Magari fosse così semplice. Magari si trattasse solo di affitti alle stelle e lavoro malpagato, che sicuramente contribuiscono parecchio al rifiuto di separarsi dal nido familiare. Forse c’è molto di più, oltre a questo. E senza bisogno di scomodare la sociologia, che molto spesso prende la scorciatoia dell’economia, ci si può anche accontentare dell’aneddotica che lascia sorgere il sospetto che questa convivenza prolungata, in fondo, piaccia a tutti, genitori e figli. Invecchiare insieme è un buon modo per evitare molte seccature, per i figli come per i padri. Per dirla col poeta, ci vuole un gran talento per riuscire ad invecchiare senza diventare adulti. E nei paesi Ocse, com’è noto, il talento abbonda.

L’Italia non è da decenni un paese per giovani imprese

La senescenza ha radici profonde e lunghe almeno quanto la vita che si porta sulle spalle e conseguenze durature che impattano come forze gravitazionali su tutto ciò che vi ruota intorno. Vale per le persone, ma anche le per i sistemi economici, che invecchiano più o meno bene a seconda delle opportunità che riescono a generare. L’antidoto contro la senescenza è la capacità di innovare. L’alternativa è un graduale senso di immobilismo che conduce inevitabilmente alla stagnazione.

Ci sono molte spiegazioni che consentono di farci un’idea della ragioni del ristagno che affligge la nostra economia da oltre un ventennio, a esser generosi. Un recente paper di Bankitalia (“A country for Incumbent firms? Evidence on manifacturing investments in Italy in tha 20th century”) aggiunge un altro elemento alla nostra collezione di moventi.

Una lettura molto utile, non solo per gli appassionati di storia economica, che troveranno molte ragioni di sorpresa, ma anche per i policy maker di oggi. Non siamo divenuti senescenti d’improvviso. Risalire la linea del tempo, dai primi anni del secolo scorso come fa la ricerca, ci permette di capirlo meglio e di farcene qualche ragione in più.

L’analisi, condotta spulciando le statistiche degli investimenti in manifattura, riporta alcune evidenze che si possono rapidamente riepilogare. La prima è che fino agli anni Venti del secolo scorso l’accumulazione di capitale era dovuta in larga parte al contributo di aziende di recente costituzione. Un fatto di per sé non sorprendente. L’Italia si era fatta da poco e c’era molto su cui investire per mettere in piedi il paese. Pensate solo alle ferrovie o all’industria automobilistica, che proprio in quel periodo metteva radici.

La grande depressione del 1929 mutò sostanzialmente il paradigma. E ciò avvenne per due ordini di motivi. Uno tecnico: il sostanziale fallimento del sistema bancario, che mise fine al modello della banca universale e condusse alle riforme bancarie culminate in quella del 1936, rivoluzionando sostanzialmente le modalità di finanziamento delle imprese, che subirono diversi impedimenti. Il secondo motivo è politico. L’avvento del fascismo condusse a un modello di politica economica accentrato sul controllo statale, della quale la nascita dell’Iri segnò l’apice, che concorse a una crescente riduzione della logica competitiva, in linea con lo spirito del tempo. Gli anni Trenta del secolo scorso furono quelli dell’autarchia, che si declinò col fiorire delle restrizioni commerciali e dei cartelli.

Il risultato fu che le aziende già presenti furono favorite rispetto a quelle che gradualmente iniziavano a nascere. Gli incumbent poterono godere di un chiaro vantaggio, che si tradusse nella quota crescente d investimenti che proveniva da queste aziende.

Negli anni del dopoguerra questo sbilanciamento risulta ancora più evidente. L’economia uscita dalla guerra era invecchiata insieme al paese. L’innovazione o proveniva dagli incumbent o si riduceva al lumicino.

Questo non implicò un insuccesso, al contrario. Nel secondo dopoguerra l’occupazione nel settore industriale passò dal 20 al 40% del totale, mentre il pil reale pro capite cresceva di sei volte. L’economia italiana stava diventando matura. La senescenza vera a proprio arriva alla fine del secolo scorso, quando i tassi di crescita, comparati con quelli dei partner confrontabili, collassano.

Non si invecchia tutto in una volta. Anzi a lungo si può credere che l’invecchiamento non ci riguardi. Ma poi la natura, e un sistema economico non sfugge a questa regola, chiede il conto. E di solito questo conto cresce in ragione delle scelte non fatte quando ancora se ne aveva la possibilità. Le nuove imprese nate in Italia non riescono a procurare quei benefici in termini di produttività che i confronti internazionali lasciano immaginare.

Lo studio si propone proprio di arrivare alla radice di questa “inefficienza” che sembra tipicamente italiana, anche se ci sono diverse evidenze che anche il resto del mondo non se la passi benissimo. E uno degli elementi che fa capire come le radici inevitabilmente influenzino lo sviluppo dell’albero, a meno che non si proceda a metamorfosi profonde, è lo stato dei cartelli che si osservava in Italia ancora nel 1957, quando il paese si avviava al suo effimero boom.

In pratica gli investimenti erano basati su incumbent con notevoli capacità di cartello. I nuovi arrivati, ossia coloro che dovrebbero “sovvertire” i mercati con la loro distruzione creativa erano praticamente tagliati fuori.

Ciò ha comportato che la salute economica italiana è durata finché queste aziende mature, in gran parte pubbliche, non sono diventate senescenti. L’economia italiana è invecchiata con le sue aziende. I nuovi arrivati sono rimasti in larga parte fuorigioco. E le conseguenze le stiamo vedendo adesso.

La maratona dello yuan attraverso i paesi emergenti

Lenta e ormai costante, la crescita del credito in yuan nella regione asiatica dei paesi emergenti è una delle osservazioni che vale la pena sottolineare dell’ampia ricognizione che la Bis di Basilea dedica ai flussi transfrontalieri di liquidità.

Detto in soldoni: il credito denominato in valuta cinese, ai paesi dell’Asia-Pacifico, è aumentato ancora a fronte di un trend declinante di prestiti in dollari che ormai dura dal 2022, ossia da quando la Fed ha iniziato a stringere i cordoni della borsa. E poiché la finanza, come la natura, ha orrore del vuoto, la Cina ha pensato bene di aumentare la sua presenza valutaria nella regione, e non solo lì.

Lo yuan ormai, anche per i numerosi legami commerciali che la Cina intrattiene con molti paesi emergenti, è una presenza discreta e sempre più evidente nella statistiche degli osservatori internazionali fra i quali la Bis, che ha conteggiato in 240 miliardi di dollari il credito in yuan concesso ai paesi emergenti dall’inizio del 2022.

Da qui a pensare che diventerà un sostituto del dollaro ce ne corre però. Diventare una moneta internazionale non è certo una passeggiata. Semmai somiglia a una maratona. E per adesso lo yuan ha fatto solo pochi chilometri per lo più concentrati nell’area vicina alla Cina.

L’uso del renmimbi nelle transazioni offshore (sezione rossa del grafico che apre il post), ossia per transazioni creditizie fra banche e prenditori fuori dalla Cina, rimane ancora contenuta, registrando una crescita di una sessantina di miliardi. Insomma, la valuta cinese ha ancora molta strada da fare, nonostante l’accesa fantasia di molti commentatori. E non è detto che abbia intenzione di farla davvero. Tantomeno che riesca.

L’economia non basta a spiegare il disagio dell’Occidente. Serve una nuova prospettiva

Può sembrare fuori tema che in un blog dove da dodici anni si discute di economia si arrivi alla conclusione che titola questo post. Ma le recenti elezioni americane confermano ancora una volta ciò che ripetiamo su queste righe dall’inizio della nostra conversazione: l’economia non spiega affatto i nostri disagi, semmai è una delle tante manifestazioni di questo disagio che ha radici assai più profonde di quello che lascia capire la contabilità.

Molti troveranno irritante questa affermazione, e ci scusiamo con loro. Ma è troppo facile ridurre tutto all’economico. Credere che basti un reddito capiente abbastanza e garantito per essere felici. O che il mondo non sarebbe devastato dal populismo se tutti avessero un reddito capiente abbastanza e garantito, non ci fosse la diseguaglianza e scomparisse la povertà. Pancia piena fa cuor contento, insomma. Una sorta di paleomarxismo ingenuo, per non dire ignorante del marxismo.

La realtà è un filo più complessa, e anche l’economia ce lo ricorda. Il grafico che apre questo post mostra l’andamento del reddito reale delle famiglie Ocse, quindi al netto dell’inflazione, a partire dal 2010 e fino al primo quarto di quest’anno. Si vedono i momenti di crisi, ma rimane il dato che oggi i redditi reali sono cresciuti in media di oltre il 20% dall’inizio del periodo di rilevazione.

E’ una media, si dirà, che nasconde molte diseguaglianza. E sarà sicuramente così. Ma nessuno può negare il fatto che i redditi siano cresciuti, anche se in maniera diseguale. I problemi economici, che esistono e sono molteplici, come questo blog mostra di continuo, non bastano a spiegare la rabbia di molte popolazioni. Semmai servono ai decisori e ai tanti commentatori come spiegazione comprensibile per qualcosa di incomprensibile. Ossia che le popolazioni del mai così ricco Occidente siano arrabbiate al punto da premiare chi incoraggia istinti belluini e comportamenti assai poco urbani che lasciano temere che il vero declino dell’Occidente non sia quello economico o democratico, ma quello del decoro. E il decoro non è una categoria che l’economico prevede di misurare, ammesso che sia possibile farlo.

Dobbiamo perciò tutti provare a immaginare una nuova prospettiva per comprendere quello che sta accadendo. Perché se continuiamo a far leva solo un tasto del pianoforte, tutto ciò che ne ricaveremo è la solita musica, che ormai non convince più nessuno, anche se continua a riempire le pagine del giornali.

Tenteremo di dare un contributo dalle pagine del nostro blog, abbiamo già iniziato a farlo. Ma è chiaro che dovrebbe essere uno sforzo corale, che superi certe pigrizie mentali e vecchia consuetudini interpretative. Le risposte che stiamo cercando potrebbero essere persino sorprendenti.

A seguire troverete alcuni spunti di riflessione che abbiamo trovato nell’ultimo rapporto Ocse dedicato al benessere nei paesi Ocse (How’s life, Well-being and resilience in times of crisis) che è utile tenere a mente nei nostri ragionamenti. Cominciamo dalle condizioni materiali: la famosa economia.

E poi vediamo come si confronta con gli indicatori usati dall’organizzazione parigina per misurare la qualità della vita.

I due scenari sembrano coerenti. Abbiamo una buona ricchezza mediana, cui si affianca un reddito non certo misero, che si accompagna a una speranza di vita alla nascita di oltre 80 anni, fatto sicuramente storico, e una soddisfazione di vita che raggiunge 7,3 punti su 10 con una quota di popolazione di poco superiore al 12% che sperimenta situazioni più negative che positive. Ora, a meno di non credere che la radice del populismo si annidi in questa minoranza, dobbiamo provare a capire perché mai una maggioranza di soddisfatti provochi una maggioranza di votanti arrabbiati.

Non è certo argomento che si possa esaurire in un post. Ma concludiamo questo con una osservazione che speriamo possa produrne altre. Nelle sue varie statistiche Ocse ne propone una molto interessante sul livello di scolarità delle popolazioni della regione che trovate a seguire.

Notate che c’è una crescita nel tempo del livello di istruzione, misurato con il numero di titoli di studi di livello secondario. Ma al tempo stesso c’è una costante decrescita nelle capacità degli studenti nella lettura, la matematica e la scienza. Quindi abbiamo più titoli di studio ma siamo meno istruiti. Un curioso paradosso. Forse dovremmo partire da questo.

Cartolina. Goodbye America

I dati raccolti dalla Bis sull’entità dei crediti in dollari fuori dagli Stati Uniti fin dal 2005, quando il credito totale cresceva al ritmo di oltre il 20 per cento l’anno, disegnano il trend declinante che potete osservare qua sopra che racconta di molte cose e di molte crisi, che mai sono mancate in questo ventennio, ma soprattutto di una crescente disaffezione. Oggi, che la crescita di questo credito in dollari sfiora lo zero, avremmo motivo di interrogarci se tale disaffezione paghi solo il prezzo alla convenienza economica o siano in gioco altri motivi, che magari sfuggono ai banchieri, ma non a chi guarda la filigrana delle cose. Forse l’America è diventata più prudente. Forse lo sono diventati i consumatori di dollari. Rimane il fatto dell’arrivederci. Che magari nasconde un addio.

Cartolina. Giovani turchi

Quando i giovani turchi volevano cambiare il mondo, o almeno il loro paese, la Turchia viveva un periodo di grande difficoltà. Il vecchio mondo ottomano si stava sgretolando e ancora quello nuovo stentava a sorgere. Ci provarono loro, addirittura facendo una rivoluzione ai primi del Novecento, che andò come andò. I giovani turchi di oggi probabilmente sognano come tutti i giovani di cambiare il mondo, o quanto meno il loro paese. Magari non faranno la rivoluzione. Però potrebbero fare di meglio. Potrebbero riuscire a costruire un paese dove i giovani mangiano tutti i giorni. Buona fortuna.

Lo smart working fra scricchiolare il settore degli immobili commerciali

Non è un caso che il Fmi dedichi alcune pagine del suo ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria ai tormenti del settore degli immobili commerciali, che a differenza di quello degli immobili residenziali, dove i rischi appaiono tutto sommato contenuti, esibisce un livello preoccupante di tensione sposandosi un livello elevato di indebitamento con prezzi non coerenti, specialmente nel settore uffici, uno dei più penalizzati sin dai tempi della pandemia.

Quest’anno sono venuti a maturazione debiti per 1.400 miliardi legati a questo settore, la gran parte dei quali negli Usa, e pure se questa montagna è vista in calo nei prossimi quattro anni, esiste una sostanziale carenza di finanziamenti (funding gap) determinata dalla crescente riluttanza delle banche a legarsi mani e piedi con un settore che mostra molte fragilità. “Sia le banche con concentrazioni sproporzionate
in CRE (commercial real estate) che gli investitori non bancari come i trust di investimento immobiliare
potrebbero subire tensioni”, avverte il Fmi. E certo le ragioni per temere scossoni da questa costola del settore immobiliare sono diverse.

La prima è che i prezzi continuano a calare. A livello globale il Fmi stima che su base annua i prezzi siano diminuiti del 12%, appesantiti sia dal rialzo dei tassi che dalle aspettative poco entusiasmanti degli operatori. Negli Usa questo calo è arrivato addirittura al 23%, mentre in Europa al 16%.

Il volume delle transazioni è rimasto fermo a 130 miliardi nel 2023, il 37% in meno rispetto all’anno precedente.

Il Fmi osserva che questi andamenti risentono ancora del cambio di paradigma nel mercato del lavoro che si è imposto con l’avvento del lavoro da remoto indotto dalla pandemia, che però ha generato effetti molto diversi a seconda delle aree considerate. Le aree metropolitane statunitensi, ad esempio, esibiscono i livelli più elevati di immobili inutilizzati (vacancy rate) rispetto ad altre realtà, mentre gli sviluppi dell’intelligenza artificiale fanno ipotizzare l’aumento della domanda di immobili destinati ad ospitare data center, specie nell’Asia-Pacifico.

Il futuro, insomma, potrebbe consegnarci città dove nei grandi palazzi, una volta affollati da umani, ormai lavoranti da casa (chi avrà un lavoro), “abiteranno” la macchine. A qualcuno sembrerà un’esagerazione. Ma i dati mostrano che questa tendenza è già è in corso. Storicamente gli uffici pesavano il 40 per cento degli investimenti transfrontalieri del settore CRE. Questo almeno è il dato registrato fra il 2010 e il 2023. Con l’emersione del lavoro ibrido, da casa o altrove, questa quota è crollata a poco più del 10% a partire dal 2022.

Negli Usa, dove il settore uffici pesava il 26% del totale dei prestiti originati dal settore CRE, ormai questa quota arriva a stento al 4%. Le banche, insomma, hanno fiutato l’aria pericolosa. E questo spiega perché il trilione di dollari di debiti collegati a questo settore che maturerà fra quest’anno e il prossimo, esibisce un preoccupante funding gap da 300 miliardi.

Le previsioni sono ancora più preoccupanti. Gli analisti vedono i prezzi ancora al ribasso, e stimano che ci sia il 5% di probabilità che nei prossimi tre anni i prezzi calino del 20% negli Usa e del 19% in Europa.

La pandemia insomma, favorendo la remotizzazione del lavoro, che oggi inizia ad essere fieramente contrastata proprio da quei poteri forti che sulla congestione (anche degli uffici) hanno sempre lucrato, ha fatto emergere un inconsueto trade off fra la salubrità del settore CRE e quella dei lavoratori che preferiscono lavorare fra le mura domestiche, con le città, che si candidano ad essere abitate solo dalle macchine, visto il costo proibitivo delle abitazioni nelle zone centrali, e frequentate solo da turisti. Cordiali saluti dal XXI secolo.

La produttività Ue ha un problema. Anzi due

E’ cosa nota che la produttività del lavoro nell’Eurozona non regge il passo di quella di altri paesi, meglio attrezzati a partecipare alla competizione internazionale, e ciò per una serie di questioni che abbiamo sommariamente esaminato altrove.

Questo problema si somma a un altro, che nasce da un’osservazione condotta qualche tempo fa dalla Bce e che adesso ha spinto l’ESM a parlarne in un lungo articolo: le imprese europee si sono riempite di manodopera, potendo anche contare su margini di profitto superiori alle medie storiche negli anni successivi alla pandemia, contribuendo così a delineare la fisionomia di mercati del lavoro in forma. Ma questo ha contribuito al calo della produttività visto che questi lavoratori non hanno aggiunto molto valore ulteriore alle produzioni.

Questo fenomeno è chiaramente visibile nel grafico sopra, che stima l’accumulo di manodopera nelle imprese europee e in quello sotto, che fa la stessa cosa a livello settoriale.

Secondo le stime dell’ESM, questo “hoarding” di manodopera consente di avere livelli occupazionali più elevati del 2,1% rispetto a quanto sarebbe necessario se si usasse il livello implicito della crescita economica osservata nell’area. Parliamo di 3,6 milioni di lavoratori in eccesso. Per converso, ciò significa che rischiamo di avere una disoccupazione più elevata di due punti se i livelli di manodopera si normalizzassero. La qualcosa è nell’aria. Vuoi perché l’economia stagnante scoraggia le aspettative, vuoi perché i margini di profitto si sono sgonfiati.

Le stime ESM ci comunicano ancora un paio di informazioni utili da tenere a mente. L’accumulo dei manodopera è assai più elevato nella manifattura (+9,3%) rispetto ai servizi (+2,3%). E che i paesi che guidano questo fenomeno sono due: Francia e Germania, dove i livelli di occupazione sono rispettivamente il 7 e il 5% più alti di quanto sarebbe se non ci fosse accumulo di manodopera.

Insomma, il problema della bassa produttività ne nasconde anche un altro: il divisore gonfiato rappresentato da più lavoratori di quanti servirebbero. Materiale incendiario, a ben vedere, che rischia di generare un ulteriore indebolimento della domanda aggregata qualora le aziende decidessero di farne a meno, con tutto ciò che ne consegue a livello sistemico.

L’Europa, insomma, sta collezionando sfide. E quella della produttività ne nasconde molte. Alcune insospettabili.