Piano piano i consumi delle famiglie italiane rialzano la testa, associandosi persino a una timida ripresa della propensione al risparmio, grazie un certo aumento del potere d’acquisto generato dall’aumento del reddito disponibile, visibile specialmente nel primo quarto di quest’anno. Un effetto probabilmente derivato dal combinato disposto fra aumento delle retribuzioni e raffreddamento dei prezzi.
Sia come sia, il risultato è che nel primo trimestre del 2024 la spesa delle famiglie per consumi è cresciuta dello 0,3% rispetto all’ultimo quarto 2024, quando invece era diminuita dell’1,4%, e Bankitalia, che discute di questi andamenti nel suo ultimo bollettino economico, stima che questa ripresina sia proseguita anche nel secondo trimestre, sul quale però non ci sono ancora dati disponibili.
I consumi sono cresciuti anche grazie all’aumento dell’occupazione e probabilmente sarebbe cresciuti di più se insieme non fosse aumentata la propensione al risparmio. Le famiglie, evidentemente, scorgono ancora molte ragione per osservare prudenza nella loro spesa, oppure semplicemente stanno cercando di recuperare la propria tendenza storica, stravolta dalla crisi inflazionistica.
Secondo gli indicatori di Confcommercio, gli acquisti dei servizi sarebbero rimasti stabili nei primi mesi primaverili, mentre quelli di beni si sono raffreddati. La buona notizia è che il clima di fiducia dei consumatori è salito per due mesi consecutivi. Una rondine non fa primavera, ma forse due sì.
Il problema non è l’intelligenza artificiale, che ormai galoppa senza freni, ma la disintelligenza naturale, ossia la nostra attitudine a lasciar fare alla macchina quello che potremmo fare con poco sforzo e molto piacere, perché prevale il pensiero che lo sforzo non vale comunque il piacere. L’incredibile crescita della tecnologia di chat gpt, che in un anno ha raggiunto una quota di famiglie americane pari a quella raggiunta dagli smartphone dopo quattro, è il segnale della nostra crescente ritrosia a pensare, a cercare, a scoprire. Perciò lasciamo queste attività, fonti primarie di sviluppo di tutto ciò di buono che abita in noi, la svolgano le macchine, essiccando l’origine naturale di molte gioie. E poiché il cervello è plastico, e ha ottima memoria, taglia i rami secchi e si adegua. L’intelligenza artificiale surroga quella naturale, ormai divenuta disintelligenza: semplice ossequio a quanto deciso dall’algoritmo. Lasciamo che la macchina decida la nostra agenda, l’itinerario delle nostre vacanze, il nostro menù. Smettiamo di affaticarci con le decisioni, convinti che così saremo più felici. Mentre saremo semplicemente più ubbidienti. Forse, nel profondo, pensiamo che sia la stessa cosa.
Nei paesi Ocse circa il 40 per cento, in media, dei cittadini ha una fiducia conclamata nel proprio governo, una percentuale inferiore a quelli che ne hanno poca o nessuna. A stabilizzare il nostro quadro democratico, diciamo così, ci pensa quel 15-18 per cento circa che si dichiara neutrale. Gli ignavi, insomma. Dal che si deduce che sia l’ignavia il vero ago della bilancia fra la fiducia e la sfiducia. Ciò che finisce col determinare il successo o l’insuccesso degli sfiduciati o dei fiduciosi. Potremmo (e dovremmo) interrogarci a lungo sulle ragioni che hanno trasformato molti paesi avanzati in fabbriche della sfiducia. Ma non succederà. La fiducia non fa tendenza.Per questo parliamo ancora del declino dell’Occidente senza capirne la ragione. Ma è davanti ai nostri occhi.
L’ultimo bollettino economico di Bankitalia osserva il miglioramento dei conti esteri italiani nel primo trimestre 2024, spinti al rialzo della crescita delle esportazioni (+0,6%), avvenuta malgrado lo scenario internazionale non sia dei migliori, come mostra il rallentamento rispetto al quarto trimestre 2023 (+1,2%).
La buona notizia, che si può osservare dalla tabella sopra, è la decisa crescita delle esportazioni di servizi “soprattutto di quelli alle imprese”, nota la Banca, che però non riesce ancora a trasformare questa componente in un attivo del conto corrente.
Quella meno buona è che l’export di beni ha rallentato, insieme alla frenata del commercio internazionale. Nessuna sorpresa: l’Italia è un paese che deve gran parte della sua crescita alle esportazioni nette, visto che la domanda interna non riesce a esprimere, un po’ come accade in tutta Europa, una grande dinamicità.
L’export di beni è diminuito intanto verso i paesi dell’EZ, “in particolare verso la Germania”, sottolinea Bankitalia. E in qualche modo il saldo netto è aiutato dal deciso calo dell’import, sia di beni che di servizi, che è una mezza buona notizia, visto che potrebbe segnalare un indebolimento della domanda e quindi delle produzioni future.
Sul lato delle nostre importazioni, si segnala un aumento dell’import dai paesi dell’eurozona, e un deciso calo dell’import dal resto del mondo, “in particolare da Cina, Asia orientale e Medio Oriente”, dice la Banca, anche a causa delle difficoltà logistiche generate dalla crisi del Mar Rosso.
Bankitalia stima che anche nel secondo trimestre l’export dovrebbe mostrare numeri positivi, ma sottolinea altresì che la debolezza della domanda estera lascia una pesante ipoteca sul futuro prossimo.
Complessivamente l’avanzo corrente è migliorato, per una serie di ragioni che comprendono anche un peso meno gravoso dei redditi primari, di cui abbiamo già parlato. Si tratta di fattori esposti al vento cangiante della stagionalità, però, e che non dovrebbero lasciarsi troppo tranquilli.
Se guardiamo il lato finanziario, infatti, osserviamo che c’è stata una grande domanda di titoli pubblici italiani dall’estero (42,6 miliardi nel trimestre) che se è una buona notizia perché segnala fiducia nel nostro paese, è anche un monito circa il fatto che questi debiti dovranno essere serviti ai tassi attuali, che non sono quelli di due anni fa. Peraltro anche il settore privato ha goduto di questa domanda estera di debito. Ciò significa che la voce dei redditi da capitale genererà passività crescenti in futuro che non è detto saranno compensate dagli attivi sui nostri investimenti esteri.
A tal proposito, ci rassicura il fatto che la nostra posizione netta sia migliorata rispetto alla fine del 2023. Siamo creditori netti dell’estero per 165,2 miliardi, il 7,9% del pil, in aumento di 189,5 miliardi rispetto a fine anno, Un po’ ha contribuito il saldo corrente, un po’ gli aggiustamenti di valutazione dell’oro, che denomina molta parte delle riserve di Bankitalia. Siamo fatti così. Un po’ all’antica.
Come nel gioco dell’oca, si ritorna sempre al punto di partenza, che nel caso dell’economia internazionale è il mattone. Grande fonte di ricchezza e insieme di squilibri. Grande protagonista del credito facile di ieri, e quindi delle crisi che ne sono seguite, e protagonista in sordina anche oggi della crisi inflazionistica che proprio il peso del mattone rischia di rendere più persistente, per la semplice ragione che le persone devono avere un tetto sulla testa e questo tetto costa sempre più caro.
La Bis di Basilea ne ha parlato in un bollettino dove si osserva (grafico sopra al centro) che la componente immobiliare nell’indice inflazionistico (H-CPI) ha persino superato, dopo averla costeggiata a lungo, la componente dei servizi, finora la grande indiziata del trend ancora elevato del carovita. Questa tendenza è maggiormente visibile nei paesi avanzati, al contrario di quanto si è osservato nei paesi emergenti, dove d’altronde le crisi immobiliari hanno fatto sentire il loro peso più volte negli ultimi anni. Non a caso. Il costo per le abitazioni rappresenta una quota crescente delle spese delle famiglie e di conseguenza interpreta un ruolo di sempre maggiore importanza nella composizione dell’indice dei prezzi.
La Bis osserva che il comportamento dell’H-CPI nel recente fenomeno inflazionistico potrebbe essere stato influenza, fra i diversi fattori, anche dalla crescente abitudine di lavorare da casa, che in diversi paesi ha spinto le famiglie a spendere di più per gli immobili.
Ma qualunque siano le ragioni, le banche centrali dovranno occuparsene, perché un’inflazione persistente nel settore immobiliare è capace di tenere gli indici dei prezzi elevati ben più a lungo di quanto i modelli possono immaginare. Senza contare le complessità sociali che ne derivano: proprio perché la casa (e gli affitti) costano sempre di più, le famiglie chiederanno a voce sempre maggiori più aumenti dei redditi. I policy maker si troveranno quindi di fronte alla possibilità che l’inflazione del mattone spinga anche quella dei salari.
Di fronte a queste complessità le banche centrali non hanno molte cartucce nel loro arco. I prezzi del mattone tendono a crescere al diminuire dei tassi. Quindi prezzi persistentemente elevati spingono le banche centrali a provare a raffreddarli tenendo la barra dritta (al rialzo) sui tassi, pure al rischio di scoraggiare l’economia.
Quanto alla politica fiscale, non si capisce cosa potrebbero fare i governi, a parte favorire lo sviluppo di edilizia popolare. Ma bisogna avere le risorse e il tempo. Entrambi risorse scarse.
L’ultimo bollettino economico di Bankitalia contiene una interessante ricognizione sullo stato di attuazione dei cantieri PNRR, dei quali si conoscono ampiamente le difficoltà dovute alla complessità delle procedure che molte amministrazioni, sia a livello centrale che locale, faticano a declinare con tempi coerenti con quelli imposti dall’Ue per l’utilizzo dei fondi.
Il discorso è noto e non serve ribadirlo qui. Semmai può essere utile ricordare con Bankitalia che nel dicembre scorso il Consiglio UE ha approvato una revisione del piano proposta dal nostro paese che ha creato una nuova missione, finanziata con 11 miliardi, e ha al contempo definanziato progetti parzialmente o completamente per 8,2 miliardi, per i quali il governo ha dovuto delineare coperture alternative.
Alcuni di questi interventi definanziati, per un valore di circa 6 miliardi, erano relativi a gare già bandite, tre quarti delle quali già aggiudicate con i tre quinti dei progetti già in fase di esecuzione.
Il 37% degli interventi definanziati, ricorda la Banca, riguarda il Mezzogiorno. Parliamo di 2,4 miliardi di gare che dovranno essere rifinanziate. Complessivamente “l’eliminazione dal Piano ha interessato il 70% delle gare bandite dai comuni, che valgono il 19% in termini di importo”. spiega la Banca. Di queste un terzo era già stato aggiudicato e un quinto era in fase di attuazione.
Gli interventi parzialmente definanziati, invece, ammontavano a circa 7,6 miliardi, per i quali la Banca non ha ancora informazioni.
Come finirà la storia dei fondi PNRR lo capiremo solo alla fine del 2026, sempre che nel frattempo non cambino le regole. Rimane un fatto, che incorpora un rischio: ossia la possibilità che al lungo elenco delle incompiute italiane per difetti burocratici si aggiunga anche quello delle incompiute da PNRR. Speriamo di no, ma certo sarebbe una beffa, oltre al danno.
Uno studio del NBER, che monitora gli effetti del più ampio taglio fiscale deciso negli Usa sull’economia di questo paese, ci ricorda una tendenza troppo spesso trascurata quando esaminiamo contriti gli andamenti dei redditi da lavoro e l’andamento zoppicante della crescita economica: le imprese negli ultimi quarant’anni hanno avuto notevoli agevolazioni fiscali che a quanto pare sono servite a molte cose ma non certo ad avere redditi da lavoro decenti e economia vitale. Questo ovviamente non vuol dire che fra i tagli di tasse alle imprese e la performance poco entusiasmante dei salari e del prodotto ci sia una qualche forma di correlazione. Sono solo due fatti che si sono verificati insieme. E che rimangono insieme. Le aziende hanno avuto robusti tagli fiscali. I redditi sono rimasti deboli. Il prodotto è cresciuto poco. Una vera impresa. Quella del fisco.
La Bis di Basilea osserva che effettivamente, secondo una qualche simulazione, alzare il tasso di sconto facilita la lotta all’inflazione. Che sarebbe di poco valore informativo se non fosse che il modello, ci si creda o meno, è in grado anche di quantificare come sarebbe stata l’inflazione senza il rialzo dei tassi. Se poi confrontiamo l’inflazione degli anni Settanta del XX secolo con quella degli anni Venti del XXI, scopriamo che proprio la saggezza dei banchieri centrali contemporanei ha permesso una rapida caduta dei tassi di inflazione seppure al prezzo della più ripida salita di tassi da sempre. Ciò per dire che sappiamo di solito quello che dobbiamo fare, e volte lo facciamo persino. E che otteniamo un risultato positivo quando realizziamo esattamente quello che tutti si aspettano da noi. Come nel caso delle banche centrali che alzano i tassi e abbassano l’inflazione perché soddisfano le aspettative degli operatori. E quando otteniamo un risultato positivo, aumenta il livello della nostra credibilità. L’unico tasso che conta.
Gli ultimi dati sul pil cinese, che continua a rallentare, confermano laddove fosse necessario che Pechino si trova nel guado di un modello di sviluppo che molto ha promesso e adesso si trova ad avere difficoltà a mantenere la parola, per giunta in un contesto che sembra fatto apposta a raffreddare il motore che finora ha fatto marciare l’economia del Dragone: il commercio.
Un motore truccato, si potrebbe dire. Quindi sovraperformante ma intrinsecamente fragile per le stesse ragioni che gli hanno regalato record brucianti in passato: usa combustili che finiscono con l’erodere la struttura stessa del motore.
Nel caso cinese questi combustibili sono il livello degli investimenti, che rimane molto elevato, e il sostegno pubblico a certe produzioni, quelle cosiddette verdi in primis (auto elettriche) che alimentano un sovracapacità produttiva – un motore fuori giri, si potrebbe dire – che genera un vantaggio competitivo dei prodotti cinesi nei confronti dei concorrenti esteri ma che rischia di mandare fuori strada l’economia. I concorrenti infatti, e il caso dei dazi Usa e adesso europei sta lì a dimostrarlo, iniziano ad attrezzarsi per difendersi. E questo rischia di fare molto male alle produzioni cinesi e quindi all’economia internazionale, che rischia di tagliare l’albero sul quale è cresciuta in questi due decenni.
Nel suo ultimo bollettino economico la Banca d’Italia sottolinea che “il modello di crescita cinese continua a presentare evidenti squilibri strutturali. La quota di investimenti fissi sul PIL è considerevolmente superiore a quella osservata non solo nelle maggiori economie avanzate, ma anche in altri paesi emergenti in rapida crescita, come Brasile o India”. Tuttavia la quota rilevante di investimenti non basta più a garantire una crescita equilibrata, specie perché la domanda interna, intesa come quota dei consumi sul prodotto, “è fra le più basse nel confronto internazionale”.
I cinesi, insomma, consumano poco e producono tanto, e questo spinge all’insù il surplus commerciale, che è stato anche il pedale che il governo ha premuto per compensare la crisi del settore immobiliare, fonte di ulteriore indebolimento della domanda. Lo strumento sono stati i beni cinesi a tecnologia verde, ad esempio i pannelli solari, le cui esportazioni sono più che raddoppiate fra il 2019 e il 2023, con la Ue divenuta il principale mercato di riferimento con oltre il 40% delle vendite di vendite cinesi sul suo territorio.
Poi c’è la questione batterie al litio. Ue e Usa assorbono, rispettivamente, il 35 e il 20% delle esportazioni cinesi di batterie e secondo alcune stime la produzione cinese raggiungerà per il 2025 il livello di quasi 6 terawattora, il quadruplo della domanda globale prevista per lo stesso anno.
Al tempo stesso la produzione di auto elettriche cinesi è più che raddoppiata negli ultimi anni e circa il 40% di questo prodotto è destinato all’estero.
Questo è lo scenario. Abbiamo un gigante che mostra segni di malattia incipiente a causa dei suoi squilibri che il mondo finisce con l’alimentare mentre cerca di contrastarli. L’economia cinese è capace di grandi contagi – lo abbiamo visto relativamente al contributo che la deflazione cinese ha offerto nel contrasto all’inflazione occidentale – e quindi fonte di grandi rischi, mentre le opportunità relative vanno sempre più erodendosi a causa del peggiorato clima internazionale.
La Cina saprà badare a se stessa. O almeno dovrebbe. Il problema è se il resto del mondo riuscirà a sostenere l’ammaloramento cinese. E questo non lo sa nessuno.
Il presente è gravido del futuro, scriveva Leibniz nella sua monadologia, e il futuro contiene il passato. Solo che il futuro è nascosto fra le pieghe del tempo, e gli serve quindi tempo per spiegarsi. Ma se questo non fosse necessario, se cioè il tempo fosse una variabile sotto il nostro controllo, vedremmo passato, presente e futuro dispiegarsi davanti ai nostri occhi, come una pergamena srotolata. Il futuro non avrebbe segreti per noi.
L’utopia leibniziana, che poi sarà quella dell’universo deterministico di Laplace, è ancora una potente suggestione per la nostra immaginazione e lo dimostra il fatto che, nel presente, scrutiamo continuamente nel passato in cerca di insegnamenti, o almeno indicazioni, per il futuro, convinti davvero di poterlo anticipare. Tutto lo sforzo matematico dei nostri algoritmi non fa altro che questo “cancellando” la piega del tempo per il tramite del calcolo probabilistico. Lo abbiamo sempre fatto a ben vedere. Solo che nel tempo antico usavamo i sogni per scrutare nel futuro, e ancora qualcuno lo fa.
Ne abbiamo parlato nel Ritmo della Libertà, il libro che abbiamo scritto per Rubbettino con Roberto Menotti, e ne riparleremo anche in futuro. Qui ci limitiamo a proporvi una lunga osservazione svolta dalla Bis di Basilea che riepiloga oltre un secolo di storia economica, vista attraverso quella monetaria, che ha il pregio di offrire, con un semplice colpo d’occhio, la lunga carrellata di tormenti che ha sconvolto l’economia internazionale dall’inizio del XX secolo.
Tralasciamo le difficoltà metodologiche, che sono innumerevoli, e concentriamoci sull’esito proposto dalla Banca. Cominciamo dall’inflazione. Mai più raggiunto il picco seguito alla prima guerra globale, in un’epoca in cui le banche centrali stavano ancora imparando il mestiere e si credeva che il mondo si sarebbe autoriparato.
Il ventennio successivo, dimostrò che la lezione era stata imparata. L’inflazione successiva al secondo conflitto globale risultò dimezzata rispetto al primo, così come risultò praticamente raddoppiato il bilancio delle banche centrali e dimezzati i tassi nominali, con tassi reali quindi ampiamente in territorio negativo. In pratica, è già storia di oggi.
Sul versante della crescita la lezione parve funzionare. I dati sull’andamento reale del prodotto fra i due dopoguerra sono assimilabili. Ma la crescita così imponente non durò a lungo. I Trenta gloriosi, di cui ho abbondantemente raccontato nella mia Storia della ricchezza, si caratterizzarono per una crescita robusta, sempre intorno al 6%, ma con una inflazione strisciante e crescente che condurrà alla stagflazione dei Settanta, alla quale certo contribuirono gli ampi rialzo di tassi nominali, in buona parte compensati dall’inflazione. Notate come per tutto questo periodo il bilancio delle banche centrali rimanga praticamente inutilizzato come strumento.
Con gli anni Ottanta inizia quella che si chiamerà la Grande Moderazione, dove a una crescita sostenuta, ma non certo paragonabile al passato – notate il trend declinante dal secondo dopoguerra – si associa una inflazione declinante, che fu accompagnata da tassi gradualmente in discesa e bilancio delle banche fermo.
Il primo vero cambio di paradigma si è osservato col nuovo secolo, quando la crisi della bolla di Internet spinse la banche centrali a un repentino calo dei tassi e ad iniziare a usare il bilancio come strumento di policy, ossia intervenire sul mercato dei titoli per accompagnare le scelte di politica monetaria. Si preparava quel Quantitative Easing che diverrà la bibbia dei banchieri centrali dopo la crisi del 2008, quando il nuovo paradigma di affermerà definitivamente.
Gli anni Duemila, fino allo spike inflazionistico recente, sono la semplice declinazione di questo paradigma, ormai – o forse momentaneamente – abbandonato. I bilanci della banche centrali, arrivati a superare il 60% del pil, si sono associati, durante la crisi Covid, a tassi reali portati al livello del secondo dopoguerra, solo di recente tornati positivi. Nel frattempo la crescita, tolto il picco post Covid, prosegue il suo pluridecennale declino.
Questa ricognizione del passato dovrebbe comunicarci alcune informazioni sul futuro prevedibile, ma per il momento tutto ciò che possiamo trarne sembra poca cosa. La prima, sostanziale, è che nessuna azione rimane senza conseguenze. Manovrare l’economia generare benefici immediati e probabili disequilibri futuri. La seconda, che discende da questa, è che il futuro rimane (per fortuna) incerto, malgrado gli sforzi che possiamo fare per provare a calcolarlo.
Quale altro insegnamento possiamo trarre da questa storia? La Bis suggerisce che la storia ci dice che banche centrali sono molto efficaci nella manipolazione dell’economia, ma hanno anche robusti limiti. Possono fare molto, ma non possono far tutto da sole. Soprattutto non possono forzare a lungo i processi senza generare conseguenze di lungo termine difficili da gestire.
Il denaro in fondo è un pezzo di futuro che si impiega nel presente. E le banche centrali manipolano il denaro, ossia il futuro. Questo forse questo secolo di tormenti ancora non ce l’ha insegnato.