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Cartolina. Fare la storia

Se davvero, come dicono molti, lo scopo di ogni uomo di potere è entrare nella storia, allora il presidente Usa ha raggiunto il suo obiettivo lo scorso aprile. Non tanto perché fece capitombolare i mercati di tutto il mondo con l’annuncio dei dazi – i mercati com’è noto poi si riprendono – ma perché i suoi dazi sono entrati di diritto nella galleria degli shock commerciali che hanno funestato gli Stati Uniti (e quindi il resto del mondo) dalla seconda metà del XIX secolo, quando l’America non era ancora l’America di oggi, ma ci somigliava. Le tariffe di Trump campeggiano accanto alle famigerate tariffe della coppia Smoot-Hawley, che finirono di far collassare l’economia internazionale negli anni Trenta, e gareggiano con quelle volute da Nixon nel 1971, quando con l’occasione si fece piazza pulita anche del sistema monetario di Bretton Woods. Ma poiché Trump sembra un presidente che non si accontenta, sorge il sospetto che non gli basterà essere solo uno fra gli altri. Probabilmente starà già pensando a qualcosa di ancor più memorabile, per fare sul serio la storia dei dazi. Potrebbe toglierli.
Cartolina. La Repubblica marinara

Quando l’italiano tornerà a essere navigatore, memoria di una stagione alla quale si associano nostalgie ormai decrepite, magari rinuncerà una volta per tutte ai vizi che la terraferma gli ha fatto crescere dentro. Vizi tipici della terra. L’immobilismo, ad esempio. Oppure il timore dell’ignoto. Caratteristiche che ci hanno trasformato in tristi rievocatori di cose passate, quando eravamo invece inventori di cose future. Le banche, ad esempio. Oppure una certa idea di stato, che germinò dalle nostre signorie. Oppure la prospettiva lineare e le fortificazioni. L’Italia, quando ancora Italia non era, fece l’Europa e poi si disfece. Divenne un’espressione geografica, come rischia di diventare l’Europa oggi. Ma quell’Italia non era l’Italia, appunto. Era tante repubbliche, e le più forti navigavano. Chi vuole un’Italia diversa dovrebbe ricordarlo. E sognare una Repubblica marinara.
Cartolina. La ricchezza infelice

Se dodici trilioni di ricchezza netta non bastano a far felici le famiglie italiane cos’altro può riuscire? Redistribuire in maniera egualitaria, risponderà uno dei tanti geni in circolazione, figlio della convinzione inveterata che davvero sia il denaro il viatico per la felicità. La stessa che produce questi livelli di ricchezza che però non bastano a farci felici. E allora, dice un altro genio della stessa parrocchia, ma seduto dall’altra parte della chiesa, bisogna far crescere questa ricchezza, così ce ne sarà di più per tutti. E così dicendo finisce chi ha meno vuole di più e chi ha già tanto diventa insaziabile. Ogni ricchezza diventa infelice. A modo suo.
Cartolina. L’anabasi del dollaro

Ormai da oltre un cinquantennio le obbligazioni denominate in dollari oscillano, con qualche scossone, intorno alla percentuale del 60 per cento del totale, che ormai sembra essere una sorta di centro di gravità permanente dell’anabasi della valuta statunitense dopo il crollo storico, quello sì, seguito alla decisione Usa di sganciare la valuta dalla convertibilità. Da quel momento in poi, quando il dollaro sperimentò la sua crisi più profonda, la quota delle obbligazioni cadde dall’80 per cento all’attuale 60 e ha cominciato la sua nuova avventura. Non c’è da aspettarsi un grande cambiamento nel futuro prossimo, se non altro per mancanza di candidati al ruolo di valuta internazionale. Non ci sono paesi al momento capaci di garantire un mercato obbligazionario abbondante e profondo come quello statunitense. Perciò chi sogna che l’anabasi del dollaro divenga una catabasi dovrebbe fare un bagno di realtà. Il privilegio esorbitante dura da assai prima degli anni Sessanta. Può diventare meno esorbitante. Ma rimane.
Cartolina. La scienza emergente

Anche la scienza ormai sta diventando multipolare. Fra i tanti modi attraverso i quali si può osservare questo conflitto strisciante, c’è la scienza, uno degli strumenti del dominio attraverso il potere della conoscenza. I dati raccolti dagli osservatori mostrano che la scienza cinese guadagna sempre maggiori posizioni, mentre quella americana declina. L’egemone in carica ha ancora un posizione di supremazia, come d’altronde ce l’ha sul fronte economico, grazie a Mister Dollaro, e sul fronte militare. Ma i cinesi, zitti zitti, scalano posizioni. E’ vero altresì che le pubblicazioni cinesi hanno notevole diffusione in Cina e assai meno a livello internazionale, complice la barriera linguistica. E che le principali riviste scientifiche sono dominate dalle ricerche Usa. Ma il problema non è l’egemonia di oggi: è quella di domani. E la scienza emergente sembra averne uno. E non parla inglese.
Cartolina. I salari irreali

Le retribuzioni reali nell’eurozona, ci informa l’UE, sono sostanzialmente ferme dal 2019, malgrado quelle nominali siano cresciute di venti punti, nello stesso periodo. Quindi questo aumento è bastato appena a coprire l’inflazione e neanche per tutti. Ci sono paesi, come il nostro, dove le retribuzioni reali sono addirittura calate. Adesso, si osserva per la felicità degli economisti, le retribuzioni sono persino allineate alla produttività: bassa l’una – ferma anch’essa dal 2019 – bassi gli altri. Viviamo come Alice dietro lo specchio ormai. Con bisogni immaginari e salari irreali.
Cartolina. La nuova relazione speciale

Lo yuan cinese, che nei mercati valutari si chiama renminbi, fa crescere il peso specifico delle monete emergenti nel mercato valutario globale. Ormai sono arrivate al 29 per cento, che non è tanto, ma neanche poco, specie se si confronta col 10 per cento del 2000. Ma non è questo il fatto interessante, pure se vale la pena raccontarlo. La notizia, come si diceva una volta, è che nell’aprile di quest’anno la coppia USD/CNY, ossia gli scambi valutari che associano le due monete, hanno superato quelli USD/GBP, ossia quelle fra dollaro e sterlina, arrivando al terzo posto dopo quelli fra USD/EUR e USD/JPY. Insieme al Renminbi sta emergendo una nuova relazione speciale nel mondo, almeno in quello valutario. Solo che la vedono in pochi. E se ne parla ancora meno.
Cartolina. Caro lavoratore

Caro lavoratore. Devi sapere intanto che il tuo costo “rimane elevato”, secondo l’Ocse. A fronte di un leggero aumento di produttività, il costo unitario del lavoro cresce ben più col risultato che i salari nominali s’impennano. Se però uno va a vedere i salari reali scopre che nella ricca Italia, tanto per fare un esempio, siamo ancora sotto il livello del 2019. Quindi, caro lavoratore, sei più povero di cinque anni fa, ma di sicuro non serve che te lo dica io. E’ colpa dell’inflazione, dicono. Nel senso che i salari nominali pagano pegno alla crescita dei prezzi. Ma nel costo unitario del lavoro non c’è solo la retribuzione lorda. Ci sono anche altre amenità, come in contributi, che nel nostro paese pesano circa un terzo. Caro costi, caro lavoratore. Ma un terzo sono contributi per la pensione che forse un giorno prenderai, e intanto servono a pagare quelle degli altri. E un altro terzo, a dire poco, se lo prende il governo per i suoi infiniti bisogni. Col resto arrangiati.
Cartolina. L’imprevedibile

E’ interessante osservare che nel 1994 gli esperti, quindi si presume persone intelligenti, bene informate e dotate di mezzi, prevedevano che l’indice di fertilità dei paesi Ocse sarebbe rimasto stabilmente sopra il tasso di sostituzione, ossia il numero di figli necessario per mantenere l’equilibrio demografico fra nascite e morti. Ancora più interessante notare che ci credevano ancora nel 1996, e che hanno continuato a sbagliare previsioni per tutto il ventennio successivo. Non sono abbastanza intelligenti, bene informati o dotati di mezzi? Al contrario: sono sempre più intelligenti, bene informati e dotati di mezzi. Solo che non sono capaci di fare previsioni. Perché la vita è imprevedibile. Specie quando decide di non rinnovarsi.
Cartolina. Il petrolio emergente

Le previsioni dell’ultimo World energy outlook, relative alla domanda di energia per il trasporto, ci dicono una cosa tutto sommato banale: i paese avanzati, nel prossimo quarto di secolo, esprimeranno una domanda piatta, in parte crescente ma non preponderante alimentata da fonti alternative al petrolio, mentre quelli emergenti faranno esattamente il contrario. Quindi chiederanno sempre più energia e pure se crescerà il contributo delle fonti alternative, la domanda di petrolio rimarrà sostenuta e in crescita. Questo non è un semplice frutto della maggiore sensibilità ecologica dei paesi avanzati. Semmai della loro crescente denatalità. Il petrolio, in mancanza d’altro egualmente efficiente e a basso costo, si consuma dove nascono i bambini e l’economia cammina. Chi invecchia si muove meno. E l’economia si adegua.
