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Cartolina. Whatever it takes, reloaded

Se il nostro Mario Draghi verrà ricordato per il suo “Whatever it takes”, pronunciato nel momento peggiore della nostra crisi europea per rassicurare il mondo che la Bce avrebbe salvato l’euro, è assai probabile che sarà in buona compagnia. Tutti i banchieri centrali hanno promosso con notevole pervicacia la strategia di fornire denaro di banca centrale a un mondo sempre più a corto di fiducia, nella convinzione che l’uno avrebbe potuto sostituire l’altra. Una convinzione figlia del nostro tempo, che una certa meccanica finanziaria ha comunque ampiamente confermato quanto agli esiti, ma della quale adesso iniziamo a intravedere le conseguenze. Quel denaro non era gratis, anche se i tassi erano negativi. Aveva un costo differito. L’inflazione, che ha provocato una veloce ritirata delle banche centrali, è stata la prima avvisaglia. La seconda la vedremo adesso, quando si tratterà di convincere il mercato a ricomprare la montagna di debito del quale le banche centrali sono state generose (e volenterose) acquirenti e che adesso non comprano più. Anche stavolta bisognerà riuscire a qualunque costo. Con la differenza che stavolta lo pagheremo noi.

Cartolina. Hedge fund, reloaded

Il mondo ha scoperto gli Hedge fund ai primi del 2000, quando un di questi giocattoli finanziari, molto sofisticati e soprattutto ben alimentati da ricchi che vogliono diventare ancora più ricchi, fallì rumorosamente. Poi ci fu un ritorno di fiamma – nel senso di capitali bruciati – dopo la crisi del 2008, quando la qualifica di hedge fund, fra i resoconti di quei giorni convulsi, somigliava a un insulto. Poi improvvisamente sono spariti dai radar. Di tanto in tanto riappaiono, associati a questo o quel personaggio, inevitabilmente ricco e pericoloso – e quindi affascinante per la gran parte del pubblico -, e poi ritornano da dove vengono, ossia il misterioso mondo della finanza, di cui molti parlano senza saperne nulla. Si ignora, ad esempio, che queste entità proliferano e prosperano perché dietro hanno grandi banche che forniscono loro servizi e capitali, ricevendone in cambio lauti guadagni. Perciò gli hedge fund, e non solo loro, sono qui per restare. Perciò riappaiono.

Cartolina. Una globalizzazione è per sempre

Se 150 anni non vi bastano per capire che la globalizzazione fa parte della nostra storia, e quindi del nostro futuro, allora non c’è modo per convincervi del contrario. Il fatto che in questi 150 anni la globalizzazione abbia cambiato molti volti – dall’età dell’energia a quella dell’informazione, per dirne uno – e protagonisti – dalla Gran Bretagna agli Usa – non vuol dire assolutamente nulla. Salvo il fatto che, per fortuna, ci evolviamo. Se 150 di evoluzione non vi bastano per credere che il cambiamento fa parte della nostra natura, e per fortuna, allora non c’è modo di convincervi a rinunciare a rimpiangere i vecchi tempi. Questo non vuol dire che domani sarà migliore di ieri, come credevano i nostri trisnonni. Ma che domani è inevitabile e che sarà diverso da ieri. Almeno finché saremo vivi. Per la cronaca: questo domani dipende da ognuno di noi.

Cartolina. Vivere green

L’aria pulita costa cara, e faremmo bene a ricordarlo, ogni volta che agitiamo i nostri striscioni. Costa in termini fiscali, e in termini di livello generale dei prezzi. Soprattutto richiede un alto costo psicologico – un costante senza di colpa se non si è abbastanza green – e un diffuso senso di impotenza, perché finisce che non lo si è mai abbastanza. Costa anche in termini di contatto con la realtà. Ci si illude che basti comprare un’auto elettrica per pagare dazio alla propria coscienza, e poi però s’ignora quanto impatti sull’ambiente, in termini di minerali, la produzione di un’auto elettrica. A nessuno piace vivere respirando biossido di carbonio o confrontarsi col caldo a febbraio. Però non esistono pasti gratis. Neanche a fin di bene.

Cartolina. Una lunga vita in vacanza

Com’è la vita in Italia, secondo gli indicatori elaborati da Ocse, ce lo racconta bene il grafico sopra che invito a osservare con attenzione. Io l’ho guardato a lungo fino ad incantarmi. Ho scoperto di vivere in un paese in cui la possibilità di disporre di un’abitazione è ai minimi termini, come d’altronde i tassi d’impiego; che si distingue per studenti che traggono assai poco profitto dai propri studi. Dove si rischia di lavorare molto, a fronte di redditi che rimangono bassi. Che però primeggia nella classifica del tempo libero e delle interazioni sociali, dell’aspettativa di vita e dispone ancora di una buona ricchezza per godersi l’una e l’altra. In pratica una via di mezzo fra un parco giochi e un ospizio. Il posto ideale per una lunga vita in vacanza. Fortuna che oggi è venerdì.

Cartolina. Quando eravamo rentier

Sembra davvero tramontata l’epoca in cui i nostri conti esteri potevano trarre qualche beneficio dalle rendite dei nostri investimenti finanziari. Ormai dalla metà del 2023, complici una serie di fattori che non serve qui riepilogare, si è interrotta la lunga serie di saldi positivi dei redditi primari che contribuivano a stabilizzare il nostro saldo corrente, ossia uno dei principali sostegni della nostra economia. Poiché non riusciamo a “sfondare” nel settore dei servizi e i redditi sono andati, sono rimaste solo le merci ad alimentare il nostro attivo con l’estero. E va bene così, ma era meglio prima. Quando eravamo rentier.

Cartolina. Un buon servizio

L’Ocse osserva, nei trimestri vicino a noi, l’appiattimento del commercio internazionale, che risulta dal saldo sostanzialmente nulla fra l’andamento (negativo) del commercio dei beni e quello (positivo) dei servizi. E se l’andamento piatto del commercio non è certo una sorpresa, in un mondo che si sorprende continuamente in emergenza, l’andamento dei servizi invece è una lieta notizia che conferma un sospetto: il ruolo crescente dell’economia immateriale nell’economia internazionale. Certo non bastano certo un paio di trimestri a convincersene. Ma la tendenza fa capolino da tante cose, non ultimo l’uso crescente di denaro non fisico. Come paese dovremmo farci un pensierino, visto che il nostro conto corrente espone un costante deficit nella partita dei servizi a vantaggio di quella delle merci. Certo, non è facile. Fare un buon servizio significa tante cose. Molte forse le abbiamo dimenticate.

Cartolina. Contanti saluti

Anche nell’Eurozona il contante perde fascino. Se ancora sfiora il 60 per cento la quantità di operazione svolte in contanti, il valore di queste operazioni regolate con strumenti elettronici è ormai superiore. Se alle carte aggiungiamo i pagamenti fatti con dispositivi mobili, passati dall’1 al 4 per cento fra il 2019 e il 2022, la quota in valore dei pagamenti senza contanti arriva al 50 per cento, quando nel 2016 stava sotto il 40. Insomma, il denaro di carta, checché se ne pensi sta passando di moda, come quello di metallo tanto tempo fa. E il fatto che ci siano i nostalgici, che magari lo collegano a un’idea alquanto bizzarra di libertà – libertà è poter disporre di denaro, guadagnato onestamente dopo averci pagato le tasse, non di banconote – o qualche soggetto border line che usa il cash per fare ciò che non sarebbe lecito, non diminuirà questa tendenza. I soldi saranno sempre meno materiali. Questo non vuol dire che peseranno meno.

Cartolina. Il tasso di realtà

Ecco cosa è successo ai tassi di interesse turchi, per anni lasciati rasoterra e poi costretti dalla realtà, questa fastidiosa interferenza coi sogni, a salire a gradoni alla volta, sulla spinta di un’inflazione arrivata alle stelle. Oggi che stanno al 45 per cento, con l’inflazione al 65, il fatto interessante è osservare cosa succederà dopo che la governatrice della Banca si è dimessa alcuni giorni fa. Continuerà la presa della realtà, o ripartiranno i sogni? La Banca centrale prevede un’inflazione al 36 per cento a fine 2024 e al 12 per cento a fine 2025, lasciando capire che l’andamento dei tassi inizierà il suo declino non appena le condizioni generali miglioreranno. Ma scrive pure, nel suo ultimo inflation report, che alcuni eventi – il terremoto e la salita più robusta dei salari – lasciano ampi margini di incertezza. D’altronde è difficile tenere i salari bloccati quando i prezzi aumentano del 65 per cento. E molto facilmente si può subire la tentazione di tornare a sognare. Il che solitamente eleva il tasso di realtà.

Cartolina. Vendesi casa disperatamente

Son tempi magri per chi vuol vendere casa. Il crollo delle transazioni certificato da Ocse, con la notevole eccezione del Giappone, ci racconta di una bolla gonfiata dai soldi facili che molto rapidamente si sgonfia, e speriamo senza fare troppi danni, adesso che i soldi sono tornati difficili. Niente di nuovo. Lo abbiamo visto talmente tante volte che non dovremmo neanche stupirci. Parlarne serve semmai a ricordare che dietro un grafico, un dato semplice come quello che racconta di un mercato in affanno, ci stanno delle persone, che magari hanno comprato casa quando i soldi erano facili e adesso provano a vendere perché la rata del mutuo è diventata insostenibile. O, al livello più strutturato, fondi immobiliari a leva che si trovano improvvisamente con i patrimoni congelati. Non è un bel vivere quando si vende casa disperatamente. E i compratori lo sanno.